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Questo blog è casa mia. Come una casa si arreda secondo i propri gusti, così su questo spazio scrivo quello che mi pare, con o senza il gradimento altrui. Gli unici nomi reali che vi compaiono appartengono a personaggi pubblici, riguardo ai quali, si spera ancora per qualche tempo, è in vigore la libertà d'opinione. A volte anche a me, come a tutti i gestori di spazi simili a questo, succede di scrivere storie ispirate a vicende personali. Ma in quei casi i nomi sono o fittizi o assenti del tutto. Se qualcuno o qualcuna, geograficamente vicino o vicina a me, crede di riconoscersi in qualche personaggio di cui scrivo, sono problemi esclusivamente suoi: da parte mia, posso soltanto consigliare a questi individui di non far più visita a questo spazio. Io racconto storie, non rilascio deposizioni giudiziarie, né faccio pettegolezzo da portineria: quest'ultimo soprattutto è uno sport che lascio volentieri ad altri o ad altre. Concludo questa seconda avvertenza, che si è resa necessaria contro la mia volontà, con un proverbio napoletano che calza a pennello con la circostanza: "Chi vò male a chesta casa addà crepà primm ca trase."


Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950. "Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli, ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico." - Pubblicato nella rivista “Scuola democratica”, 20 marzo 1950





un dito per maroni























 

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25 maggio 2010

Bluff nucleare

di Riccardo Bocca
E' il piano atomico voluto da Berlusconi. Ma una centrale simile a quelle previste è già in costruzione in Finlandia. E provoca ritardi e dubbi. Così il nostro programma avrà tempi, costi e vantaggi discutibili


C'è un sistema, scomodo ma efficace, per vedere cosa potrebbe riservarci la nuova stagione nucleare italiana, il rinascimento atomico lanciato dal governo Berlusconi. Bisogna volare in Finlandia e raggiungere l'isolotto di Olkiluoto, tre ore di automobile da Helsinki lungo la costa baltica. Un angolo di terra dove, protetto da insistiti controlli di sicurezza, svetta il più grande reattore nucleare mai concepito al mondo: il Gigante, com'è chiamato da queste parti.

Una struttura alta 63 metri che a fine lavori ingloberà 52 mila tonnellate d'acciaio e sprigionerà 1.600 megawatt di energia. Un pachiderma costruito dagli oltre 4 mila operai del consorzio franco-tedesco Areva-Siemens, identico per potenza, partner (Areva) e tipo di reattore (Epr, European pressurized reactor) agli impianti previsti sul nostro territorio: le ormai famose quattro centrali annunciate, prima dello scandalo "cricca", dall'ex ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola. Uno scenario che, a giudicare dal prototipo finlandese, è tutt'altro che rassicurante.

"A Olkiluoto niente procede come stabilito", testimonia il parlamentare di Centro ed ex ministro dell'Ambiente Kimmo Tiilikainen: "L'opera è partita nel 2005 e doveva finire entro il 2009: invece arriveremo, come minimo, al 2012". Peggio ancora il capitolo costi: "Dai 3 miliardi di avvio siamo agli attuali e per nulla definitivi 5,5".

Quanto alla gestione della sicurezza, il deputato parla di una situazione "imbarazzante". Una via Crucis documentata dagli ispettori pubblici, che più volte hanno riscontrato irregolarità: "Nel 2005 è stata cambiata, senza permesso, la composizione del cemento alla base del reattore", racconta Lauri Myllyvirta di Greenpeace Finlandia: "Nel 2007 si è scoperto che l'involucro del reattore era stato saldato, per mesi, senza i dovuti controlli". E a maggio 2009, dopo che l'Agenzia nazionale per la sicurezza atomica finlandese ha contestato ad Areva l'inesistente "avanzamento nella progettazione dei sistemi di controllo e protezione", gli ambientalisti hanno invocato "la revoca dell'autorizzazione al consorzio".

Episodi gravi, noti agli addetti ai lavori internazionali, ma ininfluenti per il nostro governo. C'era invece euforia, il 9 aprile scorso, quando Italia e Francia hanno perfezionato l'accordo per il nostro ritorno al nucleare. Come non fosse mai esistito il referendum del 1987, con il quale vennero pensionate le tre centrali in funzione a Caorso, Trino Vercellese e Latina (quella di Garigliano era chiusa dal 1978). Vecchie storie. Adesso il futuro energetico italiano è nelle mani di Enel e Ansaldo, che con le cugine Edf (Electricité de France) e Areva costruiranno reattori di cosiddetta terza generazione avanzata. Come quello di Olkiluoto, appunto. "Un progetto pericoloso e inutile", a sentire Ermete Realacci (Pd). Sorretto, a suo avviso, da una strategia discutibile: "Si confonde l'opinione pubblica divulgando che l'energia nucleare costerà meno. Che finalmente ci libererà dalla schiavitù delle importazioni. Che non è pericolosa. Che è in linea con le direttive della Ue. Che ci consentirà di stare al passo con i grandi del pianeta... Tutte invenzioni che pagheremo sulla nostra pelle".

Sono le bufale atomiche. L'eccesso di ottimismo per nascondere problemi enormi, a volte irrisolvibili. Una scelta ripetuta anche il 26 aprile, in occasione dell'anniversario di Chernobyl, quando Berlusconi ha ricevuto nella sua villa di Lesmo l'amico e presidente russo Vladimir Putin.

A fine incontro, il nostro premier ha annunciato la partecipazione dell'Enel al progetto di una centrale a Kaliningrad. Ha citato la sinergia per sviluppare un reattore chiamato Ignitor. E soprattutto, ha anticipato che "i lavori per la prima centrale italiana partiranno in questa legislatura, cioè entro tre anni". Parole precise, inequivocabili. Ma del tutto infondate, ha illustrato tre giorni dopo Giuseppe Morbidelli, docente di Diritto a La Sapienza di Roma, durante la "Conferenza annuale di diritto dell'energia".

"I passaggi previsti dal decreto legislativo 31 del 2010, rendono impossibile avviare la costruzione di una centrale prima del 2017", spiega. "L'Agenzia nazionale per la sicurezza nucleare dovrà, innanzi tutto, fissare con Regioni e Consiglio dei ministri i parametri per individuare il sito: procedura che finirà nel luglio 2011". Poi ci saranno "scelta e certificazione del sito stesso, con l'Agenzia che si confronterà con la singola Regione e la Conferenza Stato-Regioni: e siamo a novembre 2012".

Dopodiché gli operatori interessati presenteranno domanda all'Agenzia per la costruzione e gestione degli impianti, "e l'iter si concluderà a maggio 2017". Se tutto fila liscio, dice Morbidelli: "finora, infatti, non esistono né l'Agenzia nazionale per la sicurezza, né il documento programmatico del governo a monte dell'intera operazione".

È sempre così, quando si tratta di nucleare made in Italy. Prima arrivano gli annunci a effetto, le certezze matematiche, poi i dubbi e le riflessioni. Sta capitando anche sul fronte della sicurezza, aspetto più che prioritario. L'8 marzo scorso, ad esempio, l'amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, ha dichiarato che "il ritorno all'atomo non comporta alcun rischio".

L'ex ministro Scajola, in precedenza, si era augurato che gli costruissero "una centrale nucleare davanti casa", e sulla stessa linea è il sottosegretario allo Sviluppo Adolfo Urso, che con "L'espresso" critica "l'inutile allarmismo degli scienziati da bar". Tutto questo però non chiude il discorso: lo spalanca. Roberto Mezzanotte, ex capo del Dipartimento nucleare dell'Ispra (l'Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) non ha difficoltà ad ammettere che "per quanto il singolo, in percentuale, corra rischi minimi, la possibilità di un incidente atomico esiste ed è innegabile". Il tutto mentre dall'estero arrivano notizie sgradevoli, con le Autorità nazionali di sicurezza nucleare finlandese, francese e inglese che a novembre hanno censurato, in una nota congiunta, i sistemi di controllo dei reattori Epr.

Addirittura, per archiviare la bufala della sicurezza al 100 per cento, l'organizzazione Sortir du nuclear (Uscire dal nucleare) ha reso pubblici a marzo i documenti interni della società Edf sul reattore di Flamanville, fotocopia (ben lontana dall'essere conclusa) di Olkiluoto e dei futuri impianti italiani. Sul banco degli imputati è finito il progetto Epr, che "prevede di adattare la potenza del reattore alla richiesta istantanea della rete", ma in questo modo potrebbe generare il rischio esplosione. Un pericolo tanto serio quanto taciuto dai nuclearisti italiani.

In compenso, Berlusconi ha dichiarato giorni fa che "il 54 per cento degli italiani è favorevole" al nucleare, ma stavolta a smentirlo è la ricerca di mercato svolta dall'istituto Format e presentato nel convegno "Energetica". Un'analisi "statisticamente rilevante" che fotografa un'altra Italia, nella quale tre persone su quattro affermano di non voler considerare l'ipotesi di una centrale nella propria provincia, mentre il 72 per cento ritiene che le tecnologie disponibili non offrano sufficienti standard di sicurezza.

Non bastassero le percentuali, poi, e si volesse sondare la pancia degli italiani, basta spostarsi su Facebook, dove fioriscono la rabbia, i sarcasmi e la violenza verbale del gruppo "Raccolta firme per una centrale nucleare ad Arcore", affollato da oltre 5.700 antinuclearisti. Scrive Roberto P.: "È ora di incazzarsi sul serio! Finché ci riduce a imbecilli con le sue televisioni, poteva passare. Adesso, con 'sta merda del nucleare ha passato i limiti...". Ed è un commento tra più pacati.

"Quello che lascia sgomenti", afferma il fisico Gianni Mattioli, "è l'impossibilità di un confronto con le istituzioni. Ho contattato, con altri studiosi di fama internazionale, il ministero per lo Sviluppo economico. Abbiamo incontrato vari consiglieri, ci è stato assicurato un interesse al dialogo, ma non s'è concluso niente". Eppure ce ne sarebbero, di questioni da affrontare. Partendo dalla domanda fondamentale: perché l'Italia deve tornare all'atomo? Cos'è cambiato dalla stagione del referendum? E che vantaggio dobbiamo aspettarci? "Totale", assicura Urso: "Parliamoci chiaro: tutte le nazioni industrializzate investono in energia atomica, perché non dovremmo noi? Se poi vogliamo farci del male, se preferiamo essere sordi e ciechi come gli ambientalisti nostrani, d'accordo. Ma non lamentiamoci delle conseguenze...".

Suicida, sostiene in altri termini Urso, sarebbe rinunciare a un "mix energetico con il 25 per cento di nucleare, il 25 di energie rinnovabili e un altro 50 di combustibili fossili". Piano sul quale, in linea di massima, si potrebbe ragionare. Se non ci fossero altri dettagli: "Prima di tutto", sostiene il professor Mattioli, "va chiarito che il nucleare rappresenta il 2 o 3 per cento dei consumi mondiali di energia. Secondo, non è vero che il nucleare faccia furore ovunque. Le statistiche dell'International atomic energy agency (Iaea) mostrano come, dopo vent'anni di paralisi, nel mondo occidentale siano previsti soltanto due nuovi reattori, quello a Olkiluoto e l'altro di Flamanville, in Francia: nazione, tra parentesi, dov'è prevista la chiusura di 12 centrali. Nel frattempo, il presidente degli Stati Uniti Barak Obama ha stanziato 8,3 miliardi di dollari per due reattori in Georgia (a fronte dei 160 miliardi annunciati per l'energia rinnovabile), ma in parallelo vengono dismesse 28 centrali. Stesso discorso valido per il Giappone, che avvia un reattore e ne chiude cinque".

Quanto al mix energetico prospettato dal governo italiano, 25 per cento nucleare 25 rinnovabili e 50 fossili di cui parla Urso, "i conti comunque non tornano", afferma il direttore di Greenpeace Italia Giuseppe Onufrio. Non è vero, infatti, "che il 25 per cento dei consumi energetici sarà coperto da fonti rinnovabili. In realtà, i consumi elettrici costituiscono il 20 per cento dell'energia consumata in Italia, per cui alla fine la quota rinnovabile sarà del 5 per cento". Il che da un lato danneggerà l'ambiente, dall'altro "è incompatibile con la direttiva 28/2009 dell'Unione europea, che impone all'Italia per il 2020 il 17 per cento di rinnovabili".
Critiche, appelli, accuse al governo di miopia o malafede: questo, per adesso, è l'indotto delle bufale nucleari (se ne parla, fino al 23 maggio, al Festival dell'energia di Lecce).

Mentre il governo accusa il colpo della caduta di Scajola, e congela tutte le nomine legate al nucleare, si ribellano le Regioni, 13 delle quali sono già ricorse alla Corte costituzionale per gli articoli 25 e 26 della legge 99/2009, che "non rispettano le realtà locali, prevedendo un semplice parere in sede di Conferenza unificata, e non precise intese con le Regioni" (parole del governatore dell'Emilia Romagna Vasco Errani). Protestano gli accademici, che in un documento sottoscritto a marzo da 23 studiosi (il Comitato energiaperilfuturo.it) chiedono "una politica energetica basata, innanzitutto, sulla riduzione dei consumi e l'eliminazione di sprechi".

E mentre il centrosinistra, tanto per cambiare si spacca, con decine di intellettuali, scienziati e parlamentari che chiedono al segretario del Pd Pier Luigi Bersani di aprire al nucleare, perplesso resta Edo Ronchi, ex ministro dell'Ambiente oggi a capo della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Che a proposito delle contraddizioni in atto, cita un esempio elementare: "Il governo continua a dichiarare che l'energia atomica ci libererà dalla schiavitù delle importazioni di petrolio o altro. Ma non è vero. L'Italia non possiede un grammo dell'uranio necessario alle centrali, e mancano anche gli impianti stessi per arricchirlo (e renderlo un potente combustibile, ndr)". Morale: "Dipenderemo sempre e comunque dagli stranieri, che decideranno se chiudere i rubinetti o meno".

Una riflessione, questa, che riporta al punto di partenza. Ovvero al dubbio che l'avventura nucleare italiana, vista dal centrodestra come una panacea energetica, non sia forse così conveniente. Berlusconi, è vero, ha dichiarato che "il nucleare è un dovere". I vertici dell'Enel sono convinti che grazie all'atomo toccheremo "i livelli di competitività dei principali partner europei". Ma poi ci sono i documenti, a fare da controcanto, le analisi internazionali. Nel giugno 2009, ad esempio, il centro studi americano di Moody's ha presentato una relazione sulla "New nuclear generation", dove si calcola per le imprese che investano in impianti atomici "il deterioramento del rating (la valutazione della capacità di far fronte al pagamento dei debiti) tra il 25 e il 30 per cento": più che sconsigliabile, per società quotate in Borsa. E cinque mesi dopo Citigroup, gigante dei servizi finanziari, ha titolato uno studio sul mercato inglese "New nuclear, the economics say no".

Si potrebbe continuare, volendo. Magari sottolineando, come fa Ronchi, che "mentre il governo italiano parla di 4,5 miliardi per costruire un reattore da 1.600 megawatt, in Canada Areva ha parlato di circa sette miliardi". O riferendo che, ancora secondo Citigroup, un reattore rende solo vendendo la sua energia a 70 euro per megawattora, mentre in Italia il costo medio dal 26 aprile al 2 maggio 2010 è stato 57,21 euro. "Ma prima di pensare il futuro", interviene Realacci, "va capito cos'è il nostro presente nucleare. Non tutti, infatti, sanno che ogni anno paghiamo in bolletta 400 milioni di euro per il decommisioning, la chiusura e gestione delle vecchie centrali". E non è l'unica eredità sgradita, che passa sotto silenzio.
A Saluggia, per esempio, nel cuore del vercellese, è rimasto attivo fino al referendum dell'87 l'impianto Eurex, creato per riprocessare combustibili atomici (ossia estrarre gli elementi riciclabili dal combustibile esausto). "Siamo la cittadina simbolo delle bugie atomiche", spiega Gian Piero Godio, responsabile energia di Legambiente Piemonte. E smentirlo è difficile: "Per decenni lo Stato ha promesso di rimuovere le scorie, di restituirci il famoso green field, il prato verde che avevamo un tempo. Invece ci troviamo, oggi, con la falda acquifera superficiale radioattiva, l'80 per cento delle scorie nazionali (che superano le 100 mila tonnellate, ndr.) ammucchiate in una struttura a 50 metri dalla Dora Baltea, e con il progetto in corso per costruire un altro deposito: sempre vicino al fiume, sempre a rischio".

Con che spirito, si domanda Godio, "possiamo accogliere il rinascimento nucleare? Con quale coraggio, il governo punta sul'atomo come energia pulita?". A differenza delle bufale, le risposte serie latitano.

(da L'Espresso, 20 maggio 2010)

23 febbraio 2010

Tg1, Minzolini contro tutti

da http://teleipnosi.blogosfere.it/

Maria Luisa Busi, volto noto del Tg1 delle 20, domenica mattina si reca a L'Aquila per firmare un servizio sulla situazione della ricostruzione e la sua troupe viene pesantemente contestata da un gruppo di cittadini, che accusano il notiziario di Rai uno di fare propaganda per il governo occultando scientificamente i tanti disagi e ritardi che stanno rendendo ogni giorno più difficile la vita di migliaia di sfollati.

La Busi, che evidentemente è una persona onesta e non se l'è sentita di negare quanto ha potuto toccare con mano, ha ammesso a titolo personale i limiti dell'informazione del suo telegiornale: «Quello che ho visto in questi giorni con i miei occhi è molto più grave di come talvolta è stato rappresentato. Migliaia di persone sono ancora in albergo, le case non bastano e la ricostruzione non è partita». Insomma, una situazione leggermente diversa dai miracoli del governo del fare capitanato dalla premiata ditta B&B (Berlusconi e Bertolaso) che in questi mesi ci ha raccontato la quasi totalità dell'informazione televisiva, Rai uno in primis con il duo M&V (Minzolini e Vespa).

Ovviamente Augusto Minzolini, come ogni leccapiedi che si preoccupa di salvare la faccia, non ci sta a fare la figura del cane da guardia del potere, di quello piazzato sulla poltrona importante per proteggere i padroni politici a discapito degli interessi dei cittadini, e meno che mai può accettare una critica tanto aperta da una collega che lavora sotto la sua direzione al telegiornale. Solo che c'è un piccolo problema: l'Emilio Fede del primo canale ha il grosso della redazione contro, e un richiamo alla Busi rischierebbe di rendere ancora più evidente questa imbarazzante situazione.

Allora come si procede? Si organizza un patetico colpo di mano, infilando un documento di sostegno alla linea editoriale del telegiornale al termine di una riunione il cui ordine del giorno prevedeva tutt'altri temi, quando la metà dei giornalisti se ne sono già andati, in modo che venti minzoliniani (su 130 redattori) riescano ad approvare poche righe di difesa d'ufficio del direttore.

Sul documento si legge: «Non è consentito a nessuno di offendere i giornalisti del Tg1 accusandoli di avere fatto e di fare un'informazione incompleta e faziosa per quanto riguarda la copertura del terremoto e del post-terremoto in Abruzzo». Sbagliato, in un paese libero, a chi paga il canone e a chi si ritrova ancora privo di un tetto senza che nessuno se ne accorga, è consentito protestare, criticare e anche offendere. Se Minzolini ha davvero qualcosa in contrario vada a discuterne, a telecamere accese, con quelli che non hanno ancora una casa. Siamo curiosi di assistere alla scena.

23 dicembre 2009

Spionaggio di Stato

da http://antefatto.ilcannocchiale.it/

Schedare e spiare giornalisti, magistrati e politici di opposizione è fra le attività “indispensabili alle finalità istituzionali” dei servizi segreti, dunque il reato è coperto dalla “speciale causa di giustificazione” che, secondo la legge 124 del 2007, “si applica quando le condotte sono poste in essere nell’esercizio o a causa di compiti istituzionali dei servizi di informazione per la sicurezza” e “indispensabili e proporzionate al conseguimento degli obiettivi dell’operazione non altrimenti perseguibili”.


SEGRETO DI STATO


Insomma l’archivio riservato del Sismi sequestrato il 5 luglio 2006 dalla Digos su mandato della Procura di Milano nell’ufficio segreto di via Nazionale 230 a Roma e gestito dall’analista Pio Pompa, fedelissimo dell’allora direttore Niccolò Pollari, è da ritenersi “autorizzato dal presidente del Consiglio dei ministri”. Il che consente a Pollari e Pompa di rifiutarsi di rispondere al magistrato. Lo ha comunicato lo stesso Silvio Berlusconi due settimane fa alla Procura di Perugia, che il 27 aprile scorso ha ereditato per competenza da quella di Roma il fascicolo sulle deviazioni del Sismi.

Fra i magistrati spiati, infatti, ce n’erano alcuni in servizio nella Capitale. Un mese fa il pm umbro Sergio Sottani ha concluso le indagini e depositato gli atti a disposizione delle parti: un atto che prelude alle richieste di rinvio a giudizio.Gravi i due reati contestati all’ex direttore e al funzionario: il peculato per aver distratto, appropriandosene e usandole, “somme di denaro, risorse umane e materiali” per fini diversi da quelli istituzionali, come la redazione di “analisi sulle presunte opinioni politiche, sui contatti e sulle iniziative di magistrati, funzionari dello Stato, associazioni di magistrati anche europei, giornalisti e parlamentari”; e l’indebita intrusione nella vita privata delle persone schedate, con la “violazione, sottrazione e soppressione della corrispondenza elettronica dell’associazione di magistrati Medel”, l’“accesso abusivo al sistema informatico dell’associazione”, la “violazione della privacy”. Per la seconda imputazione il pm romano aveva chiesto l’archiviazione (prima che il gip e il gup si dichiarassero incompetenti), ma quello di Perugia è di diverso avviso e intende processare Pollari e Pompa anche per quello. Alla notifica degli atti, i due indagati han chiesto di essere interrogati. E, assistiti dagli avvocati Franco Coppi e Titta Madia, hanno opposto il segreto di Stato. Il pm Sottani è caduto dalle nuvole e s’è rivolto a Palazzo Chigi, che per legge è l’unico depositario del top secret, con due distinte richieste per Pollari e per Pompa: ai fini dell’indagine, gli serve sapere chi pagava l’affitto dell’ufficio di via Nazionale, a chi erano intestate le utenze telefoniche e soprattutto chi impartiva le direttive a Pompa e Pollari. Berlusconi ha già risposto per Pollari: tutte le questioni poste sono coperte da segreto di Stato. La risposta per Pompa è attesa per i primi del 2010 e ben difficilmente si discosterà dall’altra. Se ne deduce che lo spionaggio su vasta scala messo in atto dal Sismi a partire dal 2001 contro i supposti nemici non dello Stato, ma di Berlusconi, era autorizzato, se non addirittura ordinato dal secondo governo, il Berlusconi-2.

IL PRIMO SALVATAGGIO.

Il segreto di Stato (opposto sia dal governo Prodi sia dal governo Berlusconi) ha già salvato Pollari da un altro processo, quello a Milano per il sequestro di Abu Omar, per cui sono stati condannati in primo grado una ventina di agenti e dirigenti della Cia e, per favoreggiamento, Pio Pompa (3 anni) e il giornalista prezzolato Renato Farina, alias “agente Betulla” (ha patteggiato 6 mesi prima di entrare alla Camera come deputato del Pdl).

Ora il top secret potrebbe salvare Pollari e Pompa anche nel processo per le schedature ad personam gentilmente offerte al Cavaliere, del quale entrambi sono devotissimi, pur mantenendo eccellenti rapporti anche col centrosinistra, in particolare con l’area dalemiana. Memorabile il fax che Pompa inviò al suo spirito-guida il 21 novembre 2001: “Signor Presidente, sul foglio che ho davanti stento ad affidarmi a frasi di rito per esprimerLe la mia gratitudine nell’aver approvato… il mio inserimento, quale consulente, nello staff del Direttore del Sismi... Sarò, se Lei vorrà, anche il Suo uomo fedele e leale... Desidero averLa come riferimento e esempio ponendomi da subito al lavoro... Avendo quale ispiratore e modello di vita don Luigi Verzé, posso solo parlarLe con il cuore: insieme a don Luigi voglio impegnarmi a fondo, com’è nella tradizione contadina della mia famiglia, nella difesa della Sua straordinaria missione... La Divina Provvidenza mi ha concesso di sperimentare la possibilità di poter lavorare per Lei...”. Ben altri toni, da maccartista anni Cinquanta, quelli usati nelle veline trovate nel suo ufficio. Veline anonime che additavano gli avversari del premier da “disarticolare”, “neutralizzare”, “ridimensionare” e “dissuadere”, anche con “provvedimenti” e “misure traumatiche”. Fra questi, i pm milanesi Bruti Liberati, Boccassini, De Pasquale, Borrelli, Davigo, Taddei, D’Ambrosio, Greco, Ichino, Carnevali, Colombo e Napoleone; i romani Loris D’Ambrosio, Almerighi, Salvi, Cesqui, Sabella; i palermitani Ingroia, Principato, Natoli e l’ex procuratore Caselli; e altri noti magistrati come i fratelli Mancuso, Monetti, Melillo, Perduca, Casson, Lembo, Vaudano, più il francese Barbe e lo spagnolo Garzòn. E poi giornalisti e intellettuali: Furio Colombo, Arlacchi, Flores d’Arcais, Santoro, Ruotolo, Pennarola, Cinquegrani, Giulietti, Serventi Longhi, Giulietto Chiesa, Eric Jozsef, Gomez, Barbacetto e Travaglio; D’Avanzo e Bonini di Repubblica sarebbero addirittura stati pedinati. E ancora, fra gli schedati, l’editore De Benedetti e politici come Violante, Brutti, Veltri, Visco, Leoluca Orlando e Di Pietro. Ora soltanto il Copasir potrebbe ribaltare il segreto di Stato, con una relazione motivata al Parlamento. Ma il candidato più accreditato a presiederlo, dopo le dimissioni di Rutelli, è proprio Massimo D’Alema, che ha sempre molto apprezzato Pollari. L’uomo giusto al posto giusto.

Marco Travaglio

da Il Fatto Quotidiano del 23 dicembre 2009

24 novembre 2009

I veri numeri della Giustizia

 da http://www.byoblu.com/post/2009/11/23/I-veri-numeri-della-Giustizia.aspx#continue

Berlusconi ha annunciato che "parlerà agli italiani" della riforma della Giustizia. Vespa è subito corso a ordinare un paio di scrivanie di ciliegio e una lavagna. Non si sa mai salti fuori un bel contrattino da firmare. Gli youtubers invece stanno affilando i videoregistratori e verificando i collegamenti: c'è aria di videoclip più cliccata del web.

 Se Porta a Porta assomigliasse di più a una trasmissione di informazione politica e di meno a una televendita, quel giorno in studio vedremmo un rappresentante della magistratura argomentare circa i "teoremi" del premier che ruotano intorno all'inefficienza dei giudici, così come vedremmo un giornalista come Marco Travaglio argomentare circa il tormentone della persecuzione giudiziaria iniziata "solo" con la sua discesa in campo, nel 1994.

 Invece non vedremo nulla di tutto questo: tutt'al più il solito Sansonetti intimidito di fronte alle battute sul Milan. Se poi un'Odifreddi qualsiasi si dovesse permettere di tirare fuori Noemi e la D'addario, basterà inquadrare La Russa che, al segnale di Vespa, scatenerà un inferno di filastrocche infantili turandosi naso ed orecchie come solo un vero ministro della Difesa sa fare. Del resto, sappiamo tutti qual è la situazione delle scuole d'infanzia e quanto costerebbe parcheggiare Ignazio al doposcuola. No, il contraddittorio ce lo faremo da soli, e giacché ormai siamo diventati bravi, questa volta arriveremo preparati.

  La prima argomentazione sarà che la Giustizia in Italia costa troppo. Berlusconi vi dirà che abbiamo troppi magistrati rispetto agli altri paese europei. Le fonti dove attinge i suoi dati sono le stesse dei sondaggi di Emilio Fede: ad personam, come le leggi del PDL. Noi invece, in quattro rapidi click ci portiamo sul sito del Consiglio d'Europa (noto covo di comunisti), consultiamo le pubblicazioni della Commissione Europea per l'Efficienza della Giustizia, il CEPEJ (noto covo di magistrati rossi), e scarichiamo il documento European Judicial Systems - Edition 2008 (dati riferiti al 2006).

  Scopriamo che nel 2006 l'Italia ha destinato a tutto il sistema giudiziario (tribunali, procure della Repubblica e patrocinio gratuito) ben 4 miliardi di euro. Per l'esattezza: 4.088.109.198€. Se è vero che non siamo tra i più virtuosi - Spagna e Francia hanno fatto meglio, rispettivamente con 2.983.492.000€ e 3.350.000.000€ -, è falso che siamo i più spendaccioni. Peggio di noi hanno fatto Inghilterra e Galles, con 5.343.199.553€ spesi, e la Germania, che addirittura ci doppia: 8.731.000.000€, quasi nove miliardi!

  Ad ogni italiano, il funzionamento della giustizia costa 70 l'anno. Spendono di più, tra le altre, la Norvegia, l'Olanda, la Scozia, il Galles, la Germania, la Svizzera, l'Irlanda e Monaco, in un crescendo che arriva fino a ben 168€ l'anno pro capite.


Costo procapite giustizia

 Mi direte voi: è un dato incompleto. Vero, va rapportato al Prodotto Interno Lordo, che misura - o quantomeno dovrebbe - la ricchezza di un paese. Se sperate però di ottenere così un responso meno clemente, per assecondare le tesi catastrofiste di Alfano & Co, rimarrete delusi. L'Italia risulta essere nella fascia alta dei paesi virtuosi per quanto riguarda la spesa pubblica destinata al funzionamento della giustizia, espressa come percentuale del PIL pro capite. Per l'esattezza, siamo il diciassettesimo paese più virtuoso. Ben 26 paesi fanno peggio di noi, tra cui: la Svizzera, l'Olanda, la Spagna, la Scozia, l'Inghilterra, la Germania, passando per l'Irlanda del Nord fino alla Croazia e alla Bosnia. Il cittadino del paese più virtuoso, l'Irlanda, spende ogni anno lo 0,10% del PIL pro capite. Un italiano spende lo 0,26% e un Bosniaco arriva a spendere lo 0,86%.
Costo Giustizia Pro Capite percentuale PIL

 In tutti i paesi oggetto della valutazione, ma proprio tutti, il più alto costo da sostenere sul budget allocato se ne va per gli stipendi dei magistrati. Inoltre, dove si è capito che per fare processi brevi bisogna dotare la Giustizia di infrastrutture tecnologiche meno obsolete, una larga fetta del budget viene investito nell'IT (computer, reti e accessori). E' questo il caso dell'Olanda, della Norvegia, dell'Irlanda e del Regno Unito.

 Veniamo ora all'annosa questione del numero totale di magistrati: secondo Berlusconi qui in Italia ne abbiamo troppi. Bene, sfogliamo con il ditino il nostro documento PDF e andiamo a pagina 110. Limitiamoci al numero di magistrati professionisti, definiti come coloro che hanno sostenuto un apposito corso di formazione e sono stati assunti per lavorare unicamente come magistrati.
 
 Quanti magistrati professionisti abbiamo ogni 100 mila abitanti? Undici, sì: qui in Italia ne abbiamo undici! Troppi? Vediamo: meno di noi ne hanno solo l'Irlanda (3,1), l'Inghilterra (7), la Spagna (10,1) e la Norvegia che però ne ha più o meno tanti quanti noi (10,9).
 La Francia ne ha 11,9, l'Olanda 12,7, la Svizzera ne ha 16,5, l'Austria più di 20, per non parlare della Germania (24,5), della Grecia (28,4), del Montenegro (37,2) e di Monaco, che arriva ad averne ben 54,5. Cinque volte tanto rispetto a noi.

Numero di magistrati ogni centomila abitanti
 
 Se poi vogliamo parlare del numero di magistrati non professionisti, ogni centomila abitanti, ecco la nostra più che onorevole posizione: quarti. Con dodici magistrati, veniamo dopo solo la Francia (5), la Bosnia (4) e il Portogallo (4).
Magistrati non professionisti per centomila abitanti
  Beh, ma allora forse il problema risiede nel personale non giudicante (un po' come gli operatori di piano nelle scuole), ovvero i portinai, i cancellieri, i segretari e gli uomini di pulizie dei tribunali. Saranno loro ad essere di troppo. O no?
 No. Ne abbiamo solo 46 ogni centomila italiani contro, per esempio, i 70 della Germania, i 93 della Spagna, i 135 della Slovenia e i 161 della Croazia!

PERSONALE GIUSTIZIA OGNI CENTOMILA ABITANTI

  Uff... Beh! Ma allora forse sono questi benedetti magistrati che non lavorano. Passano il tempo a giocare a freccette, possibile? 

 Neppure, mi spiace: proprio no. Nel 2006 in Italia, rispetto ai casi civili, è stata presa una decisione nel merito, ovvero il processo è arrivato a termine, in 2.653.113 casi, contro i 1.588.1981.624.484 casi della Francia e i 1.094.505 casi della Spagna. Semmai i processi in Italia si accumulano perché siamo l'unico paese dove nel solo 2006 se ne sono aperti 2.825.543, un numero più che doppio rispetto a quelli aperti in Germania (1.104.828), in Spagna (1.169.750) e superiore di un milione rispetto a quelli francesi (1.624.484). Non sarà che in Italia la percentuale di manigoldi ogni centomila abitanti è superiore a quella di un qualsiasi altro paese civile europeo? 
  Sembrerebbe di sì, visto che siamo il paese con il più alto numero di nuovi processi penali per atti criminosi gravi. Nel 2006 abbiamo avuto ben 1.230.085 nuovi processi. La Germania, seconda classificata, non arriva che a 854.099 casi.  Tra l'altro, li abbiamo risolti quasi tutti, dato che il numero di processi chiusi è stato di ben 1.168.044.
  In compenso, questo sì, siamo la nazione europea dove divorziare dura di più: ben 634 giorni
di litigate coniugali prima di arrivare a un compromesso, contro i 477 della Francia, i 321 della Germania e i 227 della Spagna.
 Ma allora non converrebbe mettere fuori legge il divorzio per una decina d'anni? Così, giusto il tempo di risolvere la coda del penale. Facciamo così: ci penso e nella notte - in perfetto stile PDL - butto giù un bel disegno di legge per riformare la giustizia, sulla base di questo accorgimento. Sono sicuro che a Silvio l'idea piacerebbe, visto il capitale che deve versare a Veronica per la procedura di divorzio in corso.

  Insomma, avete capito bene? Fotocopiate questi dati, consegnateli agli amici e ai colleghi di lavoro, attaccateli alle stazioni degli autobus, dei treni, alle vetrine e alle pareti dei pubblici esercizi. Soprattutto, faxateli alla redazione di Porta a Porta durante la registrazione della fatidica puntata. Dopo la performance, diffondete uno, dieci, cento, mille videoclip dove rispondete punto a punto alle confuse motivazioni delineate grossolanamente e in maniera demagogica da un esecutivo un po' troppo allergico ai dati, che qualsiasi giornalista con la schiena dritta potrebbe mettere in difficoltà sventolando una semplice fotocopia. ( E poi, ve lo ricordate Berlusconi l'ultima volta da Vespa? Non mi era parso un campione di lucidità).

  Se la riforma della Giustizia acquisisce assoluta priorità sui gravi problemi che investono questo paese, il motivo non è che il potere giudiziario funziona peggio rispetto alle modalità in cui viene amministrato altrove. Forse, al contrario, dimostra di funzionare anche meglio.

 Ecco, sì. Forse è questo il problema: certe toghe dovrebbero prendere esempio dai politici ed essere un po' meno zelanti

21 novembre 2009

L'affaire Marrazzo

da http://alessandrotauro.blogspot.com/

Se era davvero così indispensabile un segnale, un evento, una prova che dimostrasse quanto il "caso Marrazzo" non fosse l'ennesimo scandaluccio politico-sessuale "trans e cocaina", questa quasi-certezza è stata fornita alle ore 4 della scorsa notte, quando Brenda, uno dei teste più importanti per le indagini (e forse proprio per questo tra i più riluttanti a riferire con chiarezza le dinamiche di ciò di cui era a conoscenza), ha trovato la morte nel suo appartamento per asfissia da monossido di carbonio. Presumibilmente.

Nel suo appartamento valigie pronte, tracce di liquido infiammabile ed il pc immerso in un lavandino ricolmo d'acqua. Una sconcertante e dolorosa condanna a morte per chi ha probabilmente la colpa di sapere ciò che non ancora era stato detto.

L'intera vicenda "Marrazzo" è stata raccontata in tutte le versioni possibili, ciascuna contraddistinta nel corso del tempo da un fattore di veridicità estremamente variabile, grazie anche ai continui ritrattamenti ed alle interminabili modifiche dei resoconti dei singoli protagonisti (da Marrazzo ai 4 carabinieri imputati, passando per l'intero alveo del mondo trans coinvolto).
E in tutte le circostanze gli aspetti più pruriginosi e voyeuristici hanno avuto la meglio sul buon senso e sulle sfaccettature penali.

I dati assodati non sono molti: il 3 luglio due carabinieri, Carlo Tagliente e Luciano Simeone, fanno irruzione in un appartamento di Via Gradoli 96. All'interno ci sono Natalì, trans brasiliano, ed il Presidente della regione Lazio Piero Marrazzo.
Secondo i due carabinieri quel giorno nell'appartamento c'era anche (circostanza confermata dal suo legale Gianguarino CafassoMarco Cinquegrana), spacciatore per i trans e informatore per i CC, uomo chiave della vicenda, deceduto per apparenti cause naturali lo scorso settembre.
Natalì e Marrazzo negano la sua presenza.

Alcuni giorni dopo gli stessi carabinieri, assieme ad altri due colleghi (Nicola Testini ed Antonio Tamburrino) cercano di vendere un video di circa due minuti che ritrae Marrazzo e Natalì quello stesso giorno durante l'irruzione. Il filmato mostra, su di un tavolino, una modica quantità di cocaina, il tesserino del Presidente ed una quantità di denaro ancora non chiara.
Marrazzo e Natalì non notano alcuna ripresa. Identica posizione dei Carabinieri, che imputano a Cafasso le riprese.

Tramite Tamburrino contattano Massimiliano Scarfone (il celebre fotografo autore dello scatto che "incriminò" a suo tempo Silvio Sircana), che a sua volta contatterà l'agenzia "Photo Masi", di Carmen Pizzuti. Da lì i tentativi di vendita presso le redazioni di Oggi, Chi, Libero, Panorama.

E' a questo punto che sorgono interrogativi naturali a cui nessuno finora sembra aver dato troppo peso. O talvolta averli mai posti.

1. Piero Marrazzo afferma di essere stato rapinato dai due carabinieri di 5 mila euro (che poi diventeranno 3 mila) e di essere stato costretto a firmare tre assegni da 20 mila euro complessivi.
I Carabinieri negano tutto.
Perché Giangavino Sulas (giornalista di Oggi che visionerà il filmato) e affermano di aver notato una quantità di denaro nel video pari a ben Massimiliano Scarfone15 mila euro?

2. Piero Marrazzo afferma di aver ceduto i tre assegni ma di averne denunciato la scomparsa pochi giorni dopo. Perché il 13 luglio Adelfio Luciani, segretario di Marrazzo, denuncia la scomparsa di ben 9 assegni del libretto del Presidente?

3. La titolare dell'agenzia Photo Masi, Carmen Pizzuti, incaricata di vendere il filmato, dichiara di aver trovato assurda la strategia operata dei Carabinieri. E' lei stessa a porre questa domanda: perché compiere reati allo scopo di fare soldi con la vendita definitiva di un filmato ad un giornale anziché usare il video come arma di ricatto per incamerare molti più soldi e mantenere la vicenda sotto silenzio?

4. Perché non ci fu mai nessun tentativo di ricatto verso Marrazzo da parte dei carabinieri, video alla mano? Perché la presunta ricerca di denaro facile si direzionò subito verso la grande stampa (la redazione di Libero, direttore Feltri, venne contattata appena 8 giorni dopo l'irruzione) e non verso Marrazzo?

5. Cafasso sarebbe stato il teste chiave dell'intera vicenda. Avrebbe potuto raccontare del video, della sua presenza o meno a Via Gradoli, del suo rapporto con i carabinieri e con i trans Brenda e Natalì.
La sua compagna, un trans di nome Jennifer, afferma di aver gettato il suo telefonino (scrigno ricco di potenziali tesori giudiziari, video in primis) perché non sopportava più di sentirlo squillare.
Quanti, di fronte ad uno stillicidio sonoro, hanno l'abitudine di buttare il cellulare anziché spegnerlo?

6. Brenda nei primi istanti dello scandalo negò persino di conoscere Marrazzo. Più tardi confermò anche le voci che parlavano di un video che ritraeva lei con Marrazzo e un'altra trans di nome Michelle. Perché, stando a quanto riferisce Brenda, anche Michelle aveva anche una copia del filmato? Perché poco tempo dopo la serata del filmato Michelle si trasferì in Francia?

7. Fu presa visione da parte degli inquirenti del cellulare di Brenda? Quello stesso cellulare sottrattole con la forza dopo un vero pestaggio la notte dell'8 novembre scorso?

8. Perché Maurizio Belpietro afferma di non essere mai stato interessato al video, quando invece Carmen Pizzuti afferma che i due si accordarono per un prezzo di vendita di 100 mila euro e che l'affare si bloccò solo a causa del concomitante interessamento di Panorama?

9. Maurizio Belpietro visionò il filmato l'11 ottobre. Il suo editore, messo immediatamente al corrente il giorno stesso, lo visionò 3 giorni più tardi, il 14 ottobre.
Sempre l'11 ottobre ed il 15 ottobre ci furono due incontri tra gli Angelucci (Antonio e Giampaolo), proprietari del gruppo di cliniche private Tosinvest oltre che proprietari di Libero, quindi a conoscenza del video-ricatto, ed esponenti della regione Lazio, tra cui lo stesso Marrazzo (nella seconda occasione).
Come mai alcuni membri dello staff di Marrazzo, oltre che l'attuale Presidente regionale Esterino Montino, parlano di una recrudescenza nei toni, di feroci scontri verbali (e quasi fisici) e di un inaspettato spirito "barricadero" da parte degli Angelucci in queste circostanze?
E' accettabile che gli editori del quotidiano che sembrerebbe aver deciso di pubblicare il video anche a costo di distruggere a mezzo stampa la carriera politica di Marrazzo siano gli stessi che hanno giocato al rialzo nelle trattative sulla sanità dei giorni precedenti lo scandalo?
Non si tratta di una chiara situazione di ricattabilità (se non di vero e proprio ricatto), visto che il presunto acquirente del filmato è lo stesso in perenne scontro con la Regione Lazio a causa di alcuni provvedimenti regionali che ledono gli interessi del gruppo Tosinvest?

10. Alfonso Signorini, direttore di Chi, fu l'unico ad ottenere una copia del video, su permesso dei 4 carabinieri. Perché?

11. Signorini contattò Marina Berlusconi, Presidente di Mondadori, editore di Chi, per la questione del video il 5 ottobre. Silvio Berlusconi contattò Marrazzo per informarlo del video il 19.
Quando Berlusconi ha saputo del video? Perché ci fu prima un tentativo di vendita a Libero, poi a Panorama e solo dopo il congelamento delle trattative, Berlusconi avvertì Marrazzo?

12. Il 19 ottobre Berlusconi informa Marrazzo sul video in circolazione. Il giorno successivo Marrazzo incontra ancora una volta Antonio Angelucci, senatore PDL.
Angelucci in qualità di editore di Libero è consapevole la ricattabilità di Marrazzo ed ora anche Marrazzo sa del video e, forse, anche degli interessamenti di Libero. Marrazzo ha urgenza di acquistare il video e Angelucci di pubblicarlo. Marrazzo è ora consapevole della propria posizione di subalternità?
In questa occasione i due si incontrino per discutere della questione sanità come nelle altre occasioni (stando alle dichiarazioni dei diretti interessati) o l'incontro era finalizzato alla risoluzione del problema del video-ricatto, come sembrerebbe emergere dalle dichiarazioni a mezzo stampa di alcuni membri dello staff di Marrazzo?

Alessandro Tauro

14 novembre 2009

Alfano è naufragato all'Asinara

 da http://espresso.repubblica.it/dettaglio/alfano-e-naufragato-allasinara/2114639

Forse era un filino imbarazzato per le rivelazioni de 'L'espresso'. O forse aveva semplicemente preso sul serio l'adorato premier ("Non sono ricattabile né ricattato da nessuno", neppure dalla mafia). Sta di fatto che il ministro Angelino Alfano ne aveva detta una giusta: "Riaprire le supercarceri di Pianosa e Asinara e metterci dentro i mafiosi cattivi". Ma ha dovuto subito rinculare, scaricato dagli altri ministri, Maroni escluso, improvvisamente convertiti all'ambientalismo. Mai prendere sul serio Berlusconi quando parla sul serio: lui dice la verità solo quando scherza. Peccato: sarebbe stato un bel segnale a Cosa Nostra, proprio mentre si scoprono ogni giorno nuovi particolari sul patto Stato-mafia siglato nel 1992-93 sulla pelle dei morti ammazzati. Una stonatura dopo 15 anni di leggi spaventosamente somiglianti a quelle richieste da Riina nel 'papello'. Una mossa che avrebbe tappato la bocca ai soliti malfidati che sospettano una trattativa tuttora in pieno corso. Già quest'estate i magistrati che indagano sul papello e dintorni avevano sollecitato la riapertura di Pianosa e Asinara.

Dal 1998, quando il centrosinistra d'accordo col centrodestra chiuse i due carceri di massima sicurezza che isolavano i boss delle stragi, inducendone molti a collaborare, non si ricorda una legge che abbia davvero scontentato la mafia. La stabilizzazione del 41bis, fiore all'occhiello dell'antimafia berlusconiana, è fumo negli occhi: ha reso addirittura più facile per i mafiosi ottenere la revoca del carcere duro rispetto a quando la misura veniva rinnovata dal governo ogni sei mesi. Intanto le confische dei beni si fanno sempre più complicate e l'isolamento in cella sempre più perforabile. Fra il 1999 e il 2000, poi, due capolavori che devono aver sorpreso persino Riina. Prima, per alcuni mesi, fu abrogato l'ergastolo per le stragi, con l'estensione del rito abbreviato a tutti i reati (le pene a vita si riducevano a 30 anni, che poi in Italia significano 20).

Poi la 'riforma dei pentiti' ridusse i benefici a tal punto da scoraggiare i mafiosi dal collaborare ancora con la giustizia. Intanto al ministero c'era chi si adoperava - fortunatamente invano - per esaudire un altro desiderio dei boss detenuti, già contenuto nel papello: la 'dissociazione' modello Br. I mafiosi avrebbero il proprio status e i propri reati per cui erano già stati condannati, senz'aggiungere una parola utile a nuove indagini, ottenendo la revoca dell'ergastolo e del 41bis, oltre ai benefìci della Gozzini, a costo zero. Tutta manna per l'intoccabile Provenzano, padre cofondatore della Seconda Repubblica, e per i politici amici assediati come lui dagli stragisti in cella. Nel 2001 Bagarella protestò per le "promesse non mantenute", poi alcuni mafiosi sventolarono allo stadio di Palermo un minaccioso striscione: 'Uniti contro il 41bis. Berlusconi dimentica la Sicilia'. Chissà che avrebbero scritto questa volta, se il governo avesse riaperto Pianosa e l'Asinara. Meglio evitare.

(12 novembre 2009)

Marco Travaglio

7 novembre 2009

Trans, bugie e videotape

da http://espresso.repubblica.it/

 

Ci sono tre domande che molti si stanno facendo in merito all’affaire Marrazzo. Come sarebbe andata a finire se i carabinieri del Ros non avessero intercettato per puro caso, ai primi di ottobre, uno dei colleghi infedeli che lo avevano filmato a casa del trans Natalie? Il presidente Marrazzo sarebbe riuscito davvero a comprare e distruggere il video finito in mano all'agenzia Photo Masi, che stava cercando di piazzare per conto dei presunti ricattatori, salvando così capra e cavoli? Oppure qualche immagine di una copia sarebbe uscita comunque, magari qualche giorno prima delle elezioni regionali di marzo 2010? O, meglio ancora, qualcuno (un politico, un imprenditore) avrebbe preferito conservare il film in un cassetto, trasformando Marrazzo in un burattino nelle sue mani?
Interrogativi oziosi, dopo il blitz che ha portato in galera i quattro militari. Ma i punti oscuri della vicenda sono talmente tanti che i magistrati avranno non poche difficoltà a districarsi nella ragnatela di fatti certi e incongruenze, di testimonianze contraddittorie, menzogne e verità di uno dei più intricati scandali recenti della Repubblica.  Andiamo con ordine, cercando di prendere le fila dall'inizio. Non c'è un tassello, di questa storia, che sia stato messo definitivamente al suo posto.

Le inchieste parallele Il caso Marrazzo parte da un'indagine dei Ros su un traffico di droga che tocca Napoli, Caserta, Roma, Livorno e Milano. L'inchiesta è in mano ai pm di una piccola procura italiana. Per puro caso, a inizio ottobre, uno dei militari coinvolti nel ricatto al governatore del Lazio contatta uno dei soggetti intercettati. I due si conoscono, si confidano, esce fuori la storia del video, che proprio in quei giorni è finito nelle mani del direttore della mondadoriana "Chi", Alfonso Signorini. Il Ros viene così a conoscenza della vicenda, ma non sa ancora chi è "il presidente" di cui parla il collega infedele. All'inizio non sanno nemmeno che si tratta di carabinieri. Nasce in fretta e furia un'inchiesta parallela: gli investigatori mettono sotto controllo il telefono di tutta la banda della compagnia Trionfale di Roma, scrivono un'informativa in una settimana. Il 14 ottobre le carte vengono girate alla Procura di Roma. Dopo nemmeno una settimana scattano le manette.


L'irruzione
Il 3 luglio, pare assodato, è il giorno dell'irruzione. Marrazzo viene sorpreso da due carabinieri in casa di Natalie, a via Gradoli. Vanno a colpo sicuro, forse avvertiti dal pusher loro complice, Gianguarino Cafasso. Le testimonianze su cosa succede in quei 20 minuti sono tutte in contraddizione tra loro: Marrazzo, i trans, i carabinieri, i pochi giornalisti che hanno visionato il video, persino gli avvocati dicono cose diverse sulla presenza di cocaina (solo lunedì scorso Marrazzo ha confermato di averne fatto uso), sulla quantità di soldi maneggiati dal presidente per pagare la prestazione sessuale, la droga e il silenzio dei militari (si va da 3 mila a 15 mila euro), sull'entità dei tre assegni firmati. Effetto-Rashomon anche in merito alla presenza, nell'appartamento, dello stesso Cafasso: Natalie e Marrazzo la escludono (forse - sospetta qualcuno - per non ammettere di aver comprato la coca), secondo i carabinieri, invece, sulla scena del reato c'è anche lui.

I tre video Mentre viene minacciato, sbattuto al muro e fatto denudare (questa la versione del presidente), è cosa certa che Marrazzo viene filmato. La storia del film è altrettanto misteriosa. Sappiamo che esiste un video di 2 minuti e 38 secondi, quello che i carabinieri arrestati passano alla Photo Masi. Una sorta di promo di un secondo video completo, molto più lungo. Di circa 13 minuti, secondo il racconto di uno degli arrestati: non è stato ancora trovato. Chi ha girato sul set di via Gradoli? Secondo l'accusa (e pure per Natalie), gli stessi carabinieri. Forse con un cellulare o una telecamera nascosta. Secondo loro, invece, è stato il pusher (e tossicomane) Cafasso. Che solo in un secondo momento glielo avrebbe consegnato per piazzarlo al miglior offerente. Versione credibile, anche se l'interessato non può replicare: è morto il 12 settembre. Non è finita qui. Gli investigatori cercano anche un terzo, misterioso video, di cui parlano confidenzialmente i trans ai carabinieri che indagano: un filmino erotico girato in una delle case di Marrazzo, zona Roma nord. Protagonisti il governatore con Brenda e Michelle. Forse il politico era già ricattato da mesi?

 

La trattativa L'11 luglio partono le danze. Il primo a tentare di vendere il film, è un fatto certo, è proprio Cafasso. Che tramite un avvocato chiama "Libero" e chiede, a due croniste mandate dall'allora direttore Vittorio Feltri a visionare le immagini, ben 500 mila euro. Il filmato non convince, non se ne fa nulla. A questo punto lo spacciatore esce di scena, morirà d'infarto un mese dopo. I carabinieri hanno avuto il video, ed entrano in azione. Non chiedono soldi a Marrazzo, come farebbe un ricattatore professionista, ma lo mettono sul mercato. Uno di loro conosce Max Scarfone, già famoso per la foto di Sircana con un trans. Scarfone a sua volta li mette in contatto con l'agenzia milanese Photo Masi. La moglie del titolare Domenico Masi si chiama Carmen Pizzuti: promette ai carabinieri il 70 per cento del ricavato, in tutto 90 mila euro. Conosceva l'origine del video? Possibile che non si fosse resa conto che era stato fatto durante un'irruzione? E che rischiava, vendendolo, la ricettazione? È metà agosto. La Masi contatta per primo "Oggi", la trattativa va in fumo i primi di settembre.

Arriva Angelucci
La notizia di un video scottante inizia a diffondersi tra giornalisti e politici. Messaggini, chiacchiere, sospetti. Il 5 ottobre la Photo Masi consegna il cd a Signorini. A cui viene consentito, per la prima volta, di copiare e tenere le immagini. Signorini nei 5 giorni successivi lo fa vedere a Marina Berlusconi, il suo editore, all'amministratore delegato Maurizio Costa e al premier. Forse lo vede anche Feltri, divenuto direttore del "Giornale" di famiglia. Mondadori alla fine decide di non pubblicare: troppo forte il filmato, potrebbe creare imbarazzo a Berlusconi. Ma, chissà perché, secondo alcuni testimoni Signorini indirizza la Masi al neodirettore di "Libero", Maurizio Belpietro. In teoria, la concorrenza. Gli editori sono i patron della sanità privata del Lazio, gli Angelucci. "Libero", che ha rifiutato il video tre mesi prima, rientra nella partita. Il 12 ottobre lo vede Belpietro, il 14 - dice la Pizzuti - Gianpaolo Angelucci in persona. Il conflitto di interessi sarebbe palese: i ras della Sanità, con un business che dipende dalla Regione Lazio, avrebbero potuto avere in mano un'ipoteca sul destino del governatore. Angelucci, però, smentisce seccamente: mai stato alla Masi, mai visto il video. La Pizzuti, a "Repubblica", riconferma tutto. Chi dei due mente?

Le telefonate di Silvio Ma è il premier ad assumere, alla fine, il ruolo centrale. Il suo gruppo editoriale mette le mani sul film il 5 ottobre. L'inchiesta dei Ros sulla vicenda scatta proprio in quelle ore. Il 14, mentre "Libero" sembra stia per chiudere a 100 mila euro, l'informativa viene mandata alla Procura di Roma. Lo stesso giorno Signorini chiama la Masi e chiede - secondo la Pizzuti - di fermare la vendita, perché "Panorama" - il settimanale di Mondadori - lo vuole. Insomma, sia "Libero" sia la Mondadori
prima giudicano impubblicabili le immagini, ma poi si affannano per averle. Per farne cosa? Il 19 ottobre, la strategia cambia. La Procura sta per far scattare gli arresti. Qualche ora prima, Berlusconi telefona a Marrazzo. Si mostra comprensivo, gli spiega che negli ambienti di Milano si parla di un film a luci rosse, gli dà - forse - il numero dell'agenzia, consigliandogli di comprarlo e "ritirarlo dal mercato". Signorini, intanto, si premura di avvertire la Masi: "Vi chiamerà il governatore". Ma è troppo tardi, nella notte tra il 20 e il 21 scatta il blitz. Il Ros sequestra il video da Masi e da "Chi". Arresta i quattro della Trionfale. È Berlusconi, nella seconda telefonata, ad avvertire Piero. È il 21 ottobre, ora di pranzo. "Caro Piero, mi dispiace. La partita è finita". 

 

(05 novembre 2009)

 

Emiliano Fittipaldi

 

31 ottobre 2009

Il Paese dei papelli

da http://www.antimafiaduemila.com/

"Ci ho fatto un papello così"

di Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino - 29 ottobre 2009
Della mafia, e cioè di un fenomeno sommerso che affonda le sue radici maligne in tutto il tessuto sociale e istituzionale dell’Italia, si è parlato e scritto spesso come di una realtà circoscritta alla Sicilia e all’America, per un lungo periodo della storia del ‘900.

Assai poco si è riflettuto, invece, sulle sue caratteristiche attuali. Quelle cioè che ne hanno favorito la penetrazione sul piano nazionale o quelle altre che si manifestano con violenza all’indomani della caduta del muro di Berlino. Quando, ad esempio, vengono alla ribalta in modo dirompente la mafia russa, che condurrà al potere Yeltsin, quella albanese o ungherese e degli altri Paesi dell’ex blocco sovietico, non dimenticando le ex repubbliche asiatiche dei Soviet.

A tale proposito non è forse superfluo ricordare le ingerenze dell’intelligence Usa, a partire dall’era reaganiana e dal suo successore Bush senior, per destabilizzare prima l’ex impero sovietico e dopo i nuovi Stati formatisi dalla disgregazione dell’Urss.

*

Lungo questo percorso, già dalla seconda guerra mondiale e fino ai nostri giorni, le mafie si sono dimostrate braccio armato delle vocazioni imperialistiche dello zio Sam. Valga per tutti l’esempio dell’Afghanistan: il fratello di Karzai, capo del governo fantoccio della Nato, è il maggior narcotrafficante in oppio dell’Asia centrale.

Si tratta di mafie nuove, come nuovo era stato nel dopoguerra il sistema messo in piedi da Lucky Luciano tra Europa, America latina e Usa. La loro modernità consiste nella nuova realtà geopolitica mondiale che, come un’infinita trama planetaria, ne ha favorito lo sviluppo riorientandole verso nuove forme di potere politico, nuove realtà istituzionali, dagli Urali al Mediterraneo e al Medio Oriente.

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I caratteri di queste mafie sono la  mondializzazione e l’emersione progressiva delle loro connessioni con i singoli Stati, sotto l’egida di Washington.

Solo all’interno di questo quadro possono essere spiegati i fatti che accadono in Italia a partire dal 1992, con l’avvertenza, però, che le stragi di quell’anno non arrivano all’improvviso come banali colpi di testa di una mafia ringalluzzita, ma sono l’approdo di un percorso iniziato almeno un biennio prima, con la crisi del sistema-Stato e con la connessa caduta dei grandi valori tradizionali.

*

E veniamo alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia degli ultimi  mesi. Cominciamo con Giovanni Brusca. Immaginiamoci un grande palcoscenico dove si muovono vari personaggi. Ciascuno recita la sua parte. Quella in cui crede veramente.

La scena – così come è stata raccontata da molti giornali – rappresenta “Totò u Curtu” alla vigilia di Natale del 1992. Il grande capo riunisce i boss più fidati per gli auguri, in una casa alla periferia di Palermo. Lima, Falcone e Borsellino sono già stati eliminati nei mesi precedenti e Totò è euforico. Esclama: “Finalmente si sono fatti sotto!” E aggiunge: “Ci ho fatto un papello così!”

L’euforia di  Riina ci spiega una sola cosa: non aveva capito niente. Tronfio e pieno di sè, era stato preso da una sorta di megalomania acuta. Pensava di dominare sullo Stato e sull’universo. Esattamente come quell’altro criminale della storia: il bandito Salvatore Giuliano che aveva sulle spalle quattrocento fascicoli per reati penali. Non per ultimo quello riguardante l’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato.

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Riina pensava di dettare lui le regole del gioco, ricorrendo alle  bombe e al tritolo. Ma era quello che gli avevano fatto credere. Non poteva immaginare che tre settimane dopo, a metà gennaio 1993, sarebbe finito in manette come un qualsiasi picciotto alle prime armi. Che le cose non stessero per nulla come le stava vivendo il corleonese,  è dimostrato dal fatto che tutto concorreva alla sua liquidazione, analoga e parallela al crollo del sistema politico italiano travolto da Mani pulite.

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Dai verbali inediti di cui l’Espresso del 21 ottobre 2009 anticipa i contenuti, risulta che esponenti istituzionali avrebbero coperto nel 1992 la presunta trattativa tra Totò u Curtu, capo di Cosa Nostra, e lo Stato. Mediatori: Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo per conto dei corleonesi, da un lato; il colonnello Mori e il capitano De Donno, per conto dello Stato, dall’altro. Ci sarebbe anche, secondo Brusca, un elemento invisibile che muove le fila in questo teatrino: Bernardo Provenzano, alias “ingegner Lo Verde”, in contatto permanente con Vito Ciancimino a Roma, come confermato da Massimo Ciancimino ad “Anno Zero”, l’8 ottobre 2009.

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Detta così, questa storia si presta a molti gravi equivoci e a forme di sottile depistaggio. Il problema, infatti, non è la trattativa che oggettivamente conduce solo all’arresto di Totò Riina, ma quello che succede nei quindici mesi successivi. Cioè le grandi e sotterranee manovre che porteranno al passaggio delle consegne tra vecchia e nuova guardia a livello delle gerarchie mafiose e dei poteri dominanti.

Le rivelazioni di Brusca trovano conferma nelle dichiarazioni del mafioso Gaspare Spatuzza, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, di professione killer, che comincia a “cantare” nell’aprile 2008 e indica ai pm di Firenze e Palermo i rapporti tra alcuni boss e Marcello dell’Utri. Il senatore del Pdl, sempre secondo Spatuzza, avrebbe creato una connessione tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra in vista della nascita di Forza Italia. Saranno i magistrati a stabilire come stanno le cose e se Spatuzza sia un pentito credibile o meno. Saranno i magistrati ad accertare se le sue dichiarazioni trovano riscontri in altri atti documentari. Sta di fatto, però, che il quadro generale sembra concordare con le confessioni di un altro mafioso pentito. Si tratta di Gaspare Mutolo che, come dice Lirio Abbate nel suo articolo dell’Espresso, aveva parlato di un incontro tra Mancino e Borsellino a Roma, circa un mese dopo la strage di Capaci. Il pentito sostiene che dopo l’incontro Borsellino era sconvolto. Perchè? E’ logico pensare che un giudice di tale esperienza e levatura possa essere rimasto sconvolto da affermazioni ovvie sui rapporti tra mafia e Stato? E’ evidente che quel giorno Borsellino sarebbe venuto a conoscenza di informazioni fuori dall’ordinario. Ma quali? Ci può aiutare nella risposta, forse, ciò che accadrà quando, secondo Spatuzza, Cosa Nostra aggancia il suo nuovo referente politico. Da quel momento  in poi,  nel 1994, le sorti del nostro Paese non saranno più quelle di prima.

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Ma Spatuzza dice anche altre cose, secondo il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009: “Giuseppe Graviano  [un boss mafioso] mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri… mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani”.

Continua Spatuzza nel suo verbale del 6 ottobre scorso, riportato da Attilio Bolzoni su Repubblica del 24 ottobre 2009: “Incontrai [metà gennaio 1994] Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo”. Conclude il pentito riferendosi al patto accennato da Giuseppe Graviano: “… Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa [Graviano] il nome di Berlusconi, io all’epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5?.

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Ma dell’Utri se la ride. “Sono tutte grandi cazzate” – dice il senatore già condannato a nove anni di reclusione in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo scrive il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009. Sulle dichiarazioni di Spatuzza si registra anche l’intervento di Ghedini (Pdl), legale del presidente del Consiglio. Ghedini esclude categoricamente che le dichiarazioni di Spatuzza possano essere prese sul serio.

Sarà. Ma ieri, davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il Procuratore Piero Grasso non ha avuto peli sulla lingua: “Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta sia stata commessa da Cosa Nostra. Rimane però l’intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia”.

Non vi è dubbio, infatti, che la tecnica della strage di Capaci, sia di natura terroristica. Ricorda in tutto e per tutto i metodi dei narcotrafficanti colombiani, degli “insorti” iracheni e delle squadre neofasciste italiane manovrate dalla Cia.


La battaglia delle carte

di Pietro Orsatti su Left/Avvenimenti - 31 ottobre 2009
Sbucano altri manoscritti di Ciancimino, e il prefetto Mori presenta la sua versione. Ma due pentiti raccontano il punto di vista di Cosa nostra. La trattativa c’era ed era l’atto di nascita della Seconda repubblica.

La vicenda delle carte relative alla cosiddetta trattativa fra Stato e mafia si complica e si allunga ogni giorno che passa. Non c’è giorno in cui dagli studi degli avvocati o dagli inquirenti escano fuori frammenti di quello che sta succedendo. Tanto per fare un esempio, nel giro di alcune ore la settimana scorsa sono comparsi altri due documenti contemporaneamente. Il primo, la memoria scritta consegnata dal prefetto Mario Mori nell’udienza del 20 ottobre scorso del processo che lo vede imputato insieme al colonnello Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995 a Mezzojuso, piccola località in provincia di Palermo. Il documento ripercorre, però nel dettaglio, la versione già fornita in aula dall’ex alto ufficiale dei Ros. L’altro, comparso su un sito web (www.censurati.it), è uno dei capitoli del libro, mai pubblicato, Le mafie, di Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo. Tredici pagine, tredici fotografie, scritte a mano, autografe, già conosciute dall’autorità giudiziaria sin dal marzo 1993, quando erano state lette e copiate nel verbale di interrogatorio avvenuto nel carcere romano di Rebibbia davanti al procuratore capo di Palermo di allora, Giancarlo Caselli, e al sostituto Antonio Ingroia. I due documenti raccontano, specularmente distorti, due facce della stessa medaglia. In una delle versioni c’è Vito Ciancimino che racconta di voler portare a “casa” una sorta di tregua, con incontri (il primo, casuale, fra suo figlio Massimo a bordo di un volo Palermo-Roma e l’allora capitano Di Donno, come ha raccontato Ciancimino jr in questi mesi). In realtà questi documenti non smentiscono che un “approccio” ci sia stato, e che Ciancimino andasse a tenere incontri attorno a una possibile trattativa «con un intermediario-ambasciatore», fantomatico personaggio senza nome che più volte Massimo Ciancimino avrebbe identificato con il medico boss Antonino Cinà, all’epoca vicinissimo a Toto Riina. Lo stesso Antonino Cinà che è attualmente sotto processo a Palermo con Marcello Dell’Utri e che è già stato condannato in vari processi per mafia. Il documento di Vito non dice che ci sia stato passaggio di carte. Mori, invece, nella sua memoria lo nega categoricamente. E se da un lato si capisce che l’ex sindaco si sia sentito usato e tradito dai Ros (il suo arresto sarebbe infatti avvenuto a poche ore dall’ultimo incontro con Di Donno), Mori racconta che gli approcci erano tutti indirizzati a cercare di individuare gli stragisti latitanti e ad arrestarli, come del resto poi rivendica (giustamente) l’arresto di Riina. Ma invece di depotenziare la carica dei documenti e della testimonianza portati da Massimo Ciancimino, i due frammenti “di verità” amplificano e non poco di fatto l’attenzione sul dettaglio di quelle altre carte, di quelle registrazioni (Massimo Ciancimino ha dichiarato che il padre registrò gli incontri con Mori «perché non si fidava») ancora non depositate in Procura e che dimostrerebbero uno scenario del tutto diverso, in particolare per quanto riguarda le coperture dell’operazione intessuta dai due ufficiali dei Ros. Mori, ad esempio, spiega che quando Violante gli chiese se la magistratura era a conoscenza dei contatti che stava avendo con Ciancimino, lui gli rispose di no, appellandosi al diritto della riservatezza delle fonti. E in un passaggio della memoria si legge che questo tipo di atteggiamento era dovuto al consiglio datogli proprio da Paolo Borsellino «di non fidarsi» dell’ambiente giudiziario palermitano.

E poi, dalla cosiddetta periferia di Cosa nostra, il trapanese, esce fuori un verbale degli interrogatori a un pentito, Peppe Ferro, che riapre altri scenari inediti quegli anni e sulla fase del “salto politico”, la fine del ’93 e la campagna elettorale del ’94 in cui una nuova formazione, Forza Italia, che «interessava molto Cosa nostra» come ha dichiarato Antonino Giuffrè altro collaboratore, scartabellò l’intero quadro politico. in Sicilia un summit dove era presente il «patriarca» della mafia del Belice Francesco Messina Denaro, defunto dal novembre 1998. C’era anche suo figlio, Matteo, attuale super latitante di Cosa Nostra, e Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina. Il racconto di questa riunione è ampiamente documentato in un verbale reso ai magistrati. Peppe Ferro è uno di quei pentiti che con i magistrati ha parlato di rapporti tra mafia e politica. Ha deposto dinanzi al pm Chelazzi della Procura di Firenze quando questi indagava sulle stragi del ‘93. «Nuatri amo a fare ‘na cosa, tutti sti partiti politici, ai segretari ci amo a dare i soldi nuatri, ci amo a fare portare sirvizo na Sicilia». Peppe Ferro parla degli appalti. Sostiene in quella riunione che va chiesto l’aiuto ai politici su questo, in cambio della spartizione delle somme anche per la politica. «I soldi nuatri ni pigghiamo dagli appalti? Amo a pigghiare a segreteria di partito e ci amo a dire: lassamoli stare li magistrati e d’ora in poi unn’ammazzamo chiù. Certo quanno amo ammazzare a qualcuno cu a corda o coddro, se siamo di necessità, lo urbichiamo… Cominciamo a fare fino, fino di sta maniera, di soldi, di lavori e diamo aiuto alle famiglie dei carcerati e cu la legge Gozzini i tiramo fuori dalla galera. Poi mannamo i picciotti a scola, dobbiamo entrare dentro lo Stato, l’emo a fare divintare anche magistrati».

Ma non è finita qui. Ci sono altre carte che escono in queste ore e che raccontano ulteriori spaccati di quel terribile periodo. «Voglio precisare – è riportato in un altro verbale depositato la scorsa settimana a Caltanissetta in relazione alle indagini sui mandanti esterni alle stragi del ’92 questa volta relativo all’altro collaboratore Gaspare Spatuzza – che quell’incontro doveva essere finalizzato a programmare un attentato ai carabinieri da fare a Roma. Noi avevamo perplessità perché si trattava di fare morti fuori dalla Sicilia. Graviano (boss molto attivo in Lombardia) per rassicurarci ci disse che da quei morti avremmo tratto tutti benefici, a partire dai carcerati. In quel momento io compresi che c’era una trattativa e lo capii perché Graviano disse a me e a Lo Nigro se noi capivamo qualcosa di politica e ci disse che lui ne capiva. Questa affermazione mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la politica. Da quel momento io dovevo organizzare l’attentato ai carabinieri ed in questo senso mi mossi. Io individuai quale obiettivo lo stadio Olimpico». Ferro in questo passaggio parla dell’attentato non andato in porto, non si capisce se per un contrordine o per un cattivo funzionamento del detonatore, davanti allo stadio della Capitale. «Graviano – prosegue Spatuzza – era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro ‘crasti’ (cornuti, ndr) dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri. Io non conoscevo Berlusconi e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì. Del nostro paesano mi venne fatto solo il cognome, Dell’Utri, non il nome. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani”». In questo scenario i collegamenti fra la mutazione del quadro politico, tangentopoli e la nascita della cosiddetta Seconda Repubblica e di nuove formazioni politiche come Forza Italia, la strategia stragista di Riina e la trattativa fra Stato e mafia e la successiva immersione di Cosa nostra, comincia a delinearsi con chiarezza. E per la prima volta anche le contraddizioni fra i vari testi, dichiaranti e documenti cominciano non solo ad avere un senso, ma a dare forma a questa intricatissima vicenda.


26 ottobre 2009

Cronaca di un ricatto annunciato

da http://www.adnkronos.com/

Roma, 26 ott. (Adnkronos/Ign) - Pochi giorni prima dell'arresto dei carabinieri della sezione Trionfale, il premier Silvio Berlusconi avvisò personalmente il governatore del Lazio Piero Marrazzo che alla Mondadori era stato offerto un video compromettente che lo ritraeva in compagnia di un transessuale. Si trattava proprio del video girato in Via Gradoli lo scorso luglio.


Il filmato era stato offerto al settimanale 'Chi' e il direttore Alfonso Signorini avvisò subito Marina Berlusconi. Il premier, da subito contrario alla pubblicazione della vicenda, informò Marrazzo assicurandogli il silenzio dei media di sua proprietà. Berlusconi fornì quindi al governatore del Lazio i contatti per arrivare a chi aveva il video in modo da provare a farlo 'sparire'. Circostanza questa, che smentirebbe quanto riferito da Marrazzo, e cioè che lui era all'oscuro di quanto stava per succedere.

A confermare la telefonata del premier al governatore del lazio è anche il direttore di 'Chi', Alfonso Signorini. ''Non e' assolutamente vero che Silvio Berlusconi abbia impedito la pubblicazione delle foto dello scandalo Marrazzo, in quanto io avevo gia' autonomamente deciso di non pubblicarle'' spiega Signorini.

''Mi e' stato offerto dall'agenzia fotografica 'Masi' alla modica cifra di 200.000 euro trattabili e non appena ho visto le immagini ho ritenuto che non fosse assolutamente il caso di renderle pubbliche, ne' di acquistarle - ha spiegato Signorini - Mi ero gia' comportato in modo analogo quando sulla mia scrivania erano finite le foto di Silvio Sircana. Ho avvertito i vertici della mia azienda, la presidente Marina Berlusconi e l'ad Maurizio Costa e anche loro hanno concordato con me sulla non pubblicabilita' delle immagini. Credo proprio sia vero che Berlusconi abbia contattato Marrazzo - aggiunge Signorini - ma non sono stato io ad avvertire Berlusconi''.

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Proviamo a mettere ordine. Allora: alcuni carabinieri, definiti "mele marce" dai vertici dell'Arma, sono oggi in stato di arresto per numerosi reati, fra cui rapina e spaccio di droga; questi stessi esponenti delle Forze dell'Ordine avrebbero seguito e filmato l'ormai ex governatore del Lazio Piero Marrazzo in compagnia di un transessuale a scopo ricattatorio; in seguito, il filmato in possesso di questi solerti servitori dello Stato sarebbe finito sulla scrivania di Alfonso Signorini, direttore del rotocalco "Chi" di proprietà del gruppo Mondadori, cioè di Berlusconi; lo stesso Berlusconi avrebbe poi avvisato Marrazzo dell'esistenza del video ricattatorio, rassicurandolo però di non temere: lui non avrebbe fatto pubblicare nulla della vicenda, anzi, avrebbe fatto molto di più, avrebbe fornito a Marrazzo i contatti giusti per arrivare ai ricattatori e mettere a tacere tutto definitivamente; tutto viene a galla però in seguito all'arresto delle "mele marce".
Domande: i ricattatori di Marrazzo hanno agito di loro iniziativa, oppure sono stati "pilotati" da qualcuno che sapeva delle frequentazioni dell'ex Presidente della Regione Lazio? Se sì, da chi? Chi aveva avvisato Berlusconi dell'esistenza del video realizzato dalle "mele marce"? Signorini asserisce di aver messo al corrente soltanto Marina Berlusconi e l'amministratore delegato Maurizio Costa. Marina Berlusconi avrebbe dunque detto a suo padre della proposta di pubblicazione fatta a "Chi"? Ammettiamolo pure: ma allora Berlusconi come avrebbe potuto conoscere i "contatti" per arrivare ai ricattatori di Marrazzo? Chi glieli aveva forniti? Come mai il video su Marrazzo, come in precedenza le foto su Sircana, altro esponente del PD scoperto a frequentare transessuali e sospeso dal partito, a un certo punto finisce proprio nella redazione del giornale di Alfonso Signorini, privando così le "mele marce" di fatto dell'unico mezzo per continuare a ricattare il governatore? E se di ricatto si è trattato, come è possibile che sia stato Berlusconi ad avvisare Marrazzo dell'esistenza del video? E poi perché il Presidente del Consiglio, una volta venuto a conoscenza di questi gravi reati, e dei "contatti" per giungere ai loro autori, non li ha denunciati alla magistratura? Perché Berlusconi, infine, sulla vicenda del governatore del Lazio non ha fatto pubblicare subito tutto, come invece ha fatto con Boffo, il direttore dell' "Avvenire", mettendo in piazza la sua omosessualità? Oltretutto, se lo avesse fatto, oltre che screditare un avversario politico come Marrazzo (come oggi il PDL sta puntualmente facendo), non avrebbe consentito alle "mele marce" di restare nell'ombra e di continuare a ricattare, se di ricatto si è davvero trattato, l'allora Presidente della Regione Lazio.
Conclusioni: comunque si voglia valutare la condotta privata dell'ex governatore Piero Marrazzo, è evidente che qui c'è qualcosa che non torna.

17 ottobre 2009

Sconvolgenti rivelazioni di sfollati costretti al silenzio

Ricevo e inoltro da una giornalista molto attiva sul web, che aveva pubblicato su Facebook un articolo in cui si denunciava la reale situazione dell'Aquila, e che per ringraziamento è stata censurata su quel social network.

(articolo leggibile anche su http://helenebenedetti.blogspot.com/ )

L'Aquila, 14 ottobre 2009 ore 20:00.
La colonnina di mercurio segna 0 gradi.


Il 30 settembre le tendopoli dovevano sparire, tutti dovevano avere una casa nell'aquilano, tutti gli sfollati dovevano tornare a L'Aquila... queste erano le promesse...
Se si tiene conto dei tempi e dei costi di Onna, poteva essere fatto e sarebbe stato possibile persino iniziare le ricostruzioni.


Ad Onna, in meno di 2 mesi sono state costruite tutte le abitazioni provvisorie, così, da circa un mese, tutti gli abitanti hanno un tetto sulla testa.
In un'intervista qualche cittadino di Onna mi ha manifestato tutta la soddisfazione per il lavoro fatto in questo posto TOTALMENTE distrutto dal terremoto. E il mio pensiero è corso subito al governo Berlusconi, che nulla ha potuto qui ad Onna, dove le costruzioni sono dovute al buon cuore del Trentino, sotto la supervisione del governo tedesco, chissà quanto avrà rosicato Berlusconi!!!!

Mettiamo a confronto le casette di Onna e il progetto C.A.S.E. de L'Aquila:

Onna: costo 800€ al mq, garantendo agli onnesi un quartiere provvisorio grazioso, risparmiando molti soldi da utilizzare nella ricostruzione.
Progetto C.A.S.E.:costo 2700€ al mq, quasi 5 volte la somma impiegata ad Onna, soldi sperperati tra le varie ditte edili.

Onna: Sono tutti in casa da metà settembre.
Progetto C.A.S.E.: Sono ancora nelle tende, o deportati sulla costa o in paesini lontani anche oltre 70 km, contro il loro stesso volere di restare a L'Aquila.


Onna: Casette ecologiche smontabili e riutilizzabili per un eventuale altro disastro in qualsiasi altra città..
Progetto C.A.S.E.:Per farle hanno deturpato un paesaggio meraviglioso, sfondando intere montagne. Un'inutile colata di cemento per una base che dovrebbe in realtà mantenere palazzi dai 10 piani in su, non i tre piani realizzati.
Palazzi moderni dagli infissi blu elettrico o giallo canarino che nulla hanno a che fare con lo stile pittoresco degli antichi paesini aquilani.


Onna: il quartiere è stato costruito rispettando spazi per la viabilità automobilistica.
Progetto C.A.S.E.: i palazzoni sono concentrati in un unico punto, servito da una sola strada principale, già trafficatissima. Quando tutti i residenti occuperanno le case si prevede un caos bestiale!!



Sono tornata da loro, gli aquilani, probabilmente si è instaurato in me quel meccanismo di ribellione che non accetta che tutto resti impunito e silenzioso.
Per entrare nella tendopoli ho nascosto la mia piccola telecamera nella borsa. Al controllo documenti mi dicono che sono tutti in mensa, questa volta sono riuscita ad entrare nella tendopoli senza problemi...
Non li conoscevo prima di quel maledetto 6 aprile, pensavo "chissà se mi riconosceranno, se si ricorderanno di me".
Al mio arrivo in mensa sono stata invasa da sorrisi, abbracci e baci...noto con piacere che la gioia di rivederci non è solo mia.
Per loro sono chi ha permesso che la loro voce arrivasse a voi... sembra poco, a L'Aquila pare tanto...
Mi invitano a sedermi con loro, nonostante il cibo scarseggi cercano di costringermi ad accettare di dividere il loro pasto, o quel pezzettino di ciambella a testa che avevano...
penso, "se lo sapevo preparavo la Caprese Napoletana e la portavo... sono proprio una cafona!"

Non faccio in tempo a sedermi che cominciano a raffica i racconti dell'orrore:
"Dopo che hai pubblicato l'intervista che mi hai fatto ho ricevuto minacce, leggi qui questo sms"
"Mi hanno telefonato, mi hanno minacciato, dicono che se rilascio altre interviste mi denunciano, io ho detto solo la verità"
"Sai cosa ci fanno qui, riutilizzano le bottiglie dei tavoli e le riempiono con altre bottiglie degli altri tavoli"
"Non ci lasciano portare l'acqua nella tenda"
(penso, "se fanno un annuncio televisivo dicendo che a L'Aquila mancano cibo e acqua gli italiani si mobiliteranno di nuovo... perchè tutta questa indifferenza?
Probabilmente perchè questa vetrina mediatica deve risultare perfetta")
"Hai saputo della roulotte che è andata a fuoco? Stavamo per bruciare vivi tutti"
"L'Enel ha abbassato i voltaggi e la notte va via la luce, ci svegliamo ghiacciati"

E per quanto riguarda gli abitanti delle case popolari di San Gregorio...
"Siamo gli sfollati di serie B, noi delle case popolari saremo gli ultimi ad avere casa"
"Le nostre case classificate "C" (grossi danni strutturali) sono state riclassificate "A"(piccoli danni strutturali) senza ulteriore controllo, vogliono farci rientrare in quelle case e nessuno si prende la responsabilità di eventuali tragedie"
"Ho scoperto che le case popolari al comune erano registrate come stalle e garage e non come case"...
"La mia casa risultava una stalla... io sarei una mucca? Ti rendi conto di cosa ci hanno fatto?"
"San Gregorio risultava terreno agricolo, non poteva essere usato come terreno edificabile, ci hanno fatto le case, ci hanno costruito un intero paese, ci hanno mandato a morire, la faglia che hai sotto i piedi è ad altissimo pericolo sismico!"
"Una ragazza aveva aperto un sito trasparente per raccogliere soldi per noi delle case popolari, l'hanno minacciata, gli hanno fatto chiudere il sito!"


Li fermo, troppe informazioni, tutte insieme, non memorizzo... chiedo loro di raccontare tutto davanti alla telecamera, si rifiutano, dopo le minacce ricevute non possono più raccontare la verità...


Helene Benedetti

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