.
Annunci online

 
terzostato 
"Qu'est-ce que c'est le Tiers Etat?"
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
  guerrilla radio
pollyanna
gogo
bubu
visionidiblimunda
isulina
liberolanima
peppus
chemako
goccia
gentecattiva
aira
augusta
jolanda
interprete
valigetta
virginia
compagni di viaggio
irlanda
vulcano
fioredicampo
efesto
mediterraneo blu
V
letizia
cavaliere errante
paolo borrello
rossoantico
ninetta
la bruna
fabio
Il Maestro
beppone
mon hotel garni
mon travail
mon dieu
ma situation
DLF
gennaro carotenuto
voglioscendere
carlo cornaglia
attac
medicina democratica
peacelink
megachip
spazioamico
amnesty international
nessuno tocchi caino
  cerca

Questo blog non è una testata giornalistica, in quanto aggiornato senza alcuna periodicità: non può in alcun modo essere considerato pertanto un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001. Alcuni contenuti prevalentemente videomusicali di questo spazio sono stati reperiti su siti web di notoria libera divulgazione o comunque accompagnati dall'indicazione della fonte: l'Autore del blog provvederà alla loro rimozione qualora i detentori dei loro diritti li ritenessero lesi, non essendo peraltro responsabile dell'operato dei suddetti siti. Chiunque, senza scopo di lucro e citandone la fonte, può utilizzare liberamente i contenuti originali del presente blog. Per un eventuale loro uso a fini commerciali, comunque sconsigliato, è invece necessario un accordo preventivo con l'Autore. Quest'ultimo si dichiara inoltre non responsabile di eventuali commenti offensivi o inappropriati rilasciati dai visitatori del presente blog; essi saranno rimossi soltanto in casi eccezionali (ad esempio, nei casi in cui si configurino ipotesi di reato) e a insindacabile giudizio dell'Autore.


Questo blog è casa mia. Come una casa si arreda secondo i propri gusti, così su questo spazio scrivo quello che mi pare, con o senza il gradimento altrui. Gli unici nomi reali che vi compaiono appartengono a personaggi pubblici, riguardo ai quali, si spera ancora per qualche tempo, è in vigore la libertà d'opinione. A volte anche a me, come a tutti i gestori di spazi simili a questo, succede di scrivere storie ispirate a vicende personali. Ma in quei casi i nomi sono o fittizi o assenti del tutto. Se qualcuno o qualcuna, geograficamente vicino o vicina a me, crede di riconoscersi in qualche personaggio di cui scrivo, sono problemi esclusivamente suoi: da parte mia, posso soltanto consigliare a questi individui di non far più visita a questo spazio. Io racconto storie, non rilascio deposizioni giudiziarie, né faccio pettegolezzo da portineria: quest'ultimo soprattutto è uno sport che lascio volentieri ad altri o ad altre. Concludo questa seconda avvertenza, che si è resa necessaria contro la mia volontà, con un proverbio napoletano che calza a pennello con la circostanza: "Chi vò male a chesta casa addà crepà primm ca trase."


Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950. "Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli, ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico." - Pubblicato nella rivista “Scuola democratica”, 20 marzo 1950





un dito per maroni























 

Diario | recensioni musicali | recensioni libresche | badineries |
 
Diario
380579visite.

30 luglio 2012

Chi mi cerca su FB dovrà aspettare...

Chi mi sta cercando oggi e non so per quanto su quel girone dantesco che è Facebook, probabilmente non mi troverà. Ho avuto accesso al mio profilo in tarda mattinata, poi da mezzogiorno dopo il login anziché la home mi si apre una pagina con una struttura ad albero che non posso modificare, e quindi non posso accedere né alla mia timeline né ad altre. Ho letto che sono in atto "migliorie" sul social network, lavori che potrebbero comportare, e stanno comportando, disagi: come al solito, dovremo tenerci questi e quelle, che ci piacciano o meno. Oppure migrare altrove. Un saluto.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Facebook

permalink | inviato da terzostato il 30/7/2012 alle 14:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

26 maggio 2012

Cose che succedono

Beh, sono cose che succedono. Non posso mica prendermela con nessuno. L'impiegato allo sportello mi dice che è così, è così. Basta, finiamola qui. Piuttosto, quel giorno che ho fatto testacoda con la macchina (che aveva soli 5 anni di vita e il cui bollo avevo provveduto a pagare tre giorni prima) che sembravo Maurizio Merli (due settimane fa, NdR) e ho distrutto lei e io sono rimasto illeso, devo pubblicamente ringraziare la solerzia dei Vigili Urbani di Bitetto, piccolo centro in provincia di Bari, nei cui pressi ho la disgrazia di vivere. Dopo essersi accertati che fossi rimasto tutto d'un pezzo, l'auto completamente distrutta, mi fanno la multa per danneggiamento di proprietà pubblica (sarebbe il guard-rail). Mio fratello, che mi accompagna, abbozza una protesta. "Ma è stato un incidente, mio fratello ha rischiato di morire, non lo ha fatto apposta a incrinare il guard-rail". "Si metta nei panni della collettività, non è giusto che paghi lei (la collettività) una cosa che ha danneggiato suo fratello." "Sì, ma mi sembra assurdo... ha fatto un incidente..." A questo punto il salto di qualità da vigile urbano a giudice è breve, per il nostro solerte funzionario. "Il Codice della Strada non ammette differenze fra colpa e dolo: per qualsiasi motivo, dobbiamo fare il verbale." Intervengo io. "Sarebbe stato meglio che mi fossi schiantato contro un albero, la collettività non avrebbe avuto nulla da ridire ed io adesso sarei morto." Ora il tono del funzionario si fa più conciliante. "Ma in fondo paga la sua assicurazione, lei paga soltanto 39 euro di verbale." Avrei voluto chiedergli, con questo verbale, quando l'Ente Pubblico proprietario di quella strada su cui sono morte decine di ragazzi (la Provincia, NdR) si farà vivo per riscuotere dalla mia assicurazione, quest'ultima, con la quale nel frattempo avrò annullato il contratto per rottamazione del mezzo, su chi si rivarrà? Ci penserò il giorno in cui questo accadrà, col mio avvocato. Per adesso, il verbale era di 39 euro, e l'eventuale contributo unificato per il ricorso ne costa 37. Sono cose che succedono. Non posso mica prendermela con nessuno. L'impiegata allo sportello mi dice che è così, è così. Basta, finiamola qui.

15 aprile 2011

In morte di Vittorio Arrigoni

Restiamo umani.

6 settembre 2010

La mala educación

Che in Italia la scuola versi in uno stato comatoso, èahimè risaputo. Che fra gli insegnamenti impartiti dalla scuola dell'obbligo,l'educazione musicale sia una cenerentola, meno importante dell'ora direligione in cui di solito si fanno barchette di carta e si inventano nuoveparolacce, credo sia noto a tutti coloro che hanno avuto la fortuna difrequentarla. In questa situazione deprimente, ognuno si fa la propria culturamusicale, in maniera disordinata, bulimica, monomaniacale. Immaginate adesempio un medico che sa dirvi tutto delle isole di Langerhans ma ignora se ilcuore sia a destra o a sinistra, o un matematico che vi spiega per filo e persegno i due teoremi di incompletezza di Gödel ma non sa risolvereun'equazione di primo grado, o l'istruttore di una palestra che vi insegnacos'è il coefficiente Sinclair e non sa distinguere fra un muscolo e un'erniainguinale. Questi esempi danno un quadro sufficientemente esatto della culturamusicale fai da te dell'italiana/o media/o, soprattutto se naviga su internet esi reca regolarmente ai concerti di band emergenti. Di fronte a questapseudocultura, che giova ricordare non riguarda soltanto la musica, l'ignoranza ammessa è di gran lunga preferibile. Un esempio frai tanti l'ho trovato su un blog in cui un visitatore scriveva testualmentequesto:

 

bellachiavica scrive:

"giompi-fighetto,per ringraziarti del puntelloprocuratomi con la fascinosa rodolfa vorrei rifornirti di musicaital-prog…tanto più che proprio ieri sera ho accattato, da carù (miracolo: suinternet era quello che li vendeva al prezzo più basso), i 6 boxoni dellauniversal“Progressive Italia – Gli Anni ‘70?,e sono 6 box da 6, cioè 36rarissimi ex-LP (è roba dei ‘70, per cui sono corti, anche se la maggior partedei brani sono a suite, cioè kilometrici…) di- Maurizio Arcieri- Balletto diBronzo- De De Lind- Tony Esposito- Maurizio Fabrizio- Ibis (2 LP)- Jumbo (3 LP,anche se “vietato ai minori di 16 anni” l’avevo già)- Latte e Miele (2 LP)-Locanda delle Fate- Madrugada (2 LP, malgrado il nome ispanico, sono dibirghem, ignoro se “de hura”, o “de hota”)- Mauro Pelosi (4 LP)- Sensation’sFix (6 LP)e altri 11….senonché ho realizzato che duplicare ciascun albumcosterebbe +/- quanto accattarlo nuovo…e non mi pare una bella pensata… anzi,mi pare proprio ‘na strunzata, che manco vero tùl….per cui, non potendo io contraccambiarela tua cortesia, sono costretto a disdettare l’appuntamento galante con l’amicatutta curve di marimba…ma tra due minuti inizierà la partita tra rescaldinese eaffragola (serie F), per cui lei troverà li stesso da passare il tempo….come ditevoi? ah sì… “sorri…”

 

Pochi minuti prima

bellachiavica scrive:

"pyccius,di “suburbs” degli arcade fire io avevoascoltato qualche brano per pochi secondi cad.,e l’impressione era che fosse undisco piacevole, soprattutto se rapportato alla desolazione discografica diquesti tempi grigi…però, se un critico del calibro di marco denti dice chestikkuì scopiazzano a destra e a manca il modo di suonare (cioè di usare i varistrumenti) e cantare (chennesapev’io che imitavano bitols e radiohead? ecchi liha mai ascoltati i bitols e i radiohead? rappresentano tutto ciò che aborro,dei brit…), gli si deve dare credito….in più, proprio ieri sera, da carù, hosentito una specie di neil young di 35 anni fa suonare una canzone di neilyoung di 40 anni fa, e quando ho chiesto chi cacchio fosse/fossero, mi è statorisposto“è l’ultimo albumino degli arcade… questo”, e il dischetto mostratomiera uguale al mio…..riassumo: se ascolti sti arcade sembra di sentire, di voltain volta, i bitols, i radiohead, neil young, più volte i low anthem (che non sochi siano!)….mi chiedo: quando, in quali brani (che poi sono solo 16, e almenouna decina di posti sono già occupati da “cover di fatto”, per cui lo spaziorestante è limitato…), sembrerà finalmente di sentire “i veri” arcade fire"

 

Leggendo con qualche fatica questi capolavori, credo cheil nickname scelto da chi li ha lasciati sia del tutto appropriato. Ma ho ilforte sospetto che non valga soltanto per lui (o per lei?), bensì per tutta lapseudocultura musicale di cui questi commenti non rappresentano che la punta,per quanto fulgida, di un iceberg: una bella chiavica.


12 luglio 2010

Le tribolazioni di un lunacense a Lunac

Il polpo Paul saluta tutti e se ne va. No, non farà più pronostici, hanno deciso per lui dal parco acquatico di Oberhausen, dopo avergli fatto fare otto scommesse vincenti su altrettante partite dei Mondiali. Proprio adesso che Paolo Villaggio, dalle colonne del Manifesto, aveva proposto di chiedergli come sarebbe andata a finire fra Israeliani e Palestinesi, e altre sciocchezze simili (nuova P2 o vecchia imprenditoria italiana, generali del Ros condannati per presunti reati o perché "mele marce", cardinali arrestati per pedofilia o per anticomunismo in Belgio, massacri di eritrei respinti alle frontiere perché pericolosi criminali o in seguito ad accordi fra Libia e Italia, leggi contro i diritti assoluti diventati tutti relativi in ossequio alla grande lezione liberale o in barba alla lotta contro il relativismo culturale del Pontefice, se si spacca prima e meglio la maggioranza o l'opposizione, operai per strada per ridar fiato alla Fiat o per rifare grande la Vecchia Signora, restituzione delle deleghe dei Presidenti delle Regioni ad eccezione di quelli della Lega Nord per accelerare il federalismo o per difendere a spada tratta i tagli del governo centrale, eccetera eccetera eccetera). Proprio adesso che i bookmakers di tutto il mondo se lo contendevano, il polpo Paul. Proprio adesso che i giornalisti sportivi italiani avevano trovato un valido alleato nel richiamarsi alla sua autorità: e non sembri uno scherzo, dato che Arrigo Sacchi, ammirato come un vate in tutte le trasmissioni calcistiche in Italia malgrado le poche vittorie entro i confini nazionali, e tutte con la squadra allora più forte del mondo senza discussioni e di parecchie lunghezze, ha dichiarato di considerare una scienza l'astrologia. Mentre Giacobbo dirigerà una puntata speciale di "Voyager", sono aperte le scommesse su cosa farà Sacchi il 20 dicembre 2012: purtroppo il polpo Paul, hanno deciso in Germania, non potrà parteciparvi. Visto che è stato pescato al largo dell'isola d'Elba ci sarebbero tutti gli estremi per chiederne l'estradizione: ma a che pro? In caso di pronostici infausti per l'Italia o, il che è lo stesso, per il Presidente del Consiglio, essi sarebbero immediatamente censurati dall'informazione pubblica, o del Presidente del Consiglio, il che è lo stesso. Ora, io ho provato il polpo in umido, in agrodolce, crudo e lessato; ma il polpo imbavagliato devo confessare che mi fa tristezza.
E' stato quando ho sentito che il polpo Paul si ritira che ho deciso qualcosa che già da tempo andavo confusamente meditando. E' stato allora che ho capito irrevocabilmente di aver fatto il mio tempo, come blogger, come studioso, come uomo, come tutto e come la nullità che sono. Non avendo il coraggio di Catone di Utica, ho dunque commissionato ad uno sconosciuto il mio suicidio. E' stato pure facile: l'ho trovato sulla chat di Gogol (ormai, come il Ministero della Sanità non si chiama più Ministero della Sanità bensì Ministero della Salute - grazie - prego - si figuri - non c'è di che, anche il motore di ricerca più diffuso è stato ribattezzato Gogol; e magari se al Ministero della Difesa avessero utilizzato un noto antivirus russo, sarebbe stato ribattezzato Dostoevskij): lui, o lei, non sono sceso nei dettagli, stava facendo un casting per un film porno. Gli ho proposto di guadagnare di più. Lei, o lui, pensava inizialmente che fossi uno spammer, uno di quelli che ti propongono il Casino on line o il Viagra, e mi ha detto con parole irriferibili di stare alla larga perché lui, o lei, era un/a professionista serio/a. Invece poi ci siamo chiariti; gli ho detto di avere un conto in banca enorme, bastava non far riferimento al mio ma al saldo al 2009 della città di Lunac; mi ha chiesto se ne fossi un amministratore, gli ho risposto che Lunac non ha mai avuto bisogno di un amministratore, tantomeno adesso. "Ma insomma, i soldi li hai nella tua disponibilità oppure stiamo perdendo tempo?" "Li ho, li ho: chiedi di..." e gli ho fatto il nome di un politico di Lunac. "Siamo sicuri?" "Fa' questo nome e non ti preoccupare che i soldi saltano fuori anche dai tombini, a questo nome a Lunac si aprono porte, portoni e portelle." Poi gli ho commissionato il mio suicidio. "Aspetta un attimo... cioè, mi stai chiedendo di ucciderti?" "Sì, che ci sto a fare qui, ormai..." A questo punto il mio sconosciuto interlocutore in cerca di attori porno si è trasformato nello Spirito Santo Paraclito. Leggendomi irremovibile, anche perché non avevo mai pensato a fare il pornoattore prima per pigrizia, poi per noia, infine per ironia, ha scritto: "Ma lo avrai capito il mestiere che faccio... io non uccido né faccio uccidere nessuno... al massimo..." "Al massimo?" Mi riferisce che nei suoi film è pedissequamente praticata e predicata la pedicatio. Perdo le staffe  e cado da cavallo, cioè dalla sedia. Poi mi rialzo e scrivo: "Ma ti pareva che se era soltanto per farmi inculare, nella mia posizione, non mi sarei rivolto direttamente al Presidente della mia Regione?" Dopo aver atteso un po' la risposta, altri caratteri hanno ripreso a danzare sul mio monitor: "Anche questo è giusto. Ma insomma, da me che vuoi?" Esatto, da lei, o da lui, che volevo? Il polpo Paul mi guardava con la stessa espressione di Massimo Mauro: era insopportabile. Tutto ha ricominciato a girarmi intorno, i pronostici azzeccati, le vaschette, la finale, il bacio del portiere spagnolo alla fidanzata che lo stava intervistando (io cosa avrei fatto se la mia ipotetica ragazza mi avesse baciato durante una lezione?), le risate far capolino dalle pelate di Marco Mazzocchi e Serse Cosmi, la matrioska di Costanzo e Galeazzi, il baffo di Bartoletti, le rughe con filtro flou della Ferrari, le vuvuzelas di Felipe Melo, l'Olanda di Dunga e la Germania di Maradona, il tutto nella sgradevole impressione di affondare in una materia putrescente e fetida in un vaso a forma di ombrello. Cosa potevo chiedere a un produttore, o una produttrice di film porno?
Ancora una volta mi sono affidato al mio polpo Paul personale, cioè all'odore dei miei calzini: se passabile, avrei interrotto la comunicazione con scuse infinite. Me li sfilo, li annuso, ho un malore. Dopo essermi ripreso a fatica li butto direttamente dal balcone incurante dell'urlo, della frenata, dello scontro e delle bestemmie orribili che salivano dalla strada e formulo la mia richiesta. "Vada per l'inculata." Già immagino le obiezioni di qualcuno dei miei lettori: "Ma non potevi rivolgerti direttamente al Presidente della tua Regione, che ci pare si stia già adoperando con ogni mezzo a sua disposizione per accontentare te e tanti altri nella tua posizione e anche in altre?" Messa così, infatti, non avrebbe avuto senso. Senonché ha prevalso il mio lato bastardo, affidato al mio polpo Paul personale, che nemmeno voglio rammentare. Al mio interlocutore misterioso non ho descritto i miei connotati, ma quelli del politico lunacense di cui sopra. Un'inculata al posto di un suicidio non fa nemmeno ridere, me ne rendo conto. Ma che a pagarla debba essere proprio colui che la subisce fa proprio piangere. Ancora una volta il polpo Paul ha azzeccato il pronostico: e voi tutti politici che mi state leggendo, preparate il culo. La prossima volta che mi viene voglia di suicidarmi, potrei descrivere i vostri connotati e far pagare il servizio a un certo signor Carboni.

 

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica diario amore

permalink | inviato da terzostato il 12/7/2010 alle 17:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

25 maggio 2010

Bluff nucleare

di Riccardo Bocca
E' il piano atomico voluto da Berlusconi. Ma una centrale simile a quelle previste è già in costruzione in Finlandia. E provoca ritardi e dubbi. Così il nostro programma avrà tempi, costi e vantaggi discutibili


C'è un sistema, scomodo ma efficace, per vedere cosa potrebbe riservarci la nuova stagione nucleare italiana, il rinascimento atomico lanciato dal governo Berlusconi. Bisogna volare in Finlandia e raggiungere l'isolotto di Olkiluoto, tre ore di automobile da Helsinki lungo la costa baltica. Un angolo di terra dove, protetto da insistiti controlli di sicurezza, svetta il più grande reattore nucleare mai concepito al mondo: il Gigante, com'è chiamato da queste parti.

Una struttura alta 63 metri che a fine lavori ingloberà 52 mila tonnellate d'acciaio e sprigionerà 1.600 megawatt di energia. Un pachiderma costruito dagli oltre 4 mila operai del consorzio franco-tedesco Areva-Siemens, identico per potenza, partner (Areva) e tipo di reattore (Epr, European pressurized reactor) agli impianti previsti sul nostro territorio: le ormai famose quattro centrali annunciate, prima dello scandalo "cricca", dall'ex ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola. Uno scenario che, a giudicare dal prototipo finlandese, è tutt'altro che rassicurante.

"A Olkiluoto niente procede come stabilito", testimonia il parlamentare di Centro ed ex ministro dell'Ambiente Kimmo Tiilikainen: "L'opera è partita nel 2005 e doveva finire entro il 2009: invece arriveremo, come minimo, al 2012". Peggio ancora il capitolo costi: "Dai 3 miliardi di avvio siamo agli attuali e per nulla definitivi 5,5".

Quanto alla gestione della sicurezza, il deputato parla di una situazione "imbarazzante". Una via Crucis documentata dagli ispettori pubblici, che più volte hanno riscontrato irregolarità: "Nel 2005 è stata cambiata, senza permesso, la composizione del cemento alla base del reattore", racconta Lauri Myllyvirta di Greenpeace Finlandia: "Nel 2007 si è scoperto che l'involucro del reattore era stato saldato, per mesi, senza i dovuti controlli". E a maggio 2009, dopo che l'Agenzia nazionale per la sicurezza atomica finlandese ha contestato ad Areva l'inesistente "avanzamento nella progettazione dei sistemi di controllo e protezione", gli ambientalisti hanno invocato "la revoca dell'autorizzazione al consorzio".

Episodi gravi, noti agli addetti ai lavori internazionali, ma ininfluenti per il nostro governo. C'era invece euforia, il 9 aprile scorso, quando Italia e Francia hanno perfezionato l'accordo per il nostro ritorno al nucleare. Come non fosse mai esistito il referendum del 1987, con il quale vennero pensionate le tre centrali in funzione a Caorso, Trino Vercellese e Latina (quella di Garigliano era chiusa dal 1978). Vecchie storie. Adesso il futuro energetico italiano è nelle mani di Enel e Ansaldo, che con le cugine Edf (Electricité de France) e Areva costruiranno reattori di cosiddetta terza generazione avanzata. Come quello di Olkiluoto, appunto. "Un progetto pericoloso e inutile", a sentire Ermete Realacci (Pd). Sorretto, a suo avviso, da una strategia discutibile: "Si confonde l'opinione pubblica divulgando che l'energia nucleare costerà meno. Che finalmente ci libererà dalla schiavitù delle importazioni. Che non è pericolosa. Che è in linea con le direttive della Ue. Che ci consentirà di stare al passo con i grandi del pianeta... Tutte invenzioni che pagheremo sulla nostra pelle".

Sono le bufale atomiche. L'eccesso di ottimismo per nascondere problemi enormi, a volte irrisolvibili. Una scelta ripetuta anche il 26 aprile, in occasione dell'anniversario di Chernobyl, quando Berlusconi ha ricevuto nella sua villa di Lesmo l'amico e presidente russo Vladimir Putin.

A fine incontro, il nostro premier ha annunciato la partecipazione dell'Enel al progetto di una centrale a Kaliningrad. Ha citato la sinergia per sviluppare un reattore chiamato Ignitor. E soprattutto, ha anticipato che "i lavori per la prima centrale italiana partiranno in questa legislatura, cioè entro tre anni". Parole precise, inequivocabili. Ma del tutto infondate, ha illustrato tre giorni dopo Giuseppe Morbidelli, docente di Diritto a La Sapienza di Roma, durante la "Conferenza annuale di diritto dell'energia".

"I passaggi previsti dal decreto legislativo 31 del 2010, rendono impossibile avviare la costruzione di una centrale prima del 2017", spiega. "L'Agenzia nazionale per la sicurezza nucleare dovrà, innanzi tutto, fissare con Regioni e Consiglio dei ministri i parametri per individuare il sito: procedura che finirà nel luglio 2011". Poi ci saranno "scelta e certificazione del sito stesso, con l'Agenzia che si confronterà con la singola Regione e la Conferenza Stato-Regioni: e siamo a novembre 2012".

Dopodiché gli operatori interessati presenteranno domanda all'Agenzia per la costruzione e gestione degli impianti, "e l'iter si concluderà a maggio 2017". Se tutto fila liscio, dice Morbidelli: "finora, infatti, non esistono né l'Agenzia nazionale per la sicurezza, né il documento programmatico del governo a monte dell'intera operazione".

È sempre così, quando si tratta di nucleare made in Italy. Prima arrivano gli annunci a effetto, le certezze matematiche, poi i dubbi e le riflessioni. Sta capitando anche sul fronte della sicurezza, aspetto più che prioritario. L'8 marzo scorso, ad esempio, l'amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, ha dichiarato che "il ritorno all'atomo non comporta alcun rischio".

L'ex ministro Scajola, in precedenza, si era augurato che gli costruissero "una centrale nucleare davanti casa", e sulla stessa linea è il sottosegretario allo Sviluppo Adolfo Urso, che con "L'espresso" critica "l'inutile allarmismo degli scienziati da bar". Tutto questo però non chiude il discorso: lo spalanca. Roberto Mezzanotte, ex capo del Dipartimento nucleare dell'Ispra (l'Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) non ha difficoltà ad ammettere che "per quanto il singolo, in percentuale, corra rischi minimi, la possibilità di un incidente atomico esiste ed è innegabile". Il tutto mentre dall'estero arrivano notizie sgradevoli, con le Autorità nazionali di sicurezza nucleare finlandese, francese e inglese che a novembre hanno censurato, in una nota congiunta, i sistemi di controllo dei reattori Epr.

Addirittura, per archiviare la bufala della sicurezza al 100 per cento, l'organizzazione Sortir du nuclear (Uscire dal nucleare) ha reso pubblici a marzo i documenti interni della società Edf sul reattore di Flamanville, fotocopia (ben lontana dall'essere conclusa) di Olkiluoto e dei futuri impianti italiani. Sul banco degli imputati è finito il progetto Epr, che "prevede di adattare la potenza del reattore alla richiesta istantanea della rete", ma in questo modo potrebbe generare il rischio esplosione. Un pericolo tanto serio quanto taciuto dai nuclearisti italiani.

In compenso, Berlusconi ha dichiarato giorni fa che "il 54 per cento degli italiani è favorevole" al nucleare, ma stavolta a smentirlo è la ricerca di mercato svolta dall'istituto Format e presentato nel convegno "Energetica". Un'analisi "statisticamente rilevante" che fotografa un'altra Italia, nella quale tre persone su quattro affermano di non voler considerare l'ipotesi di una centrale nella propria provincia, mentre il 72 per cento ritiene che le tecnologie disponibili non offrano sufficienti standard di sicurezza.

Non bastassero le percentuali, poi, e si volesse sondare la pancia degli italiani, basta spostarsi su Facebook, dove fioriscono la rabbia, i sarcasmi e la violenza verbale del gruppo "Raccolta firme per una centrale nucleare ad Arcore", affollato da oltre 5.700 antinuclearisti. Scrive Roberto P.: "È ora di incazzarsi sul serio! Finché ci riduce a imbecilli con le sue televisioni, poteva passare. Adesso, con 'sta merda del nucleare ha passato i limiti...". Ed è un commento tra più pacati.

"Quello che lascia sgomenti", afferma il fisico Gianni Mattioli, "è l'impossibilità di un confronto con le istituzioni. Ho contattato, con altri studiosi di fama internazionale, il ministero per lo Sviluppo economico. Abbiamo incontrato vari consiglieri, ci è stato assicurato un interesse al dialogo, ma non s'è concluso niente". Eppure ce ne sarebbero, di questioni da affrontare. Partendo dalla domanda fondamentale: perché l'Italia deve tornare all'atomo? Cos'è cambiato dalla stagione del referendum? E che vantaggio dobbiamo aspettarci? "Totale", assicura Urso: "Parliamoci chiaro: tutte le nazioni industrializzate investono in energia atomica, perché non dovremmo noi? Se poi vogliamo farci del male, se preferiamo essere sordi e ciechi come gli ambientalisti nostrani, d'accordo. Ma non lamentiamoci delle conseguenze...".

Suicida, sostiene in altri termini Urso, sarebbe rinunciare a un "mix energetico con il 25 per cento di nucleare, il 25 di energie rinnovabili e un altro 50 di combustibili fossili". Piano sul quale, in linea di massima, si potrebbe ragionare. Se non ci fossero altri dettagli: "Prima di tutto", sostiene il professor Mattioli, "va chiarito che il nucleare rappresenta il 2 o 3 per cento dei consumi mondiali di energia. Secondo, non è vero che il nucleare faccia furore ovunque. Le statistiche dell'International atomic energy agency (Iaea) mostrano come, dopo vent'anni di paralisi, nel mondo occidentale siano previsti soltanto due nuovi reattori, quello a Olkiluoto e l'altro di Flamanville, in Francia: nazione, tra parentesi, dov'è prevista la chiusura di 12 centrali. Nel frattempo, il presidente degli Stati Uniti Barak Obama ha stanziato 8,3 miliardi di dollari per due reattori in Georgia (a fronte dei 160 miliardi annunciati per l'energia rinnovabile), ma in parallelo vengono dismesse 28 centrali. Stesso discorso valido per il Giappone, che avvia un reattore e ne chiude cinque".

Quanto al mix energetico prospettato dal governo italiano, 25 per cento nucleare 25 rinnovabili e 50 fossili di cui parla Urso, "i conti comunque non tornano", afferma il direttore di Greenpeace Italia Giuseppe Onufrio. Non è vero, infatti, "che il 25 per cento dei consumi energetici sarà coperto da fonti rinnovabili. In realtà, i consumi elettrici costituiscono il 20 per cento dell'energia consumata in Italia, per cui alla fine la quota rinnovabile sarà del 5 per cento". Il che da un lato danneggerà l'ambiente, dall'altro "è incompatibile con la direttiva 28/2009 dell'Unione europea, che impone all'Italia per il 2020 il 17 per cento di rinnovabili".
Critiche, appelli, accuse al governo di miopia o malafede: questo, per adesso, è l'indotto delle bufale nucleari (se ne parla, fino al 23 maggio, al Festival dell'energia di Lecce).

Mentre il governo accusa il colpo della caduta di Scajola, e congela tutte le nomine legate al nucleare, si ribellano le Regioni, 13 delle quali sono già ricorse alla Corte costituzionale per gli articoli 25 e 26 della legge 99/2009, che "non rispettano le realtà locali, prevedendo un semplice parere in sede di Conferenza unificata, e non precise intese con le Regioni" (parole del governatore dell'Emilia Romagna Vasco Errani). Protestano gli accademici, che in un documento sottoscritto a marzo da 23 studiosi (il Comitato energiaperilfuturo.it) chiedono "una politica energetica basata, innanzitutto, sulla riduzione dei consumi e l'eliminazione di sprechi".

E mentre il centrosinistra, tanto per cambiare si spacca, con decine di intellettuali, scienziati e parlamentari che chiedono al segretario del Pd Pier Luigi Bersani di aprire al nucleare, perplesso resta Edo Ronchi, ex ministro dell'Ambiente oggi a capo della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Che a proposito delle contraddizioni in atto, cita un esempio elementare: "Il governo continua a dichiarare che l'energia atomica ci libererà dalla schiavitù delle importazioni di petrolio o altro. Ma non è vero. L'Italia non possiede un grammo dell'uranio necessario alle centrali, e mancano anche gli impianti stessi per arricchirlo (e renderlo un potente combustibile, ndr)". Morale: "Dipenderemo sempre e comunque dagli stranieri, che decideranno se chiudere i rubinetti o meno".

Una riflessione, questa, che riporta al punto di partenza. Ovvero al dubbio che l'avventura nucleare italiana, vista dal centrodestra come una panacea energetica, non sia forse così conveniente. Berlusconi, è vero, ha dichiarato che "il nucleare è un dovere". I vertici dell'Enel sono convinti che grazie all'atomo toccheremo "i livelli di competitività dei principali partner europei". Ma poi ci sono i documenti, a fare da controcanto, le analisi internazionali. Nel giugno 2009, ad esempio, il centro studi americano di Moody's ha presentato una relazione sulla "New nuclear generation", dove si calcola per le imprese che investano in impianti atomici "il deterioramento del rating (la valutazione della capacità di far fronte al pagamento dei debiti) tra il 25 e il 30 per cento": più che sconsigliabile, per società quotate in Borsa. E cinque mesi dopo Citigroup, gigante dei servizi finanziari, ha titolato uno studio sul mercato inglese "New nuclear, the economics say no".

Si potrebbe continuare, volendo. Magari sottolineando, come fa Ronchi, che "mentre il governo italiano parla di 4,5 miliardi per costruire un reattore da 1.600 megawatt, in Canada Areva ha parlato di circa sette miliardi". O riferendo che, ancora secondo Citigroup, un reattore rende solo vendendo la sua energia a 70 euro per megawattora, mentre in Italia il costo medio dal 26 aprile al 2 maggio 2010 è stato 57,21 euro. "Ma prima di pensare il futuro", interviene Realacci, "va capito cos'è il nostro presente nucleare. Non tutti, infatti, sanno che ogni anno paghiamo in bolletta 400 milioni di euro per il decommisioning, la chiusura e gestione delle vecchie centrali". E non è l'unica eredità sgradita, che passa sotto silenzio.
A Saluggia, per esempio, nel cuore del vercellese, è rimasto attivo fino al referendum dell'87 l'impianto Eurex, creato per riprocessare combustibili atomici (ossia estrarre gli elementi riciclabili dal combustibile esausto). "Siamo la cittadina simbolo delle bugie atomiche", spiega Gian Piero Godio, responsabile energia di Legambiente Piemonte. E smentirlo è difficile: "Per decenni lo Stato ha promesso di rimuovere le scorie, di restituirci il famoso green field, il prato verde che avevamo un tempo. Invece ci troviamo, oggi, con la falda acquifera superficiale radioattiva, l'80 per cento delle scorie nazionali (che superano le 100 mila tonnellate, ndr.) ammucchiate in una struttura a 50 metri dalla Dora Baltea, e con il progetto in corso per costruire un altro deposito: sempre vicino al fiume, sempre a rischio".

Con che spirito, si domanda Godio, "possiamo accogliere il rinascimento nucleare? Con quale coraggio, il governo punta sul'atomo come energia pulita?". A differenza delle bufale, le risposte serie latitano.

(da L'Espresso, 20 maggio 2010)

19 aprile 2010

Lega mangiona

da http://www.unita.it/news/italia/97617/lappetito_della_lega

di Rinaldo Gianola

Nel 2009 il Veneto, che ha appena tributato un consenso elettorale record alla Lega, ha perso circa 52.000 posti di lavoro, il numero dei disoccupati ha raggiunto il livello di 126.500 persone. Secondo l’agenzia Veneto Lavoro il prodotto interno lordo in questa regione chiave dell’economia nazionale è calato del 4,8% lo scorso anno, il prodotto pro-capite è sceso ai livelli di dieci anni fa e un recupero sulla media del 2008 sarà possibile solo nel 2015, se tutto andrà per il meglio. I più colpiti, quelli che pagano gli effetti più duri della crisi, sono gli operai maschi, stranieri e con un contratto a tempo determinato. Sono stati licenziati, difficilmente troveranno un’occupazione nel breve-medio periodo.

Questa è la realtà sociale ed economica del Veneto. Una realtà difficile come in molte altre regioni italiane. Poi c’è la politica, ci sono le amministrazioni, ci sono i nuovi leader leghisti. Uno si aspetterebbe che davanti a una crisi spaventosa e dopo una vittoria elettorale senza condizioni gli amministratori di Bossi affrontassero questo momento delicato con piglio deciso e provvedimenti adeguati all’emergenza. Ma, per ora, bisogna aspettare. Anche gli uomini della Lega tengono famiglia e amano i piaceri del potere.

A Treviso i leghisti rifanno la sede della provincia come se fosse una reggia spendendo senza ritegno e comprando pure un tavolo di cristallo da 12mila euro ma poi negano i soldi alle scuole. La presidente della provincia e sindaco di San Donà Francesca Zaccariotto, astro nascente della Lega, appena eletta si era aumentata lo stipendio. Altri amministratori e sindaci leghisti, ad esempio ad Asolo e in altri comuni del trevigiano, hanno pensato che, crisi o non crisi, è giunto il momento di arrotondare stipendi e indennità perché non si vive solo di aria e di gloria politica.

Sono solo alcuni esempi della Lega di governo e di sottogoverno raccontati nell’inchiesta di Toni Fontana che offre un punto di vista diverso e alternativo sulla classe di governo di Bossi che, accanto ad amministratori abili e presentabili, propone il sindaco di Adro che non vuole dare da mangiare ai bambini delle famiglie morose o la giunta di Brescia che nega il bonus bebè ai figli degli immigrati.

Oggi che la Lega ha in mano la guida del Piemonte e del Veneto, e partecipa al governo in Lombardia puntando anche a Palazzo Marino a Milano, mostra sul territorio la sua faccia feroce coi più deboli e, su un livello più alto di potere, capitalizza il numero dei voti esigendo, come ha detto esplicitamente Bossi, «le banche del Nord, perché ce lo chiede il popolo» e punta a infilare i suoi uomini nei consigli di amministrazione delle grandi aziende di Stato e nelle municipalizzate. Come si può contrastare questa Vandea?

Con la presenza, la testimonianza forte di una politica diversa. Tonino Guerra ha scritto al Corriere della Sera per proporre al presidente della Repubblica di scegliere come senatore l’italiano «che non ci sta», l’imprenditore Silvano Lancini che ha pagato i diecimila euro di rette arretrate della mensa dei bambini di Adro. Una speranza.

da http://www.unita.it/news/italia/97616/una_reggia_padana_da_milioni_il_liceo_pu_attendere

di Toni Fontana

«Schei». Soldi, da queste parti ne circolano tanti. Tra i capannoni della Marca c’è il Veneto intraprendente e produttivo, quello della moda, delle scarpe, dei mille prodotti che girano il mondo. «Schei» e politica. Qui la Lega vince con percentuali bulgare e qui si forma la nuova classe dirigente padana. Luca Zaia, neo-governatore del Veneto, prima di diventare ministro è stato alla guida della Provincia di Treviso, carica ereditata da Leonardo Muraro, altro emergente del Carroccio. Qui si formano i nuovi alfieri del leghismo, meno noti dei Zaia e dei Tosi, ma decisivi per dirigere comuni, province e Regione, pilastri della costituenda Padania. Per questo la Provincia di Treviso è anche «fisicamente», l’istituzione che deve primeggiare, raffigurare il potere e le ambizioni della Lega padrona. E per far questo occorrono «schei.

A circa 4 chilometri dal centro storico di Treviso s’incontra l’ex manicomio di Sant’Artemio. I «matti», grazie alla 180, non ci sono più. Ora appare al visitatore un gigantesco complesso finemente ristrutturato. Qui ha sede la Provincia. In tempi record (5 anni) il manicomio si è trasformato in una faraonica sede per il potere leghista. Pavimentazione «palladiana», cubature agganciate ai fabbricati storici, sottopassi e bretelle stradali. La chicca è un asilo-reggia per i bambini dei dipendenti. Su la Tribuna di Treviso Antonio Frigo descrive la struttura notando la presenza di «due serie di bagnetti arcobaleno, sgabuzzini a raffica, spazi giochi, bagnetto-fasciatoio, spazio riposino». Qui non c’è il rischio che i bambini restino senza cibo, anche perchè l’asilo si è rivelato un flop. Solo due dipendenti vi hanno portato i figli perchè la retta (625 euro, 150 coperti dalla Provicia) è troppo alta. La reggia, circondanta da 70 ettari di parco, è una creatura di Zaia. Nelle vesti di presidente della Provincia l’esponente leghista avviò nel 2004 l’acquisto dell’area, di proprietà dell’Usl 9, fissando il prezzo a 9 milioni. I lavori iniziano in settembre. Zaia parlò di una spesa di 35 milioni. Nel 2005 viene approvato il progetto definitivo: spesa 57,1 milioni. In corso d’opera vennero approvate quattro varianti.

Due milioni serviranno per gli arredi. La Provincia spende così 531.426 euro per le sedie (Iva esclusa). Viene comprato un tavolo di cristallo per le riunioni del consiglio del costo di 12.840 euro. «Una mancanza di rispetto per le persone in difficoltà - lamenta Davide Schiavon, direttore della Caritas - la politica deve sposare sobrietà e solidarietà». Ma non pare questa l’ispirazione degli amministratori leghisti che sborsano 100.000 euro per l’inaugurazione della reggia. Serviranno così almeno 80 milioni. In città il faraonico «restauro conservativo» diffonde non pochi malumori. Lo stadio è vecchio, da 20 anni si discute sulla realizzazione del velodromo, da 25 sulla metropolitana di superficie. Ma non si fa nulla.

Tra le poche competenze che restano alle province c’è l’edilizia scolastica. Poco lontano da Treviso, a Montebelluna, c’è il liceo «Primo Levi». «Una scuola d’eccellenza» - spiega la sindaca Laura Puppato ( Pd) - in sei anni ha ricevuto quattro premi dalla presidenza della Repubblica e dal ministero». Il «Primo Levi» è un liceo che organizza corsi di cultura europea ed ebraismo. Ha ricevuto il riconoscimento del Lion’s club mondiale, la didattica è ispirata alla lezione di Don Milani. «Da 5 anni la Provincia tergiversa, non risponde - dice Puppato - eppure il progetto esecutivo è pronto, ci sono tutte le autorizzazioni. Se chiediamo quando si può partire con i lavori rispondono in modo stizzito». Nessuna risposta dalla reggia dei «faraoni» leghisti. I 1300 studenti frequentano le lezioni in in un ex asilo, un prefabbricato e in un ex scuola elementare. Per costruire la nuova scuola servono 14 milioni (il comune mette un milione e mezzo), 5 volte in meno degli 80 spesi per il «Pentagono» dei leghisti. Prontissimi, invece, quando si tratta di rispondere ad altre esigenze. In molti comuni a guida leghista gli amministratori stanno «ritoccando» i loro stipendi.

Molte delle ammnistrazioni sono state elette lo scorso anno (7-8 giugno, voto europeo e locale) e, per prima cosa, i nuovi dirigenti del Carroccio hanno raddoppiato e, in qualche caso triplicato, i loro emolumenti. È accaduto a San Donà di Piave (la sindaca Francesca Zaccariotto è stata poi eletta alla guida della Provincia di Venezia), a Cornuda e Asolo, nella Marca trevigiana. Ad Asolo, centro turistico, un mese dopo le elezioni la giunta ha approvato una delibera che porta a 2938 euro lo stipendio della sindaca Loredana Baldisser. Il suo predecessore, Daniele Ferrazza (Pd) prendeva (2004-2009) 1394 euro al mese (1952 nei quattro mesi di aspettativa). I «ritocchi» dilagano nel Veneto della Lega che nega i «schei» ai liceali di Montebelluna, ma spende mezzo milione per le sedie della reggia.




La reggia leghista di Treviso nella foto che compare nel sito della Provincia. È stata realizzata nel complesso che ospitava l’ospedale psichiatrico provinciale. La ristrutturazione è costata un’ottantina di milioni di euro. Comprende anche un asilio per bambini, poco frequentato. La sede della Provincia si trova nella parte nord di Treviso.

7 marzo 2010

La notte della Repubblica

Il decreto (n.29 del 5 marzo 2010) stravolge le regole non le interpreta. In claris non fit interpretatio. La legge chiara non richiede interpretazione, specie da chi è parte in causa, come il governo.

In questo caso la legge elettorale vigente era chiara: poneva un termine perentorio per la consegna delle liste; tale termine è stato violato. A mio sommesso avviso, il Presidente della Repubblica non poteva firmare il decreto, che non spiega ma introduce una nuova regola, stravolgendo, a vantaggio di una parte, quella esistente: la nuova regola è che la presenza di una persona nell'ufficio elettorale equivale a consegna della lista elettorale. Un assurdo : si viola la legge attraverso un'altra legge che introduce una regola sbagliata. Questo significa cambiare le regole del gioco, mentre la partita è in corso. Ciò non è ammissibile. Chi detiene il potere cerca di mantenerlo violando le regole . Non c'è più alternanza. Di qui la dittatura.

L’essenza delle libertà civili consiste nel diritto di ogni uomo di rivendicare la protezione delle leggi, tra cui la legge elettorale. La libertà nelle democrazie tende a proteggere il cittadino dall’oppressione attraverso le leggi. La certezza del diritto viene meno perché il continuo mutamento dello stato delle leggi rende i comandi poco affidabili. Le leggi, come il decreto emanato, sono sempre più settoriali e parziali, favorendo alcuni e danneggiando tutti gli altri. Rousseau affermava che la libertà «è fondata dalla legge e nella legge». «Nessuno di voi è così poco illuminato da non sapere che là dove viene meno il vigore delle leggi , non vi può essere né sicurezza né libertà per nessuno». E concludeva: «La libertà segue sempre la sorte delle leggi fondamentali, essa regna e perisce con queste; nulla mi è noto con maggiore certezza». Il punto essenziale è questo: siamo liberi quando obbediamo a leggi generali e uguali per tutti e non a leggi personali cambiate dai governanti- padroni per i loro comodi. Una democrazia «senza quella autolimitazione che è il principio di legalità si autodistrugge».
Il decreto (n.29 del 5 marzo 2010) stravolge le regole non le interpreta. In claris non fit interpretatio. La legge chiara non richiede interpretazione, specie da chi è parte in causa, come il governo.

In questo caso la legge elettorale vigente era chiara: poneva un termine perentorio per la consegna delle liste; tale termine è stato violato. A mio sommesso avviso, il Presidente della Repubblica non poteva firmare il decreto, che non spiega ma introduce una nuova regola, stravolgendo, a vantaggio di una parte, quella esistente: la nuova regola è che la presenza di una persona nell'ufficio elettorale equivale a consegna della lista elettorale. Un assurdo : si viola la legge attraverso un'altra legge che introduce una regola sbagliata. Questo significa cambiare le regole del gioco, mentre la partita è in corso. Ciò non è ammissibile. Chi detiene il potere cerca di mantenerlo violando le regole . Non c'è più alternanza. Di qui la dittatura.

L’essenza delle libertà civili consiste nel diritto di ogni uomo di rivendicare la protezione delle leggi, tra cui la legge elettorale. La libertà nelle democrazie tende a proteggere il cittadino dall’oppressione attraverso le leggi. La certezza del diritto viene meno perché il continuo mutamento dello stato delle leggi rende i comandi poco affidabili. Le leggi, come il decreto emanato, sono sempre più settoriali e parziali, favorendo alcuni e danneggiando tutti gli altri. Rousseau affermava che la libertà «è fondata dalla legge e nella legge». «Nessuno di voi è così poco illuminato da non sapere che là dove viene meno il vigore delle leggi , non vi può essere né sicurezza né libertà per nessuno». E concludeva: «La libertà segue sempre la sorte delle leggi fondamentali, essa regna e perisce con queste; nulla mi è noto con maggiore certezza». Il punto essenziale è questo: siamo liberi quando obbediamo a leggi generali e uguali per tutti e non a leggi personali cambiate dai governanti- padroni per i loro comodi. Una democrazia «senza quella autolimitazione che è il principio di legalità si autodistrugge».
In questo caso si è creato un vantaggio non giustificato a favore di un partito che non ha rispettato il termine, rispetto ad altri partiti che lo hanno rispettato.

Il giudice del TAR che deve applicare il decreto dovrebbe sollevare la questione di Costituzionalità per violazione del principio che la legge è uguale per tutti (art 3). Noi confidiamo che lo faccia.



Ferdinando Imposimato

23 febbraio 2010

Tg1, Minzolini contro tutti

da http://teleipnosi.blogosfere.it/

Maria Luisa Busi, volto noto del Tg1 delle 20, domenica mattina si reca a L'Aquila per firmare un servizio sulla situazione della ricostruzione e la sua troupe viene pesantemente contestata da un gruppo di cittadini, che accusano il notiziario di Rai uno di fare propaganda per il governo occultando scientificamente i tanti disagi e ritardi che stanno rendendo ogni giorno più difficile la vita di migliaia di sfollati.

La Busi, che evidentemente è una persona onesta e non se l'è sentita di negare quanto ha potuto toccare con mano, ha ammesso a titolo personale i limiti dell'informazione del suo telegiornale: «Quello che ho visto in questi giorni con i miei occhi è molto più grave di come talvolta è stato rappresentato. Migliaia di persone sono ancora in albergo, le case non bastano e la ricostruzione non è partita». Insomma, una situazione leggermente diversa dai miracoli del governo del fare capitanato dalla premiata ditta B&B (Berlusconi e Bertolaso) che in questi mesi ci ha raccontato la quasi totalità dell'informazione televisiva, Rai uno in primis con il duo M&V (Minzolini e Vespa).

Ovviamente Augusto Minzolini, come ogni leccapiedi che si preoccupa di salvare la faccia, non ci sta a fare la figura del cane da guardia del potere, di quello piazzato sulla poltrona importante per proteggere i padroni politici a discapito degli interessi dei cittadini, e meno che mai può accettare una critica tanto aperta da una collega che lavora sotto la sua direzione al telegiornale. Solo che c'è un piccolo problema: l'Emilio Fede del primo canale ha il grosso della redazione contro, e un richiamo alla Busi rischierebbe di rendere ancora più evidente questa imbarazzante situazione.

Allora come si procede? Si organizza un patetico colpo di mano, infilando un documento di sostegno alla linea editoriale del telegiornale al termine di una riunione il cui ordine del giorno prevedeva tutt'altri temi, quando la metà dei giornalisti se ne sono già andati, in modo che venti minzoliniani (su 130 redattori) riescano ad approvare poche righe di difesa d'ufficio del direttore.

Sul documento si legge: «Non è consentito a nessuno di offendere i giornalisti del Tg1 accusandoli di avere fatto e di fare un'informazione incompleta e faziosa per quanto riguarda la copertura del terremoto e del post-terremoto in Abruzzo». Sbagliato, in un paese libero, a chi paga il canone e a chi si ritrova ancora privo di un tetto senza che nessuno se ne accorga, è consentito protestare, criticare e anche offendere. Se Minzolini ha davvero qualcosa in contrario vada a discuterne, a telecamere accese, con quelli che non hanno ancora una casa. Siamo curiosi di assistere alla scena.

21 febbraio 2010

Rosa, Rosae

Era una notte di giugno di molti anni fa. Dopo aver passato la serata in due caffè, un bar e un locale di nottambuli, un giovane tornava a casa deciso a morire con un tubetto di veronal. Non aveva grandi motivi che lo spingessero a quel passo se si toglie che – da poco era entrato nel venticinquesimo anno – si sentiva vecchio e inutile; e guardava gli anni che sarebbero venuti con la noia di uno spettatore già deluso.

Questo giovane si chiamava, credo, Tristano, studiava filosofie e si dilettava di lettere. Dagli amici era chiamato Bovary, perché un giorno, in una discussione sul romanzo, aveva chiuso il suo intervento sulla identificazione tra autore e protagonista esclamando: “Au fond, monsieur Bovary c’est moi”. Ora stava per infilare la chiave nel suo portone quando dall’ombra del vicolo venne fuori una donna ormai vecchia e claudicante, in assetto di meretrice, che gli porgeva un fiore, una rosa col gambo avvolto in una carta d’argento. “Signorino,” implorava la sciagurata “comprami l’ultima rosa così vado a letto”.

“Buona signora,” rispose Tristano “non posso acquistare fiori di sorta. Non ch’io nutra pregiudizi sull’accattonaggio o le fioraie ambulanti, né tantomeno sulle prostitute che hanno superato i limiti di età (quale età, poi?), ma ho in tasca l’ultimo biglietto di banca, eccolo qui, e dovrei darvelo, come esige una deteriore tradizione romantica. Ora il fatto che io abbia deciso di porre fine ai miei giorni, aggiungerebbe un tocco di cattivo gusto al gesto che dovrei fare per compiacervi. Penso che mi sarebbe rimproverato, poiché queste cose finiscono sempre per risapersi. D’altra parte capisco la vostra necessità; e poiché non voglio deludere le vostre speranze, eccovi dunque il mio ultimo biglietto, ma a due condizioni: che voi sappiate tacere e che vi teniate, di grazia, la rosa.” Poi aggiunse con un fanciullesco sorriso: “A meno che non vogliate offrirmi un crisantemo.”

La vecchia donna mostrò di aver capito il discorso, si dolse di non aver tra i suoi fiori un crisantemo – non era stagione di crisantemi – intascò quindi il denaro, ma insistette a che il giovane accettasse la rosa, gliela infilò anzi all’occhiello, allontanandosi poi in fretta. Rimasto solo, prima idea di Tristano fu disfarsi del fiore inopportuno; egli detestava la rosa in generale, fiore troppo pasciuto, provinciale, pronto a tutte le abbiezioni sentimentali, di ottima qualità ma noioso e cantato da tanti mediocri poeti. Ma si trattenne per naturale pigrizia.

Appena nella sua stanza – era una stanza qualsiasi all’ultimo piano di un gran casamento – Tristano prese due bicchieri e li riempì egualmente di acqua. In uno dei bicchieri mise il fiore, che collocò quindi sul comodino; nell’altro sciolse le pastiglie del sonnifero, agitandole con una matita, incantato già dai preliminari di quel suo ultimo rito. Decise poi che si sarebbe concesso un’ora di lettura prima di ingurgitare la fatale pozione.

La scelta del libro non fu agevole. Il cerchio dei suoi interessi letterari s’era, dal momento che aveva deciso di morire, paurosamente ristretto. L’idea di leggere Platone non gli venne. I politici lo fecero sorridere, gli estetici lo immalinconirono, i narratori gli sembrarono privi d’ogni fantasia: cercò la Bibbia ma si ricordò poi di averla prestata a un ateo in procinto di perdere la sua fede. Non gli restava nulla da leggere, senonché tra i libercoli di scarto, che aveva anzi deciso di vendere, trovò un volumetto,   Le langage des fleurs, che sfogliò rapidamente e subito scelse.

Vari pensieri, che in altra occasione sarebbe stato tentato di mettere in carta, gli vennero, che lo fecero sorridere; e non poté esimersi dal lanciare uno sguardo a quella sua rosa, che gli sarebbe sopravvissuta almeno la durata di un mattino. La vide che s’abbeverava ghiottamente, arricciando il bordo dei petali con la lenta inevitabilità di un pitone insonnito. Era un magnifico esemplare, di un delicato color carnicino etrusco, una rosa cosiddetta tea.

Prima di porsi a letto, Tristano si spogliò nudo, rivelando un corpo assai ben fatto. Si rimirò alla psiche, si fece un profondo saluto commiserevole e si gettò quindi sul letto, senza mettersi tra le lenzuola, ché la notte era tiepida e la sua epidermide desiderava la freschezza della coperta di cotone lucido.

Dunque, morire! Ebbe voglia di ridere; ma ormai era deciso: e doveva aver avuto i suoi buoni motivi per decidersi. Non stette nemmeno a ricordarli: s’immerse perciò nella lettura.

Le langage des fleurs era un libretto per fanciulle: quando si trovò a consultare il capitolo che trattava della rosa, vi lesse una serqua di luoghi comuni immaginabili. Lesse anche questi versi: “La rose qui ce matin avait déclose sa robe de pourpre etc…”.

Autore ne era un certo abate, de la Chassaigne, e una nota informava ch’era morto a novantadue anni.

Buffoncello! pensò Tristano. Soltanto i vecchi si preoccupano di raggiungere la vecchiaia! Abatino dei miei coglioni! Non vedo l’ora di tirarti il naso! E subito gettò il libro contro la parete di fronte. L’ultima sua futile lettura era dunque sfumata. Guardò il soffitto aspettando lo scoccare della sua ora.

Intanto la rosa, nel suo bicchiere, non aveva mai staccato gli occhi dal giovane. Lo aveva visto sciogliere le subdole pastiglie nell’altro bicchiere, liberarsi poi degli abiti, rimanendo colpita dalle fattezze di quel corpo. L’incontro da lei lungamente meditato si prospettava drammatico ma lasciava uno spiraglio aperto ai suoi giovanili desideri, a quegli appetiti che sono il nerbo di ogni amore bennato, ché tale era l’amore che da tempo la rosa provava per il giovane Tristano. Ebbe pensieri dapprima mesti – come impedire il suicidio? – poi chiaramente sensuali, malediceva certo il suo vegetale destino che le impediva di sciogliere quella disperata e focosa situazione, di coricarsi con un padrone gentile di membra, caldo e biondo di colore, e che nessuna rivale avrebbe mai più goduto. Se giammai Dafne ebbe rimorsi di aver troppo accelerato la corsa quando fu raggiunta dal Citaredo, della stessa forza erano adesso le maledizioni che la rosa mandava al suo creatore. Ah, poter carezzare quel giovane corpo infelice, far scendere il sonno su quelle palpebre, vegliarne il riposo! E, forse, esserne riamata! Oh, essere un papavero!

Insistendo in questi vaneggiamenti, la rosa ebbe, a un certo momento, un profondo, doloroso eppure ambito trasalimento; sentì qualcosa sciogliersi nel segreto del seno, sentì fermentare il suo vivo polline impaziente, la stanza prese a girarle attorno, gettò un ultimo sguardo all’oggetto amato e, con un grido barocco, svenne in un deliquio dolcissimo.

Tristano, immerso in una confusione di affrettati pensieri – pensieri che si accalcavano all’uscita come gli spettatori che lasciano la platea alle ultime battute d’una commedia o, meglio, come i topi che fuggono la nave condannata – non udì quel grido, del tutto metafisico, né si accorse che la rosa, arrovesciata la testolina, quasi stava per cadergli addosso. Tristano si addormiva. Il sonno lo aveva colto – diciamolo pure – sul fatto.

Quando la rosa si riebbe vide il giovane raggomitolato, udì il suo russare ritmico e tranquillo e un’onda di tenerezza (e stavolta materna) la percorse in tutte le fibre. “Dormi, amor mio” sussurrò “e vivi per me”. Né, vagheggiando quest’idea, le fu possibile riassopirsi.

Dopo qualche ora il freddo dell’alba svegliò Tristano. Confusamente dapprima, poi con chiarezza, ricapitolò la situazione e si accorse che aveva differito, senza volerlo, la sua sorte. Sullo scrittoio, il bicchiere pieno di veronal aveva l’aria di rimproverargli ogni viltà. Tristano si levò, pronto a troncare l’indugio; ma nel gesto che fece di passarsi una mano sul viso, quasi per scacciare gli ultimi fantasmi del sonno (aveva sognato l’amore di una rosa, sogno di un languore denso e decorativo), urtò le dita nel naso e subito si trattenne. Aveva sentito un vivo dolore. Tastandosi la narice colpita, la trovò gonfia al tatto, calda, mostruosa; impressionato, corse allo specchio e si rimirò.

La narice destra era spropositatamente gonfia, ma di un sano color rosso. Rimase a osservarla qualche minuto, dimenticando che il già deciso suicidio avrebbe dovuto renderlo insensibile a ogni incidente: ma sembra che l’amor proprio non fosse interamente ottuso in Tristano: e trapassare col naso gonfio gli sarebbe di certo parso inaccettabile.

Mentre spingeva a fondo il suo esame, avvenne un fatto che finì di stupirlo. Dalla narice, lentamente, come una timida lumaca, sorgeva qualcosa, qualcosa di rosso, ma niente di schifoso tuttavia, anzi qualcosa di turgido e brillante, un bocciolo di rosa. Quando tutto il bocciolo fu estromesso, apparve un gentil gambo senza spine, ornato appena di due leggiadre foglioline di un tenerissimo verde. Per la nota legge del geotropismo negativo, il bocciolo, inarcandosi sul gambo, mirava a elevarsi, cercando a tentoni la luce, e le pupille di Tristano, che avevano seguito – potete immaginarlo – tutto il lentissimo varo, dovettero a un certo momento convergere verso l’angolo interno dell’occhio per non perdere di vista il bocciolo: che sostava, ora, leggermente dondolando a guisa d’un palloncino frenato, all’altezza della radice del naso, laddove le sopracciglia si congiungono.

Tristano ebbe paura e sgomento, ma seppe dominarsi. Poi, un sospetto dolcissimo gli attraversò la mente e, cauto, si volse a guardare la rosa, là nel suo bicchiere. La sciagurata sembrava volersi dare arie innocenti, ma quelle poche ore avevano impudicamente svelato la sua bellezza: Tristano non si sorprese affatto di sentire un’improvvisa attrazione per quella bellezza; egli, indifferente al fascino dei fiori.

Un tumulto di pensieri lo sopraffece: tenerezza, gioia, riconoscenza: volle sfogarsi urlando e poté soltanto ridere, facendo bene attenzione, tuttavia, a non scuotere troppo il suo tenero bocciolo. Che bel bocciolo, non si stancava di rimirarselo! E che strana, impaziente voglia di gridare a tutti la sua contentezza, di correre al caffè per mostrarlo agli amici… tant’è la vanità umana!

Per farla breve, Tristano dopo mature riflessioni, incoraggiato anche dal contegno della rosa, prese una forbicetta e troncò il gambo del bocciolo a fior di narice; poté dunque osservarlo a suo agio e vide ch’era davvero un bellissimo bocciolo, ma d’una specie che gli era però sconosciuta, pur ricordando la rosa.

Confrontandola alla grande rosa del bicchiere, stabilì qualche vaga rassomiglianza che fu sufficiente tuttavia per stabilire quel che più gli premeva: che la rosa aveva parte in quella mirabile avventura. Sgonfiata ora la narice, scomparso ogni residuo del suo travaglio, Tristano fu maggiormente portato a considerare la compagna di quella notte, entrata così magicamente nella sua vita, alle ultime battute. La osservò a lungo, sorridendo, la carezzò sui petali e sentì che s’inarcava come un gattino. Infine – dobbiamo dir tutto – la baciò più volte, aspirandone a lungo il profumo, con tutte le attenzioni di un amante discreto e lusingato. Le cambiò l’acqua nel bicchiere e sedette sulla sponda del letto, ora guardando lei, ora il bocciolo, agitato da una felicità insensata forse, ma non futile.

Il sole che inondò la stanza ricordò a Tristano che un altro giorno era cominciato e che tanto valeva viverlo; ma gli ricordò anche di essere senza denaro. Meditando di uscire da quel fastidio, si vestì in fretta, fece un pacco dei libri che aveva deciso a suo tempo di vendere – ma ne escluse Le langage des fleurs – e uscì. Tra l’indice e il pollice della destra portava, come un piccolo stendardo, il suo bocciolo. “Torno subito, cara,” disse alla rosa “e porto a spasso bebè”.

Camminò allegro per le strade quasi deserte e, a quell’ora, percorse soltanto da cascherini; corse dal libraio per risolvere il suo affare, ma la bottega era ancora chiusa. Per ingannare l’attesa, passò in lenta rivista le vetrine dei negozi di quei pressi. C’era un salumaio, un sarto, un modesto gioielliere; infine, un fioraio: un fioraio di lusso. Spinto da una profonda curiosità, Tristano entrò nel negozio e al proprietario che gli venne incontro cerimonioso chiese, mostrandogli il bocciolo, a che specie appartenesse.

Il fioraio guardò il bocciolo e non riuscì a celare del tutto la sua sorpresa e la sua emozione. Fingendo tuttavia una calma che a Tristano parve subito simulata, rispose che si trattava di un rosolaccio; poi, con suprema indifferenza, disse che l’avrebbe acquistato per un innesto, se a buon prezzo. Tristano, tanto per smascherare quel fioraio, rispose: “Ve lo cedo per tanto” e disse una cifra altissima. Il fioraio non batté ciglio, trasse di tasca il denaro, lo porse a Tristano e gli tolse dalle dita il bocciolo. Tristano, sorpreso, volle protestare, disse infatti che aveva inteso celiare; ma il fioraio, pur con gentilezza, fu inesorabile: gli ricordò che negli affari la parola è parola, e lo salutò.

Tristano si trovò per strada senza bocciolo, ma con molto denaro e un superfluo pacco di libri che cedette al libraio per pochi soldi: era abbastanza ricco, ormai, per discutere ancora sui prezzi. Non bisogna però credere che Tristano non pensasse più al suo bocciolo: diremo anzi che provava il rimorso d’essersene disfatto tanto prontamente: ma un pensiero lo confortava, un pensiero che non voleva del tutto chiarire a se stesso, e cioè: la rosa era ancora là, a casa sua, nel suo bicchiere, e forse…

Dopotutto un bocciolo è un bocciolo: non aveva nemmeno avuto il tempo di affezionarcisi.

La giornata trascorse per Tristano come un soffio primaverile: mangiò abbondantemente in un ristorante di lusso, fece certe sue spesette, giocò alle carte, fece all’amore, parlò d’amore e di politica con gli amici e, calata la sera, risovvenendosi del suo suicidio, rimasto con poche lire in tasca, ché aveva avuto cura di spendere senza troppo badarci, rincasò.

I due bicchieri erano ancora al loro posto: in quello che conteneva il veronal, l’acqua, quasi invecchiata, si adornava di bollicine d’aria. L’altro ospitava ancora la più bella rosa del mondo, ché tale parve a Tristano: era una rosa sorridente, fresca: come aveva potuto lasciarla sola tutto quel tempo? Le cambiò l’acqua, le carezzò ancora i petali, la baciò. Avrete già capito, immagino, che ogni idea di suicidio era svanita dalla mente del nostro eroe. La rosa, da parte sua, non era meno contenta di rivedere il suo amato padrone. Il quale, stavolta, non perse tempo a leggere, ma si spogliò e, rimirando il fiore, prese a sussurrargli frasi lusinghiere. Passarono in questa intimità qualche ora. Infine Tristano s’addormì.

Per non tediarvi con certe ripetizioni, vi dirò che all’alba, svegliandosi con quel dolore che ormai sapete, Tristano vide sorgere stavolta dal suo naso un bocciolo non meno bello del primo, anzi più vivo di colore, e più strano di forma. Per la gioia, così nudo com’era, fece un balletto per la stanza; poi, ritrovando l’antico fuoco letterario, volle scrivere qualche verso, ma, scrivi e scrivi, non gli piacquero e li distrusse. Prese allora un altro foglio e appuntò questi nomi:

Erotina provvida

Bramalia viridissima

Serpentina moriens

Bravissima fulgens

Dolorosa fragrans

Ciprinita coponia

Karenina contracta.

Stette incerto quale scegliere e si decise poi per il primo nome, non senza inorgoglirsi d’una furba compiacenza. Ah sì: Erotina provvida! Si vestì in fretta – nemmeno si ricordò di salutare l’amabile rosa madre – corse dal fioraio e stavolta s’ebbe (aveva capito il gioco) una somma assai maggiore.

Passarono tre giorni. La felicità s’accompagnava a Tristano che, di lieto umore, menava una vita diversa, elegante e senza pensieri.

La rosa sembrava anch’essa felice: ma se Tristano avesse meglio osservato, avrebbe pur notato in lei una vaga languidezza d’atteggiamenti e certi segni d’ansiosa melanconia che avrebbero allarmato un amante sincero e insoddisfatto. Ma Tristano – esaurite le sue curiosità serali – sentiva sorgere nel suo animo il ricordo delle liete brigate, dei caffè aperti tutta notte, delle meretrici calde e sfacciate.

E così il suo amabile fiore s’annoiò e prese a sfiorire; già l’apice di una sua fogliolina si stava tingendo di scuro, si vedeva appena ad occhio nudo, ma il fatto s’era prodotto. Ad aggravare il dolore della sua solitudine s’aggiunse per la rosa la certezza di non essere amata come aveva creduto quel primo magnifico giorno, ai primi magnifici baci. Ora, la mattina, Tristano si alzava in fretta, preoccupato del suo nuovo bocciolo come una massaia che piglia l’uovo dando uno sguardo appena distratto alla brava chioccia che l’adora e la festeggia inutilmente.

Una rosa!

Tristano qualche volta, tra sé, rideva e fu persino tentato di raccontare la cosa agli amici. Cominciò difatti: “Ah, se sapeste che mi sta capitando!...”. Ma, una volta accesa in quegli spiriti inquieti la curiosità, non volle soddisfarla, trattenuto da un improvviso pudore. Si sentiva nobile, fiero e bello: inesauribile. E baciando la sua appassionata amante pensava di essere forse un poco ridicolo. Tuttavia…

La rosa soffriva chiaramente. Ormai, la notte, la vista di quel corpo caldo e vivace, invece di avvincerla, la spaventava come un abisso incolmabile, che l’avrebbe attirata e sepolta. Quei fianchi lisci e segnati, quel petto calmo e tornito, quelle labbra ironiche…Oh, il rammarico per l’oggetto amato e che non possederemo mai nella giusta maniera!... ma soltanto come ladri, o come parassiti tollerati per consuetudine!

Eppure la rosa, amando ancora Tristano, decise di dargli la prova suprema del suo amore, ingenuamente convinta che le prove supreme riaccendono i desideri spenti. Una mattina, svegliandosi da sogni meravigliosi, il giovane si accorse che dal naso stavolta gli sortiva un perfetto esemplare di rosa nera, mai vista eppur ambita e invocata dai botanici di tutto il mondo.

La gioia di Tristano fu pari alla singolarità dell’avvenimento. Quel magnifico, cupo bocciolo lo immerse in una cupa fantasticheria, mai prima provata; ebbe per un attimo la certezza di possedere le vere chiavi della vita, gli parve di aver fatto capolino tra le spessissime tende che celano l’aldilà ai comuni mortali. Divideva un segreto dell’alchimia decisiva: e tutto merito del suo naso.

E anche merito della rosa. Volle ringraziarla, la coccolò a lungo, seppe dirle cose tanto amabili che la rosa ebbe l’illusione di essersi ingannata circa i suoi dubbi: e conobbe ancora un’effimera gioia.

Quanto a Tristano, considerata la realtà, cominciarono per lui giorni di accesa baldoria e di lusso: carico di denaro, non tornò a casa né quella notte né le seguenti e le trascorse con donne di gran conio, che lo lasciavano all’alba del tutto esaurito ma immerso nella grigia felicità degli stupefacenti. Dopo un’ottima colazione, Tristano era già preso da altri pensieri e soltanto una volta, fugacemente, si dispiacque d’aver venduto il suo bocciolo, ma fu questione di un attimo e al suo dolore partecipava più l’estetica che il sentimento.

La fine di questa storia? Tre giorni dopo, tornando a casa temporaneamente sazio di piaceri, lo stomaco un poco sossopra, la testa pesante e la radice della vita quasi disseccata, Tristano si proponeva di cambiar vita e di considerare la sua fortuna con occhio diverso. In una bella scatola di cartone portava un portafiori d’argento sul quale aveva fatto incidere il suo nome e una data. Voleva alloggiare meglio la sua rosa alleata. Un più calmo ragionare, una distribuzione più razionale dei loro sforzi, li avrebbe portati all’agiatezza, forse alla ricchezza. Le sue narici restavano elastiche, frementi, libere.

Prima di imboccare il portone gli sembrò di vedere, all’angolo della casa, la vecchia fioraia. La chiamò, ma incontro gli venne una vecchia sconosciuta, anche lei di professione meretrice, che sorrise amabilmente come poté, acconciandosi le luride chiome infiocchettate. Tristano, disgustato, le gettò subito un biglietto di banca – l’ultimo – e rincasò. Peccato, pensava salendo le scale, due rose son meglio di una. Poi, immaginò che sarebbe stato un tradimento.

Nella sua stanza l’attendeva l’ingrata sorpresa. La rosa era scomparsa. Trovò un petalo vizzo sul marmo del comodino, un altro petalo sulla coperta del letto; poi, cercando in quello spazio angusto e inesplorabile che divide il letto dal comodino, trovò tutta la rosa, ma secca come un grillo; e i petali accartocciati si sarebbero detti di un crisantemo.

Tristano impallidì al ricordo, stette muto. L’ho uccisa, pensava, e non sapeva capacitarsene. Quando vide che i suoi baci non richiamavano in vita quell’oggetto tanto assurdo, non poté trattenere le lagrime; poi, un riso isterico lo sconvolse. Oltre tutto, i suoi progetti sfumavano, ma quello era il meno…

Il bicchiere col veronal era ancora sullo scrittoio; lo trasportò sul comodino, vicino all’altro. Prima di bere avrebbe voluto spiegarsi l’avventura, decifrare il mistero di una morte irrisoria, e tutti gli altri misteri che fasciano quello, via via, sino a comporre la valanga dei misteri universali. Uno tirava dietro l’altro, non era possibile isolarli.

Ma era stanco e si decise. Tuttavia, non risovvenendosi quale dei due bicchieri contenesse il veronal (erano identici e in ambedue l’acqua aveva formato un vivaio di bollicine), dovette – e forse qui ebbe il sospetto d’una amara allegoria – trangugiarli tutti e due. Ma gli sembrò pur sempre un principio di spiegazione. Forse, sapendo approfondire…

Si sdraiò sul letto, l’animo stranamente placato. Pensò ancora alla rosa ed ecco capì che l’aveva sempre amata, che tutto il suo essere, dalla nascita, era vissuto per lei. Volle urlare: “Mia rosa!...” ma proprio in quel momento si addormì nel suo ultimo sonno artificiale; e, scivolando in quell’abisso di piume nere, ebbe la certezza che non l’avrebbe riveduta mai più.

 

Ennio Flaiano, da Autobiografia del Blu di Prussia

sfoglia
maggio