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Questo blog è casa mia. Come una casa si arreda secondo i propri gusti, così su questo spazio scrivo quello che mi pare, con o senza il gradimento altrui. Gli unici nomi reali che vi compaiono appartengono a personaggi pubblici, riguardo ai quali, si spera ancora per qualche tempo, è in vigore la libertà d'opinione. A volte anche a me, come a tutti i gestori di spazi simili a questo, succede di scrivere storie ispirate a vicende personali. Ma in quei casi i nomi sono o fittizi o assenti del tutto. Se qualcuno o qualcuna, geograficamente vicino o vicina a me, crede di riconoscersi in qualche personaggio di cui scrivo, sono problemi esclusivamente suoi: da parte mia, posso soltanto consigliare a questi individui di non far più visita a questo spazio. Io racconto storie, non rilascio deposizioni giudiziarie, né faccio pettegolezzo da portineria: quest'ultimo soprattutto è uno sport che lascio volentieri ad altri o ad altre. Concludo questa seconda avvertenza, che si è resa necessaria contro la mia volontà, con un proverbio napoletano che calza a pennello con la circostanza: "Chi vò male a chesta casa addà crepà primm ca trase."


Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950. "Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli, ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico." - Pubblicato nella rivista “Scuola democratica”, 20 marzo 1950





un dito per maroni























 

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23 febbraio 2010

Tg1, Minzolini contro tutti

da http://teleipnosi.blogosfere.it/

Maria Luisa Busi, volto noto del Tg1 delle 20, domenica mattina si reca a L'Aquila per firmare un servizio sulla situazione della ricostruzione e la sua troupe viene pesantemente contestata da un gruppo di cittadini, che accusano il notiziario di Rai uno di fare propaganda per il governo occultando scientificamente i tanti disagi e ritardi che stanno rendendo ogni giorno più difficile la vita di migliaia di sfollati.

La Busi, che evidentemente è una persona onesta e non se l'è sentita di negare quanto ha potuto toccare con mano, ha ammesso a titolo personale i limiti dell'informazione del suo telegiornale: «Quello che ho visto in questi giorni con i miei occhi è molto più grave di come talvolta è stato rappresentato. Migliaia di persone sono ancora in albergo, le case non bastano e la ricostruzione non è partita». Insomma, una situazione leggermente diversa dai miracoli del governo del fare capitanato dalla premiata ditta B&B (Berlusconi e Bertolaso) che in questi mesi ci ha raccontato la quasi totalità dell'informazione televisiva, Rai uno in primis con il duo M&V (Minzolini e Vespa).

Ovviamente Augusto Minzolini, come ogni leccapiedi che si preoccupa di salvare la faccia, non ci sta a fare la figura del cane da guardia del potere, di quello piazzato sulla poltrona importante per proteggere i padroni politici a discapito degli interessi dei cittadini, e meno che mai può accettare una critica tanto aperta da una collega che lavora sotto la sua direzione al telegiornale. Solo che c'è un piccolo problema: l'Emilio Fede del primo canale ha il grosso della redazione contro, e un richiamo alla Busi rischierebbe di rendere ancora più evidente questa imbarazzante situazione.

Allora come si procede? Si organizza un patetico colpo di mano, infilando un documento di sostegno alla linea editoriale del telegiornale al termine di una riunione il cui ordine del giorno prevedeva tutt'altri temi, quando la metà dei giornalisti se ne sono già andati, in modo che venti minzoliniani (su 130 redattori) riescano ad approvare poche righe di difesa d'ufficio del direttore.

Sul documento si legge: «Non è consentito a nessuno di offendere i giornalisti del Tg1 accusandoli di avere fatto e di fare un'informazione incompleta e faziosa per quanto riguarda la copertura del terremoto e del post-terremoto in Abruzzo». Sbagliato, in un paese libero, a chi paga il canone e a chi si ritrova ancora privo di un tetto senza che nessuno se ne accorga, è consentito protestare, criticare e anche offendere. Se Minzolini ha davvero qualcosa in contrario vada a discuterne, a telecamere accese, con quelli che non hanno ancora una casa. Siamo curiosi di assistere alla scena.

8 ottobre 2009

E' asciuto pazzo 'o padrone

da http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=75885&sez=ITALIA

ROMA (7 ottobre) - «Vado avanti, queste cose mi fanno un baffo, la Corte Costituzionale è di sinistra e tutti sanno da che parte sta Napolitano». Così Silvio Berlusconi ha commentato la sentenza della Consulta che a maggioranza (9-6) ha dichiarato incostituzionale il Lodo Alfano per violazione degli articoli 3 (il principio di eguaglianza) e 138 della Costituzione (mancato uso di una legge costituzionale). Napolitano difende la Corte Costituzionale e il premier commenta: non mi interessano le sue parole. Per il Pd le dichiarazioni sul Capo dello Stato sono «inaccettabili». Per effetto della sentenza si riaprono i processi Mills e Mediaset a carico del premier. Intanto il ministro Alfano fa sapere: non pensiamo a una legge costituzionale.

In serata
telefonata di Silvio Berlusconi durante la trasmissione Porta a Porta: Napolitano, ha detto, è espressione della vecchia maggioranza di sinistra, contro i processi farsa mi difenderò in tv. Battibecco con Rosy Bindi: «Ravviso che lei è sempre più bella che intelligente».

Le reazioni alla sentenza. Mentre il Pdl parla di «sentenza politica», il Pd non chiede le dimissioni del premier (come fa l'Idv) ma che Berlusconi si rimetta al giudizio dei magistrati. Anche secondo l'Udc il premier non deve dimettersi. «Andiamo avanti non ci piegano, se si ferma il federalismo facciamo la guerra» commenta Umberto Bossi.

Scontro Berlusconi-Quirinale. Il premier: Consulta di sinistra e tutti sanno da che parte sta Napolitano, non mi interessa quello che dice. «Noi dobbiamo governare cinque anni con o senza il lodo, io non ci ho mai creduto» al fatto che il Lodo passasse «perché con una Corte Costituzionale con undici giudici di sinistra era impossibile che lo approvassero». «La sintesi qual è? - aggiunge Berlusconi - meno male che Silvio c'è, se non ci fosse saremmo in mano alla sinistra». Il premier parla di «magistrati rossi» e di «stampa controllata al 72% dalla sinistra, tutti gli spettacoli di approfondimento sono di sinistra» e aggiunge: «Il Capo dello Stato sapete da che parte sta».«Queste cose qua mi caricano, agli italiani li caricano: viva gli italiani, viva Berlusconi». Berlusconi commenta poi le parole di Napolitano (il giudizio sul lodo spetta solo alla Corte Costituzionale): «Non mi interessa cosa ha detto il Capo dello Stato, mi sento preso in giro».

«Abbiamo giudici della Corte Costituzionale eletti da tre capi dello Stato della sinistra, che fanno della Consulta non un organo di garanzia ma un organo politico». In ogni caso, ha aggiunto Berlusconi, «noi andiamo avanti: i processi che mi scaglieranno nel piatto sono autentiche farse; sottrarrò qualche ora alla cura della cosa pubblica per andare là a sbugiardarli tutti».

Più contenuto, invece, il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi. «Non posso non rispettare il responso della Corte costituzionale nel quadro di un sistema democratico. Prendo atto tuttavia che questo sistema, soprattutto per le modalità con cui vengono eletti i membri della Corte, rischia di alterare nel tempo un corretto equilibrio fra i poteri dello Stato, i quali traggono tutti origine dalla sovranità del popolo».

Ribatte il Quirinale
. «Tutti sanno da che parte sta il presidente della Repubblica. Sta dalla parte della Costituzione, esercitando le sue funzioni con assoluta imparzialità e in uno spirito di leale collaborazione istituzionale» si legge in una nota diffusa dal Quirinale. Il giudizio di costituzionalità delle leggi «spetta soltanto alla Corte Costituzionale», e la sua decisione è stata accolta dal
presidente della Repubblica Giorgio Napolitano «con rispetto».

Franceschini. «Sono parole inimmaginabili in qualsiasi altro Paese e anche in Italia fino a qualche anno fa» commenta Dario Franceschini, durante la tasmissione Otto e Mezzo, su La7. «È un atteggiamento totalmente irresponsabile - ha aggiunto - il presidente Napolitano ha svolto bene, in modo ineccepibile, il suo ruolo di garanzia». Franceschini invita il premier a «farsene una ragione», riferendosi alla sentenza della Consulta. «Oggi è una giornata importante per la democrazia - ha detto Franceschini - Il presidente del Consiglio immagina che, avendo vinto le elezioni, può violare le regole ed essere superiore a tutte le leggi e agli organi Costituzionali. Invece, deve rispettare le leggi come tutti i cittadini: dovrà farsene una ragione».

Il Pd cercherà di ottenere le dimissioni del premier sulle sue scelte di governo e non per la sentenza della Consulta sul Lodo Alfano, che «semplicemente ristabilisce un principio» ha concluso Franceschini.

Casini. «Napolitano è stato in questi giorni bersaglio di Di Pietro e da questa sera è il bersaglio anche di Berlusconi» ha detto a Porta a Porta il leader dell'Udc Pierferdinando Casini.

Alfano: non pensiamo a una legge costituzionale, sentenza che sorprende. «Non abbiamo intenzione di seguire la via della legge Costituzionale» ha risposto a Porta a Porta il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, alla domanda se il governo stia pensando all'ipotesi di un terzo lodo. «Questo - ha spiegato Alfano - aprirebbe il campo a una ipotesi di immunità parlamentare che non è nella nostra agenda. Comunque sulle valutazioni faremo il punto domani quando è convocato un ufficio politico del Pdl». Alfano aveva detto che la sentenza «sorprende» perché l'evocazione dell'art.138 della Costituzione poteva essere fatta nel 2004 sul Lodo Schifani.

Le reazioni del Pdl alla sentenza. «E' una sentenza politica - spiega Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi - ma il governo Berlusconi continuerà a governare come richiesto dagli italiani con il loro voto». Secondo Fabrizio Cicchitto la Consulta «ha rovesciato la sua precedente impostazione, l'unica spiegazione di questo così profondo cambiamento della sua dottrina sulla materia deriva da un processo di politicizzazione della Corte che si schiera sulla linea dell'attacco al Presidente Berlusconi». Per il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, «se fosse vero che lo scarto è stato minimo aumenterebbe il convincimento - dice - che si sia trattato di una scelta più politica che di diritto».

«La Corte da oggi non è più un organo di garanzia, è una sezione di partito» commenta Maurizio Gasparri. Della stessa idea ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini.

Lega. «Se si ferma il federalismo facciamo la guerra, andiamo avanti non ci piegano» ha commentato Umberto Bossi. «Nemmeno lui (Silvio Berlusconi n.d.r.) vuole le elezioni anticipate - dice - L'ho trovato forte e questo mi ha fatto molto piacere, l'ho trovato deciso a combattere». Prima della sentenza Bossi
aveva detto che in caso di bocciatura la Lega avrebbe trascinato in piazza il popolo. Il Pd aveva condannato le parole del leader della Lega considerando «inaccettabile la pressione di Bossi sulla Corte Costituzionale», definite «una intimidazione esplicita» alla Consulta.

Le reazioni dell'opposizione. Per Pier Luigi Bersani la sentenza «ha chiarito che il premier è un cittadino come gli altri, il premier continui a lavorare e si rimetta alla sentenza». La Consulta ha «ristabilito il principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge» ha detto il segretario del Pd, Dario Franceschini. «Una sentenza non politica» dalla quale il Silvio Berlusconi «dovrà trarre e credo trarrà le conseguenze» commenta Anna Finocchiaro. Piero Fassino si augura che «si accantoni definitivamente la teoria del complotto e prevalga la consapevolezza che le sentenze della Corte Costituzionale si rispettano».

Di Pietro. Berlusconi «la smetta di fare leggi a proprio uso e consumo, si dimetta dall'incarico e vada a fare quello che da 15 anni si ostina a non voler fare: l'imputato» ha detto Antonio Di Pietro.

Per Massimo D'Alema
«non bisogna trarre conseguenze politiche dalla sentenza».

Secondo Pierferdinando Casini «inq uesto Paese c'è scarsa attitudine a rispettare le leggi e le sentenze» e la sentenza della Consulta sul lodo Alfano va rispettata ma «non è il giudizio universale». «Naturalmente il Governo che ha preso i voti degli elettori deve continuare a occuparsi dei problemi degli italiani che vengono prima di quelli Berlusconi».

«Ora il premier affronti il giudizio della magistratura» chiede il leader di Sinistra e Libertà, Nichi Vendola.

Gianni Alemanno. «La sentenza non intacca la legittimazione democratica del presidente Berlusconi e del Governo in carica che deve continuare la sua opera» ha commentato il
sindaco di Roma, Gianni Alemanno.

Fini chiama Berlusconi: maggioranza solida. Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha chiamato il premier e, secondo quanto si è appreso in ambienti parlamentari, rassicurandolo sulla volontà di andare avanti in questa legislatura. La maggioranza è quella uscita dalle urne ed è solida, avrebbe tra l'altro detto Fini al presidente del Consiglio.

La sentenza della Consulta. Secondo i giudici della
Corte Costituzionale il Lodo Alfano ha creato una differenziazione di trattamento tra cittadini (violazione art.3 della Costituzione) che può essere compiuta solo con una legge costituzionale (
art.138). La Corte ha accolto le più importanti questioni di legittimità sollevate dai magistrati di Milano dinanzi ai quali il premier è imputato per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato inglese David Mills e per reato societari nella compravendita dei diritti televisivi Mediaset. La Consulta ha invece dichiarato inammissibile il terzo ricorso, proposto dal gip di Roma, chiamato a decidere se archiviare (come chiesto dalla procura) su Berlusconi, indagato per istigazione alla corruzione di alcuni senatori eletti all'estero durante la scorsa legislatura.

Gli effetti. L'effetto della decisione presa a maggioranza (9-6) sarà la riapertura di due processi a carico del premier Berlusconi: per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato David Mills e per reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset.

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da http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=22696&sez=HOME_INITALIA&npl=&desc_sez=

ROMA (7 ottobre) - Sei persone sono state denunciate per aver gridato «in galera, in galera, la legge è uguale per tutti» verso Silvio Berlusconi davanti a Palazzo Venezia dove il premier si è recato per visitare una mostra.

 

27 settembre 2009

Censura su Internet alle porte

da http://punto-informatico.it/2709918/PI/Commenti/era-una-volta-liberta-informazione-rete.aspx (post segnalato da http://unpapaverorosso.blogspot.com/ )

di Guido Scorza - Una proposta di legge per sottoporre alla disciplina sulla stampa tutti i siti Internet che abbiano natura editoriale. Qualsiasi cosa ciò significhi

Roma - Il 14 settembre scorso è stato assegnato alla Commissione Giustizia della Camera un disegno di legge a firma degli Onorevoli Pecorella e Costa attraverso il quale si manifesta l'intenzione di rendere integralmente applicabile a tutti i "siti internet aventi natura editoriale" l'attuale disciplina sulla stampa.

Sono bastati 101 caratteri, spazi inclusi, all'On. Pecorella per surclassare il Ministro Alfano che, prima dell'estate, aveva inserito nel DDL intercettazioni una disposizione volta ad estendere a tutti i "siti informatici" l'obbligo di rettifica previsto nella vecchia legge sulla stampa e salire, così, sulla cima più alta dell'Olimpo dei parlamentari italiani che minacciano - per scarsa conoscenza del fenomeno o tecnofobia - la libertà di comunicazione delle informazioni ed opinioni così come sancita all'art. 11 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino e all'art. 21 della Costituzione. Con una previsione di straordinaria sintesi e, ad un tempo, destinata - se approvata - a modificare, per sempre, il livello di libertà di informazione in Rete, infatti, l'On. Pecorella intende aggiungere un comma all'art. 1 della Legge sulla stampa - la legge n. 47 dell'8 febbraio 1948, scritta dalla stessa Assemblea Costituente - attraverso il quale prevedere che l'intera disciplina sulla stampa debba trovare applicazione anche "ai siti internet aventi natura editoriale".

Si tratta di un autentico terremoto nella disciplina della materia che travolge d'un colpo questioni che impegnano da anni gli addetti ai lavori in relazione alle condizioni ed ai limiti ai quali considerare applicabile la preistorica legge sulla stampa anche alle nuove forme di diffusione delle informazioni in Rete.
Ma andiamo con ordine.
Quali sono i "siti internet aventi natura editoriale" cui l'On. Pecorella vorrebbe circoscrivere l'applicabilità della disciplina sulla stampa?
Il DDL non risponde a questa domanda, creando così una situazione di pericolosa ed inaccettabile ambiguità.
Nell'Ordinamento, d'altro canto, l'unica definizione che appare utile al fine di cercare di riempire di significato l'espressione "sito internet avente natura editoriale" è quella di cui al comma 1 dell'art. 1 della Legge n. 62 del 7 marzo 2001 - l'ultima riforma della disciplina sull'editoria - secondo la quale "Per «prodotto editoriale» (...) si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici".
Si tratta, tuttavia, di una definizione troppo generica perché essa possa limitare effettivamente ed in modo puntuale il novero dei siti internet definibili come "aventi natura editoriale".

Tutti i siti internet attraverso i quali vengono diffuse al pubblico notizie, informazioni o opinioni, dunque, appaiono suscettibili, in caso di approvazione del DDL Pecorella-Costa, di dover soggiacere alla vecchia disciplina sulla stampa.
Ce n'è già abbastanza per pensare - ritengo a ragione - che nulla nel mondo dell'informazione in Rete, all'indomani, sarebbe uguale a prima.
Ma c'è di più.

Il DDL Pecorella Costa, infatti, si limita a stabilire con affermazione tanto lapidaria nella formulazione quanto dirompente negli effetti che "le disposizioni della presente legge (n.d.r. quella sulla stampa) si applicano altresì ai siti internet aventi natura editoriale".
La vecchia legge sulla stampa, scritta nel 1948 dall'Assemblea Costituente, naturalmente utilizza un vocabolario e categorie concettuali vecchie di 50 anni rispetto alle dinamiche dell'informazione in Rete. Quali sono dunque le conseguenze dell'equiparazione tra stampa e web che i firmatari del DDL sembrano intenzionati a sancire?

Se tale equiparazione - come suggerirebbe l'interpretazione letterale dell'articolato del DDL - significa che attraverso la nuova iniziativa legislativa si intende rendere applicabili ai siti internet tutte le disposizioni contenute nella legge sulla stampa, occorre prepararsi al peggio ovvero ad assistere ad un fenomeno di progressivo esodo di coloro che animano la blogosfera e, più in generale, l'informazione online dalla Rete.
Basta passare in rassegna le disposizioni dettate dalla vecchia legge sulla stampa per convincersene.
I gestori di tutti i siti internet dovranno, infatti, pubblicare le informazioni obbligatorie di cui all'art. 2 della Legge sulla stampa, procedere alla nomina di un direttore responsabile (giornalista) in conformità a quanto previsto all'art. 3, provvedere alla registrazione della propria "testata" nel registro sulla stampa presso il tribunale del luogo ove "è edito" il sito internet così come previsto all'art. 5, aver cura di comunicare tempestivamente (entro 15 giorni) ogni mutamento delle informazioni obbligatorie pubblicate e/o richieste in sede di registrazione (art. 6), incorrere nella "sanzione" della decadenza della registrazione qualora non si pubblichi il sito entro sei mesi dalla registrazione medesima o non lo si aggiorni per un anno (art. 7), soggiacere alle norme in tema di obbligo di rettifica così come disposto dall'art. 8 che il DDL Pecorella intende modificare negli stessi termini già previsti nel DDL Alfano e, soprattutto, farsi carico dello speciale regime di responsabilità aggravata per la diffusione di contenuti illeciti che, allo stato, riguarda solo chi fa informazione professionale.
Sono proprio le disposizioni in materia di responsabilità a costituire il cuore del DDL Pecorella e converrà, pertanto, dedicargli particolare attenzione.

Cominciamo dalla responsabilità civile.
L'art. 11 della Legge 47/1948 prevede che "Per i reati commessi col mezzo della stampa sono civilmente responsabili, in solido con gli autori del reato e fra di loro, il proprietario della pubblicazione e l'editore". Non è chiaro come il DDL Pecorella incida su tale previsione ma qualora - come appare nelle intenzioni del legislatore - con l'espressione "a mezzo della stampa", domani, si dovrà intendere "o a mezzo sito internet", ciò significherebbe che i proprietari di qualsivoglia genere di piattaforma rientrante nella definizione di "sito internet avente natura editoriale" sarebbero sempre civilmente responsabili, in solido con l'autore del contenuto pubblicato, per eventuali illeciti commessi a mezzo internet.
Fuor di giuridichese questo vuol dire aprire la porta ad azioni risarcitorie a sei zeri contro i proprietari delle grandi piattaforme di condivisione dei contenuti che si ritrovino ad ospitare informazioni o notizie "scomode" pubblicate dai propri utenti. Il titolare della piattaforma potrebbe non essere più in grado di invocare la propria neutralità rispetto al contenuto così come vorrebbe la disciplina europea, giacché la nuova legge fa discendere la sua responsabilità dalla sola proprietà della piattaforma. Si tratta di una previsione destinata inesorabilmente a cambiare per sempre il volto dell'informazione online: all'indomani dell'approvazione del DDL, infatti, aggiornare una voce su Wikipedia, postare un video servizio su un canale YouTube o pubblicare un pezzo di informazione su una piattaforma di blogging potrebbe essere molto più difficile perché, naturalmente, la propensione del proprietario della piattaforma a correre un rischio per consentire all'utente di manifestare liberamente il proprio pensiero sarà piuttosto modesta.

Non va meglio, d'altro canto, sul versante della responsabilità penale.
Blogger e gestori di siti internet, infatti, da domani, appaiono destinati ad esser chiamati a soggiacere allo speciale regime aggravato di responsabilità previsto per le ipotesi di diffamazione a mezzo stampa o radiotelevisione.
A nulla, sotto questo profilo, sembrano essere valsi gli sforzi di quanti, negli ultimi anni, hanno tentato di evidenziare come non tutti i prodotti informativi online meritino di essere equiparati a giornali o telegiornale.

Si tratta di un approccio inammissibile che non tiene in nessun conto della multiforme ed eterogenea realtà telematica e che mescola in un unico grande calderone liberticida blog, piattaforme di UGC, siti internet di dimensione amatoriale e decine di altri contenitori telematici che hanno, sin qui, rappresentato una preziosa forma di attuazione della libertà di informazione del pensiero.
Ci sarebbe molto altro da dire ma, per ora, mi sembra importante iniziare a discutere di questa nuova iniziativa legislativa per non dover, in un futuro prossimo, ritrovarci a raccontare che c'era una volta la libertà di informazione in Rete.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione
www.guidoscorza.it

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Aggiungo soltanto che Beppe Grillo ha denunciato la disattivazione di 419 video da lui postati su Youtube; pare che a richiederla sia stata Google per presunta violazione della legge sul copyright: eppure i contenuti dei video di Grillo erano originali. Non è la prima volta (come anche questo articolo conferma) che su Internet calano le "attenzioni" del legislatore italiano: ricorderò, tanto per essere bipartisan, anche il ddl Levi presentato dal passato governo di centrosinistra, che andava nella stessa direzione del ddl Pecorella, e, oltre al ddl Alfano sulle intercettazioni, ricordato nel corpo dell'articolo, anche un altro disegno in proposito presentato da Gabriella Carlucci in questa legislatura. Informazione doverosa: nel sito http://firmiamo.it/internetsenzacensura si può trovare una petizione on line contro questo ddl, promossa dal Pdci.

Ulteriore aggiornamento:
Youtube ha riattivato l'account di Beppe Grillo. A chiederne la disattivazione era stata la CBS perché in UN SOLO video lo StaffGrillo (il canale del comico genovese su Youtube) aveva utilizzato le immagini di David Letterman che intervistava Obama. Quelle immagini sono state peraltro utilizzate su Youtube da altri utenti, i cui video sono rimasti tranquillamente visibili. Ora, per quell'UNICO video incriminato, Youtube aveva sospeso TUTTO l'account di Beppe Grillo, e dunque anche i restanti 418 video, visualizzati in totale 52296387 volte. Adesso l'account di Grillo è stato riattivato per ritiro della denuncia da parte della CBS, che si è resa conto di aver sollevato un grosso problema di libertà di informazione e di parola. Fosse per il "Giornale", che ha avuto addirittura l'impudenza di parlare di strumentalizzazioni da parte di Grillo (come se una censura di simili proporzioni fosse riducibile a una semplice questione di copyright), Youtube dovrebbe far vedere soltanto l'ultima puntata-flop di Vespa con Berlusconi in studio a farsi bello sulla tragedia dell'Abruzzo e a insultare i giornalisti: ho scritto, i giornalisti; e chiaramente non intendo Vespa, che infatti è rimasto immune da ogni addebito e consenziente ad ogni offesa da parte del Premier.

9 novembre 2008

Bruno Vespa parla di scuola...

da http://precariliguria.blog.kataweb.it/

Il Secolo XIX (01/11/2008): A scuola si può migliorare il profitto risparmiando… (di Bruno Vespa)

A scuola si può migliorare il profitto risparmiando e i rettori dicano dove tagliare gli stipendi inutili
di Bruno Vespa

Le manifestazioni contro il decreto Gelmini hanno oscurato per qualche giorno perfino la crisi economica. Non deve sorprendere: la scuola è tradizionalmente lo zoccolo duro dell’elettorato di sinistra. Secondo Renato Mannheimer, il 33 per cento ottenuto dal Pd alle ultime elezioni diventa il 36 per cento tra gli insegnanti e il 3 per cento della sinistra radicale si raddoppia. Complessivamente, il 36 per cento diventa il 42.
Interpellati dai cronisti, molti dei manifestanti confessavano di non avere ben chiari i motivi della protesta.
E si può capirlo. Il decreto può riassumersi sommariamente in sei capitoli. Su cinque quasi tutti sono d’accordo: inserimento della Costituzione come materia di studio, mantenimento dello stesso libro di testo per cinque anni, sostituzione del giudizio con un voto numerico, valorizzazione del voto in condotta, messa in sicurezza degli edifici scolastici. Il dissenso è sul ritorno al maestro unico, affiancato per altro dal docente di inglese e di religione (per chi se ne avvale).
Chi ha un po’ di memoria ricorda che nella Prima Repubblica il numero degli insegnanti fu moltiplicato non per imprescindibili ragioni didattiche, ma perché si voleva far lavorare più gente. In Europa il maestro unico c’è dappertutto, con la parziale eccezione della Germania, dove più maestri vengono introdotti nella terza classe. In Inghilterra c’è un solo maestro che cambia ogni anno. Nella scuola primaria italiana, c’è un insegnante ogni 10.7 alunni. La media Ocse è di uno ogni 16. In Inghilterra e in Francia ce n’è uno ogni 20. In Spagna e in Austria, uno ogni 14. Negli Stati Uniti e in Svizzera, uno ogni 15. In Giappone, uno ogni 19. A parità di potere d’acquisto, in Italia spendiamo per ogni alunno delle elementari 6.835 dollari, contro i 5.365 della Francia, i 5.014 della Germania, i 5.502 della Spagna, i 6.361 dell’Inghilterra. Eppure i nostri insegnanti di qualunque livello sono i meno pagati del mondo sviluppato. Un professore di liceo guadagna dopo quindici anni di insegnamento 26.400 euro, contro una media Ocse di 34.800euro, in linea con i principali Paesi europei (salvo i tedeschi che sono a 44.400 euro e gli olandesi a 49.000). Si può andare avanti così? Non è meglio avere meno insegnanti e pagarli meglio? Si dice: riducendo i maestri, si abolisce il tempo pieno. Ho sfidato su questo punto in televisione il ministro Gelmini. Sfida raccolta. «A fine gennaio, quando si completeranno le iscrizioni per il prossimo anno – ha risposto – vedrete che il tempo pieno sarà incrementato». Non vale la pena di aspettare prima di metterla in croce?
Capisco che non sostituire i centomila insegnanti che andranno in pensione entro tre anni e non confermare nello stesso periodo 87mila supplenti è una misura dolorosa. Ma allora si abbia il coraggio di dire che la scuola italiana serve a pagare stipendi inutili per ragioni sociali, senza mascherarsi dietro supposte e irreparabili crisi didattiche ai danni dei nostri figli e nipoti.
D’altra parte, i commentatori più autorevoli – tutti professori universitari – hanno riconosciuto che nella scuola si può migliorare il profitto risparmiando. Luca Ricolfi ha parlato sulla Stampa di tagli salutari del 10per cento all’anno.
Bene, poiché la scuola costa 43 miliardi all’anno, in tre anni si arriverebbe a 13 miliardi. La Gelmini vuole tagliarne otto. Allora?
E veniamo all’Università. Quanti sanno che non c’è ancora niente di stabilito? Anche qui tuttavia dobbiamo metterci d’accordo. È possibile avere 170mila insegnamenti controla media europea di 90mila? Lo stipendificio delle scuole elementari scompare dinanzi alla vergogna di 37 corsi di laurea con un solo studente, 113 corsi con meno di dieci alunni e 323 con meno di quindici.
Come si fa ad invocare maggiori investimenti pubblici – che pure sarebbero necessari – quando si continua a pagare sulla base della sciagurata ‘spesa storica’, non distinguendo cioè gli atenei virtuosi (pochissimi, purtroppo) da quelli sull’orlo del fallimento? Perché la conferenza dei rettori, invece di minacciare dimissioni di massa, non si assume l’ingrato compito di stilare una lista suggerendo a chi dare i soldi e a chi toglierli?

BRUNO VESPA,
giornalista e scrittore, dirige e conduce “Porta a porta” su RaiUno.

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Commento di Paolo Fasce

L’articolo di Bruno Vespa pubblicato sabato 1 novembre su Il Secolo XIX è una ricca sequenza di informazioni sbagliate. E’ fuor di dubbio che siano abilmente collezionate e presentate, ma si tratta di retorica che non reggerebbe ad un confronto tecnico. Basterebbe un qualsiasi insegnante per fare obiezioni deflagranti.
Vespa sbaglia quando confronta mele con pere; tra i docenti italiani ci sono anche quelli di Religione e Sostegno, assenti negli altri paesi e, gli ultimi, additati in tutto il mondo come un fiore all’occhiello della pedagogia praticata nel nostro paese. Vespa sbaglia quando parla di “zoccolo duro della sinistra”; il 42% di un milione e rotti di lavoratori non può certo rappresentare un problema per Berlusconi, visto che il 58% si orienta altrove. Sbaglia quando dice che siamo tutti d’accordo sullo studio della Costituzione; visto che l’educazione civica c’era già, si tratta di specchietto per le allodole. Sbaglia quando dice che siamo tutti d’accordo sulla chiarezza del voto numerico; si mettano in ordine i seguenti voti e li si traduca in parole chiare: sei meno; sei meno meno; cinque al sei; cinque e mezzo; sei piu’. Sbaglia quando afferma che il numero degli insegnanti (in particolare elementari) fu moltiplicato non per imprescindibili ragioni didattiche, ma perché si voleva far lavorare più gente; la scuola elementare eccelle nel mondo, segno che un investimento in risorse (anche umane) paga. Sbaglia quando lascia intendere che il voto in condotta avrà ricadute reali nella scuola di oggi; si metta il naso in classe per capire l’antifona. Sbaglia quando cita i tagli invocati da Ricolfi, altrettante personalità propongono di investire nella scuola. Sbaglia quando cita i dati OCSE dimenticando quelli che non gli fanno comodo: in Italia si investe poco nell’istruzione e nella ricerca; semplicemente investendo come accadenegli altri paesi, gli stipendi degli insegnanti potrebbero crescere. Sbaglia quando parla dei corsi di laurea con un solo studente (smentito già da una settimana: http://www.flcgil.it/notizie/rassegna_stampa/2008/ottobre/la_bufala_dei_37_corsi_della_gelmini_finalmente_svelata). Sbaglia quando parla di “stipendificio delle scuole elementari” per denigrare l’Università; pensi a Mamma RAI e al cimitero degli elefanti nel quale auspichiamo che finisca anche lui.

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Per dovere di cronaca, e per farci una bella risata, concludo questo post da tedio domenicale proprio con la bufala dei 37 corsi universitari con un solo studente, svelata dal sito della FLCgil come Paolo Fasce, docente, ha denunciato nel precedente commento alla velina di Bruno Vespa. Buon divertimento.

La bufala dei 37 corsi della Gelmini finalmente svelata

Sull’uscita della gelmini, che ha denunciato l’esistenza in italia di 37 corsi di laurea con un solo studente, scrivevo ieri che forse una ministra farebbe meglio a lavorarci, su questo tipo di problemi, anzichè andare in televisione a denunciarli come se fosse un’inviata di striscia la notizia.

Ora però il mistero è chiarito, Mentana ha mandato i suoi inviati di matrix nelle università dove si sarebbero tenuti i corsi con un solo studente e ha scoperto che:

  • I corsi denunciati come monostudenti hanno invece un numero regolare di studenti, intorno ai 50 e oltre;
  • l’equivoco nasce da tabulati provvisori del ministero, dove il sistema informatico inseriva il numero 1 in attesa di ricevere i dati completi dei nuovi corsi;
  • la notizia bufala è stata inserita per la prima volta alcuni anni fa nel famoso libro ‘La casta’ di Stella e Rizzo, basata appunto sul tabulato provvisorio, e da allora è stata ripresa decine di volte da tutti i giornali, ogni volta come se fosse una novità assoluta.

Ecco quindi chiarito come ha avuto l’informazione sui 37 corsi la ministra gelmini, che ne ha dato notizia in forma ufficiale in conferenza stampa, in piedi alla destra del premier silvio berlusconi. L’ha letta su un giornale che aveva evidentemente ripreso una notizia vecchia di qualche anno e anche fasulla, spacciandola per nuova. Ci ha creduto e ha pensato di rilanciarla per giustificare i tagli.

Tutto ciò è fantastico. No, di più, è simbolico. E’ molto simbolico. E’ un cerchio che si chiude.

La ministra, a capo del ministero della Pubblica Istruzione, per sapere cosa succede nelle Università raccoglie informazioni dai giornali.

I giornalisti, per scrivere articoli sulla scuola, raccolgono informazioni dai vecchi libri e le riciclicano come se fossero scoop sensazionali.

Gli autori della Casta, spiace anche per loro, hanno raccolto le informazioni dal ministero ma non si sono preoccupati minimamente di verificare la notizia, che doveva apparire evidentemente strana.

E così il ministero stampa un tabulato sbagliato, gli autori di un libro di denuncia lo prendono per buono e danno la notizia choc, negli anni successivi i giornalisti pigri riciclano la bufala enne volte e infine la ministra gelmini, che evidentemente apprende dai giornali come vanno le cose nella scuola italiana, se la beve anche lei e va in televisione a denunciare il fatto come una vera vergogna.

E pensare che verificare la fonte era solo questione di mandare una persona nelle università a vedere come stavano le cose, come ha dimostrato Mentana a Matrix. Era facile.

Non ci voleva molto ma non l’ha fatto nessuno. Perchè? Perchè così vanno le cose.

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