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Rosa, Rosae

Era una notte di giugno di molti anni fa. Dopo aver passato la serata in due caffè, un bar e un locale di nottambuli, un giovane tornava a casa deciso a morire con un tubetto di veronal. Non aveva grandi motivi che lo spingessero a quel passo se si toglie che – da poco era entrato nel venticinquesimo anno – si sentiva vecchio e inutile; e guardava gli anni che sarebbero venuti con la noia di uno spettatore già deluso.

Questo giovane si chiamava, credo, Tristano, studiava filosofie e si dilettava di lettere. Dagli amici era chiamato Bovary, perché un giorno, in una discussione sul romanzo, aveva chiuso il suo intervento sulla identificazione tra autore e protagonista esclamando: “Au fond, monsieur Bovary c’est moi”. Ora stava per infilare la chiave nel suo portone quando dall’ombra del vicolo venne fuori una donna ormai vecchia e claudicante, in assetto di meretrice, che gli porgeva un fiore, una rosa col gambo avvolto in una carta d’argento. “Signorino,” implorava la sciagurata “comprami l’ultima rosa così vado a letto”.

“Buona signora,” rispose Tristano “non posso acquistare fiori di sorta. Non ch’io nutra pregiudizi sull’accattonaggio o le fioraie ambulanti, né tantomeno sulle prostitute che hanno superato i limiti di età (quale età, poi?), ma ho in tasca l’ultimo biglietto di banca, eccolo qui, e dovrei darvelo, come esige una deteriore tradizione romantica. Ora il fatto che io abbia deciso di porre fine ai miei giorni, aggiungerebbe un tocco di cattivo gusto al gesto che dovrei fare per compiacervi. Penso che mi sarebbe rimproverato, poiché queste cose finiscono sempre per risapersi. D’altra parte capisco la vostra necessità; e poiché non voglio deludere le vostre speranze, eccovi dunque il mio ultimo biglietto, ma a due condizioni: che voi sappiate tacere e che vi teniate, di grazia, la rosa.” Poi aggiunse con un fanciullesco sorriso: “A meno che non vogliate offrirmi un crisantemo.”

La vecchia donna mostrò di aver capito il discorso, si dolse di non aver tra i suoi fiori un crisantemo – non era stagione di crisantemi – intascò quindi il denaro, ma insistette a che il giovane accettasse la rosa, gliela infilò anzi all’occhiello, allontanandosi poi in fretta. Rimasto solo, prima idea di Tristano fu disfarsi del fiore inopportuno; egli detestava la rosa in generale, fiore troppo pasciuto, provinciale, pronto a tutte le abbiezioni sentimentali, di ottima qualità ma noioso e cantato da tanti mediocri poeti. Ma si trattenne per naturale pigrizia.

Appena nella sua stanza – era una stanza qualsiasi all’ultimo piano di un gran casamento – Tristano prese due bicchieri e li riempì egualmente di acqua. In uno dei bicchieri mise il fiore, che collocò quindi sul comodino; nell’altro sciolse le pastiglie del sonnifero, agitandole con una matita, incantato già dai preliminari di quel suo ultimo rito. Decise poi che si sarebbe concesso un’ora di lettura prima di ingurgitare la fatale pozione.

La scelta del libro non fu agevole. Il cerchio dei suoi interessi letterari s’era, dal momento che aveva deciso di morire, paurosamente ristretto. L’idea di leggere Platone non gli venne. I politici lo fecero sorridere, gli estetici lo immalinconirono, i narratori gli sembrarono privi d’ogni fantasia: cercò la Bibbia ma si ricordò poi di averla prestata a un ateo in procinto di perdere la sua fede. Non gli restava nulla da leggere, senonché tra i libercoli di scarto, che aveva anzi deciso di vendere, trovò un volumetto,   Le langage des fleurs, che sfogliò rapidamente e subito scelse.

Vari pensieri, che in altra occasione sarebbe stato tentato di mettere in carta, gli vennero, che lo fecero sorridere; e non poté esimersi dal lanciare uno sguardo a quella sua rosa, che gli sarebbe sopravvissuta almeno la durata di un mattino. La vide che s’abbeverava ghiottamente, arricciando il bordo dei petali con la lenta inevitabilità di un pitone insonnito. Era un magnifico esemplare, di un delicato color carnicino etrusco, una rosa cosiddetta tea.

Prima di porsi a letto, Tristano si spogliò nudo, rivelando un corpo assai ben fatto. Si rimirò alla psiche, si fece un profondo saluto commiserevole e si gettò quindi sul letto, senza mettersi tra le lenzuola, ché la notte era tiepida e la sua epidermide desiderava la freschezza della coperta di cotone lucido.

Dunque, morire! Ebbe voglia di ridere; ma ormai era deciso: e doveva aver avuto i suoi buoni motivi per decidersi. Non stette nemmeno a ricordarli: s’immerse perciò nella lettura.

Le langage des fleurs era un libretto per fanciulle: quando si trovò a consultare il capitolo che trattava della rosa, vi lesse una serqua di luoghi comuni immaginabili. Lesse anche questi versi: “La rose qui ce matin avait déclose sa robe de pourpre etc…”.

Autore ne era un certo abate, de la Chassaigne, e una nota informava ch’era morto a novantadue anni.

Buffoncello! pensò Tristano. Soltanto i vecchi si preoccupano di raggiungere la vecchiaia! Abatino dei miei coglioni! Non vedo l’ora di tirarti il naso! E subito gettò il libro contro la parete di fronte. L’ultima sua futile lettura era dunque sfumata. Guardò il soffitto aspettando lo scoccare della sua ora.

Intanto la rosa, nel suo bicchiere, non aveva mai staccato gli occhi dal giovane. Lo aveva visto sciogliere le subdole pastiglie nell’altro bicchiere, liberarsi poi degli abiti, rimanendo colpita dalle fattezze di quel corpo. L’incontro da lei lungamente meditato si prospettava drammatico ma lasciava uno spiraglio aperto ai suoi giovanili desideri, a quegli appetiti che sono il nerbo di ogni amore bennato, ché tale era l’amore che da tempo la rosa provava per il giovane Tristano. Ebbe pensieri dapprima mesti – come impedire il suicidio? – poi chiaramente sensuali, malediceva certo il suo vegetale destino che le impediva di sciogliere quella disperata e focosa situazione, di coricarsi con un padrone gentile di membra, caldo e biondo di colore, e che nessuna rivale avrebbe mai più goduto. Se giammai Dafne ebbe rimorsi di aver troppo accelerato la corsa quando fu raggiunta dal Citaredo, della stessa forza erano adesso le maledizioni che la rosa mandava al suo creatore. Ah, poter carezzare quel giovane corpo infelice, far scendere il sonno su quelle palpebre, vegliarne il riposo! E, forse, esserne riamata! Oh, essere un papavero!

Insistendo in questi vaneggiamenti, la rosa ebbe, a un certo momento, un profondo, doloroso eppure ambito trasalimento; sentì qualcosa sciogliersi nel segreto del seno, sentì fermentare il suo vivo polline impaziente, la stanza prese a girarle attorno, gettò un ultimo sguardo all’oggetto amato e, con un grido barocco, svenne in un deliquio dolcissimo.

Tristano, immerso in una confusione di affrettati pensieri – pensieri che si accalcavano all’uscita come gli spettatori che lasciano la platea alle ultime battute d’una commedia o, meglio, come i topi che fuggono la nave condannata – non udì quel grido, del tutto metafisico, né si accorse che la rosa, arrovesciata la testolina, quasi stava per cadergli addosso. Tristano si addormiva. Il sonno lo aveva colto – diciamolo pure – sul fatto.

Quando la rosa si riebbe vide il giovane raggomitolato, udì il suo russare ritmico e tranquillo e un’onda di tenerezza (e stavolta materna) la percorse in tutte le fibre. “Dormi, amor mio” sussurrò “e vivi per me”. Né, vagheggiando quest’idea, le fu possibile riassopirsi.

Dopo qualche ora il freddo dell’alba svegliò Tristano. Confusamente dapprima, poi con chiarezza, ricapitolò la situazione e si accorse che aveva differito, senza volerlo, la sua sorte. Sullo scrittoio, il bicchiere pieno di veronal aveva l’aria di rimproverargli ogni viltà. Tristano si levò, pronto a troncare l’indugio; ma nel gesto che fece di passarsi una mano sul viso, quasi per scacciare gli ultimi fantasmi del sonno (aveva sognato l’amore di una rosa, sogno di un languore denso e decorativo), urtò le dita nel naso e subito si trattenne. Aveva sentito un vivo dolore. Tastandosi la narice colpita, la trovò gonfia al tatto, calda, mostruosa; impressionato, corse allo specchio e si rimirò.

La narice destra era spropositatamente gonfia, ma di un sano color rosso. Rimase a osservarla qualche minuto, dimenticando che il già deciso suicidio avrebbe dovuto renderlo insensibile a ogni incidente: ma sembra che l’amor proprio non fosse interamente ottuso in Tristano: e trapassare col naso gonfio gli sarebbe di certo parso inaccettabile.

Mentre spingeva a fondo il suo esame, avvenne un fatto che finì di stupirlo. Dalla narice, lentamente, come una timida lumaca, sorgeva qualcosa, qualcosa di rosso, ma niente di schifoso tuttavia, anzi qualcosa di turgido e brillante, un bocciolo di rosa. Quando tutto il bocciolo fu estromesso, apparve un gentil gambo senza spine, ornato appena di due leggiadre foglioline di un tenerissimo verde. Per la nota legge del geotropismo negativo, il bocciolo, inarcandosi sul gambo, mirava a elevarsi, cercando a tentoni la luce, e le pupille di Tristano, che avevano seguito – potete immaginarlo – tutto il lentissimo varo, dovettero a un certo momento convergere verso l’angolo interno dell’occhio per non perdere di vista il bocciolo: che sostava, ora, leggermente dondolando a guisa d’un palloncino frenato, all’altezza della radice del naso, laddove le sopracciglia si congiungono.

Tristano ebbe paura e sgomento, ma seppe dominarsi. Poi, un sospetto dolcissimo gli attraversò la mente e, cauto, si volse a guardare la rosa, là nel suo bicchiere. La sciagurata sembrava volersi dare arie innocenti, ma quelle poche ore avevano impudicamente svelato la sua bellezza: Tristano non si sorprese affatto di sentire un’improvvisa attrazione per quella bellezza; egli, indifferente al fascino dei fiori.

Un tumulto di pensieri lo sopraffece: tenerezza, gioia, riconoscenza: volle sfogarsi urlando e poté soltanto ridere, facendo bene attenzione, tuttavia, a non scuotere troppo il suo tenero bocciolo. Che bel bocciolo, non si stancava di rimirarselo! E che strana, impaziente voglia di gridare a tutti la sua contentezza, di correre al caffè per mostrarlo agli amici… tant’è la vanità umana!

Per farla breve, Tristano dopo mature riflessioni, incoraggiato anche dal contegno della rosa, prese una forbicetta e troncò il gambo del bocciolo a fior di narice; poté dunque osservarlo a suo agio e vide ch’era davvero un bellissimo bocciolo, ma d’una specie che gli era però sconosciuta, pur ricordando la rosa.

Confrontandola alla grande rosa del bicchiere, stabilì qualche vaga rassomiglianza che fu sufficiente tuttavia per stabilire quel che più gli premeva: che la rosa aveva parte in quella mirabile avventura. Sgonfiata ora la narice, scomparso ogni residuo del suo travaglio, Tristano fu maggiormente portato a considerare la compagna di quella notte, entrata così magicamente nella sua vita, alle ultime battute. La osservò a lungo, sorridendo, la carezzò sui petali e sentì che s’inarcava come un gattino. Infine – dobbiamo dir tutto – la baciò più volte, aspirandone a lungo il profumo, con tutte le attenzioni di un amante discreto e lusingato. Le cambiò l’acqua nel bicchiere e sedette sulla sponda del letto, ora guardando lei, ora il bocciolo, agitato da una felicità insensata forse, ma non futile.

Il sole che inondò la stanza ricordò a Tristano che un altro giorno era cominciato e che tanto valeva viverlo; ma gli ricordò anche di essere senza denaro. Meditando di uscire da quel fastidio, si vestì in fretta, fece un pacco dei libri che aveva deciso a suo tempo di vendere – ma ne escluse Le langage des fleurs – e uscì. Tra l’indice e il pollice della destra portava, come un piccolo stendardo, il suo bocciolo. “Torno subito, cara,” disse alla rosa “e porto a spasso bebè”.

Camminò allegro per le strade quasi deserte e, a quell’ora, percorse soltanto da cascherini; corse dal libraio per risolvere il suo affare, ma la bottega era ancora chiusa. Per ingannare l’attesa, passò in lenta rivista le vetrine dei negozi di quei pressi. C’era un salumaio, un sarto, un modesto gioielliere; infine, un fioraio: un fioraio di lusso. Spinto da una profonda curiosità, Tristano entrò nel negozio e al proprietario che gli venne incontro cerimonioso chiese, mostrandogli il bocciolo, a che specie appartenesse.

Il fioraio guardò il bocciolo e non riuscì a celare del tutto la sua sorpresa e la sua emozione. Fingendo tuttavia una calma che a Tristano parve subito simulata, rispose che si trattava di un rosolaccio; poi, con suprema indifferenza, disse che l’avrebbe acquistato per un innesto, se a buon prezzo. Tristano, tanto per smascherare quel fioraio, rispose: “Ve lo cedo per tanto” e disse una cifra altissima. Il fioraio non batté ciglio, trasse di tasca il denaro, lo porse a Tristano e gli tolse dalle dita il bocciolo. Tristano, sorpreso, volle protestare, disse infatti che aveva inteso celiare; ma il fioraio, pur con gentilezza, fu inesorabile: gli ricordò che negli affari la parola è parola, e lo salutò.

Tristano si trovò per strada senza bocciolo, ma con molto denaro e un superfluo pacco di libri che cedette al libraio per pochi soldi: era abbastanza ricco, ormai, per discutere ancora sui prezzi. Non bisogna però credere che Tristano non pensasse più al suo bocciolo: diremo anzi che provava il rimorso d’essersene disfatto tanto prontamente: ma un pensiero lo confortava, un pensiero che non voleva del tutto chiarire a se stesso, e cioè: la rosa era ancora là, a casa sua, nel suo bicchiere, e forse…

Dopotutto un bocciolo è un bocciolo: non aveva nemmeno avuto il tempo di affezionarcisi.

La giornata trascorse per Tristano come un soffio primaverile: mangiò abbondantemente in un ristorante di lusso, fece certe sue spesette, giocò alle carte, fece all’amore, parlò d’amore e di politica con gli amici e, calata la sera, risovvenendosi del suo suicidio, rimasto con poche lire in tasca, ché aveva avuto cura di spendere senza troppo badarci, rincasò.

I due bicchieri erano ancora al loro posto: in quello che conteneva il veronal, l’acqua, quasi invecchiata, si adornava di bollicine d’aria. L’altro ospitava ancora la più bella rosa del mondo, ché tale parve a Tristano: era una rosa sorridente, fresca: come aveva potuto lasciarla sola tutto quel tempo? Le cambiò l’acqua, le carezzò ancora i petali, la baciò. Avrete già capito, immagino, che ogni idea di suicidio era svanita dalla mente del nostro eroe. La rosa, da parte sua, non era meno contenta di rivedere il suo amato padrone. Il quale, stavolta, non perse tempo a leggere, ma si spogliò e, rimirando il fiore, prese a sussurrargli frasi lusinghiere. Passarono in questa intimità qualche ora. Infine Tristano s’addormì.

Per non tediarvi con certe ripetizioni, vi dirò che all’alba, svegliandosi con quel dolore che ormai sapete, Tristano vide sorgere stavolta dal suo naso un bocciolo non meno bello del primo, anzi più vivo di colore, e più strano di forma. Per la gioia, così nudo com’era, fece un balletto per la stanza; poi, ritrovando l’antico fuoco letterario, volle scrivere qualche verso, ma, scrivi e scrivi, non gli piacquero e li distrusse. Prese allora un altro foglio e appuntò questi nomi:

Erotina provvida

Bramalia viridissima

Serpentina moriens

Bravissima fulgens

Dolorosa fragrans

Ciprinita coponia

Karenina contracta.

Stette incerto quale scegliere e si decise poi per il primo nome, non senza inorgoglirsi d’una furba compiacenza. Ah sì: Erotina provvida! Si vestì in fretta – nemmeno si ricordò di salutare l’amabile rosa madre – corse dal fioraio e stavolta s’ebbe (aveva capito il gioco) una somma assai maggiore.

Passarono tre giorni. La felicità s’accompagnava a Tristano che, di lieto umore, menava una vita diversa, elegante e senza pensieri.

La rosa sembrava anch’essa felice: ma se Tristano avesse meglio osservato, avrebbe pur notato in lei una vaga languidezza d’atteggiamenti e certi segni d’ansiosa melanconia che avrebbero allarmato un amante sincero e insoddisfatto. Ma Tristano – esaurite le sue curiosità serali – sentiva sorgere nel suo animo il ricordo delle liete brigate, dei caffè aperti tutta notte, delle meretrici calde e sfacciate.

E così il suo amabile fiore s’annoiò e prese a sfiorire; già l’apice di una sua fogliolina si stava tingendo di scuro, si vedeva appena ad occhio nudo, ma il fatto s’era prodotto. Ad aggravare il dolore della sua solitudine s’aggiunse per la rosa la certezza di non essere amata come aveva creduto quel primo magnifico giorno, ai primi magnifici baci. Ora, la mattina, Tristano si alzava in fretta, preoccupato del suo nuovo bocciolo come una massaia che piglia l’uovo dando uno sguardo appena distratto alla brava chioccia che l’adora e la festeggia inutilmente.

Una rosa!

Tristano qualche volta, tra sé, rideva e fu persino tentato di raccontare la cosa agli amici. Cominciò difatti: “Ah, se sapeste che mi sta capitando!...”. Ma, una volta accesa in quegli spiriti inquieti la curiosità, non volle soddisfarla, trattenuto da un improvviso pudore. Si sentiva nobile, fiero e bello: inesauribile. E baciando la sua appassionata amante pensava di essere forse un poco ridicolo. Tuttavia…

La rosa soffriva chiaramente. Ormai, la notte, la vista di quel corpo caldo e vivace, invece di avvincerla, la spaventava come un abisso incolmabile, che l’avrebbe attirata e sepolta. Quei fianchi lisci e segnati, quel petto calmo e tornito, quelle labbra ironiche…Oh, il rammarico per l’oggetto amato e che non possederemo mai nella giusta maniera!... ma soltanto come ladri, o come parassiti tollerati per consuetudine!

Eppure la rosa, amando ancora Tristano, decise di dargli la prova suprema del suo amore, ingenuamente convinta che le prove supreme riaccendono i desideri spenti. Una mattina, svegliandosi da sogni meravigliosi, il giovane si accorse che dal naso stavolta gli sortiva un perfetto esemplare di rosa nera, mai vista eppur ambita e invocata dai botanici di tutto il mondo.

La gioia di Tristano fu pari alla singolarità dell’avvenimento. Quel magnifico, cupo bocciolo lo immerse in una cupa fantasticheria, mai prima provata; ebbe per un attimo la certezza di possedere le vere chiavi della vita, gli parve di aver fatto capolino tra le spessissime tende che celano l’aldilà ai comuni mortali. Divideva un segreto dell’alchimia decisiva: e tutto merito del suo naso.

E anche merito della rosa. Volle ringraziarla, la coccolò a lungo, seppe dirle cose tanto amabili che la rosa ebbe l’illusione di essersi ingannata circa i suoi dubbi: e conobbe ancora un’effimera gioia.

Quanto a Tristano, considerata la realtà, cominciarono per lui giorni di accesa baldoria e di lusso: carico di denaro, non tornò a casa né quella notte né le seguenti e le trascorse con donne di gran conio, che lo lasciavano all’alba del tutto esaurito ma immerso nella grigia felicità degli stupefacenti. Dopo un’ottima colazione, Tristano era già preso da altri pensieri e soltanto una volta, fugacemente, si dispiacque d’aver venduto il suo bocciolo, ma fu questione di un attimo e al suo dolore partecipava più l’estetica che il sentimento.

La fine di questa storia? Tre giorni dopo, tornando a casa temporaneamente sazio di piaceri, lo stomaco un poco sossopra, la testa pesante e la radice della vita quasi disseccata, Tristano si proponeva di cambiar vita e di considerare la sua fortuna con occhio diverso. In una bella scatola di cartone portava un portafiori d’argento sul quale aveva fatto incidere il suo nome e una data. Voleva alloggiare meglio la sua rosa alleata. Un più calmo ragionare, una distribuzione più razionale dei loro sforzi, li avrebbe portati all’agiatezza, forse alla ricchezza. Le sue narici restavano elastiche, frementi, libere.

Prima di imboccare il portone gli sembrò di vedere, all’angolo della casa, la vecchia fioraia. La chiamò, ma incontro gli venne una vecchia sconosciuta, anche lei di professione meretrice, che sorrise amabilmente come poté, acconciandosi le luride chiome infiocchettate. Tristano, disgustato, le gettò subito un biglietto di banca – l’ultimo – e rincasò. Peccato, pensava salendo le scale, due rose son meglio di una. Poi, immaginò che sarebbe stato un tradimento.

Nella sua stanza l’attendeva l’ingrata sorpresa. La rosa era scomparsa. Trovò un petalo vizzo sul marmo del comodino, un altro petalo sulla coperta del letto; poi, cercando in quello spazio angusto e inesplorabile che divide il letto dal comodino, trovò tutta la rosa, ma secca come un grillo; e i petali accartocciati si sarebbero detti di un crisantemo.

Tristano impallidì al ricordo, stette muto. L’ho uccisa, pensava, e non sapeva capacitarsene. Quando vide che i suoi baci non richiamavano in vita quell’oggetto tanto assurdo, non poté trattenere le lagrime; poi, un riso isterico lo sconvolse. Oltre tutto, i suoi progetti sfumavano, ma quello era il meno…

Il bicchiere col veronal era ancora sullo scrittoio; lo trasportò sul comodino, vicino all’altro. Prima di bere avrebbe voluto spiegarsi l’avventura, decifrare il mistero di una morte irrisoria, e tutti gli altri misteri che fasciano quello, via via, sino a comporre la valanga dei misteri universali. Uno tirava dietro l’altro, non era possibile isolarli.

Ma era stanco e si decise. Tuttavia, non risovvenendosi quale dei due bicchieri contenesse il veronal (erano identici e in ambedue l’acqua aveva formato un vivaio di bollicine), dovette – e forse qui ebbe il sospetto d’una amara allegoria – trangugiarli tutti e due. Ma gli sembrò pur sempre un principio di spiegazione. Forse, sapendo approfondire…

Si sdraiò sul letto, l’animo stranamente placato. Pensò ancora alla rosa ed ecco capì che l’aveva sempre amata, che tutto il suo essere, dalla nascita, era vissuto per lei. Volle urlare: “Mia rosa!...” ma proprio in quel momento si addormì nel suo ultimo sonno artificiale; e, scivolando in quell’abisso di piume nere, ebbe la certezza che non l’avrebbe riveduta mai più.

 

Ennio Flaiano, da Autobiografia del Blu di Prussia

Pubblicato il 21/2/2010 alle 17.51 nella rubrica Diario.

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