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Questo blog è casa mia. Come una casa si arreda secondo i propri gusti, così su questo spazio scrivo quello che mi pare, con o senza il gradimento altrui. Gli unici nomi reali che vi compaiono appartengono a personaggi pubblici, riguardo ai quali, si spera ancora per qualche tempo, è in vigore la libertà d'opinione. A volte anche a me, come a tutti i gestori di spazi simili a questo, succede di scrivere storie ispirate a vicende personali. Ma in quei casi i nomi sono o fittizi o assenti del tutto. Se qualcuno o qualcuna, geograficamente vicino o vicina a me, crede di riconoscersi in qualche personaggio di cui scrivo, sono problemi esclusivamente suoi: da parte mia, posso soltanto consigliare a questi individui di non far più visita a questo spazio. Io racconto storie, non rilascio deposizioni giudiziarie, né faccio pettegolezzo da portineria: quest'ultimo soprattutto è uno sport che lascio volentieri ad altri o ad altre. Concludo questa seconda avvertenza, che si è resa necessaria contro la mia volontà, con un proverbio napoletano che calza a pennello con la circostanza: "Chi vò male a chesta casa addà crepà primm ca trase."
Discorso pronunciato da
Piero
Calamandrei al III congresso dell’Associazione
a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio
1950. "Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un
partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole
rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la
marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli, ma vuol
istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per
trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di
stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle
scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito
dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia
che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole
private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure
cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e privilegi. Si
comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in
fondo sono migliori si dice di quelle di stato E magari si danno dei premi, come
ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno
disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole
private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e
si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il
partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in
scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza
alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto
che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i
cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già
detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i
loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo
sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino
insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami
siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto.
Dare alle scuole private denaro pubblico." - Pubblicato nella rivista “Scuola democratica”, 20 marzo
1950



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15 aprile 2011
In morte di Vittorio Arrigoni
Restiamo umani.
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6 settembre 2010
La mala educación
Che in Italia la scuola versi in uno stato comatoso, èahimè risaputo. Che fra gli insegnamenti impartiti dalla scuola dell'obbligo,l'educazione musicale sia una cenerentola, meno importante dell'ora direligione in cui di solito si fanno barchette di carta e si inventano nuoveparolacce, credo sia noto a tutti coloro che hanno avuto la fortuna difrequentarla. In questa situazione deprimente, ognuno si fa la propria culturamusicale, in maniera disordinata, bulimica, monomaniacale. Immaginate adesempio un medico che sa dirvi tutto delle isole di Langerhans ma ignora se ilcuore sia a destra o a sinistra, o un matematico che vi spiega per filo e persegno i due teoremi di incompletezza di Gödel ma non sa risolvereun'equazione di primo grado, o l'istruttore di una palestra che vi insegnacos'è il coefficiente Sinclair e non sa distinguere fra un muscolo e un'erniainguinale. Questi esempi danno un quadro sufficientemente esatto della culturamusicale fai da te dell'italiana/o media/o, soprattutto se naviga su internet esi reca regolarmente ai concerti di band emergenti. Di fronte a questapseudocultura, che giova ricordare non riguarda soltanto la musica, l'ignoranza ammessa è di gran lunga preferibile. Un esempio frai tanti l'ho trovato su un blog in cui un visitatore scriveva testualmentequesto: bellachiavica scrive: "giompi-fighetto,per ringraziarti del puntelloprocuratomi con la fascinosa rodolfa vorrei rifornirti di musicaital-prog…tanto più che proprio ieri sera ho accattato, da carù (miracolo: suinternet era quello che li vendeva al prezzo più basso), i 6 boxoni dellauniversal“Progressive Italia – Gli Anni ‘70?,e sono 6 box da 6, cioè 36rarissimi ex-LP (è roba dei ‘70, per cui sono corti, anche se la maggior partedei brani sono a suite, cioè kilometrici…) di- Maurizio Arcieri- Balletto diBronzo- De De Lind- Tony Esposito- Maurizio Fabrizio- Ibis (2 LP)- Jumbo (3 LP,anche se “vietato ai minori di 16 anni” l’avevo già)- Latte e Miele (2 LP)-Locanda delle Fate- Madrugada (2 LP, malgrado il nome ispanico, sono dibirghem, ignoro se “de hura”, o “de hota”)- Mauro Pelosi (4 LP)- Sensation’sFix (6 LP)e altri 11….senonché ho realizzato che duplicare ciascun albumcosterebbe +/- quanto accattarlo nuovo…e non mi pare una bella pensata… anzi,mi pare proprio ‘na strunzata, che manco vero tùl….per cui, non potendo io contraccambiarela tua cortesia, sono costretto a disdettare l’appuntamento galante con l’amicatutta curve di marimba…ma tra due minuti inizierà la partita tra rescaldinese eaffragola (serie F), per cui lei troverà li stesso da passare il tempo….come ditevoi? ah sì… “sorri…” Pochi minuti prima bellachiavica scrive: "pyccius,di “suburbs” degli arcade fire io avevoascoltato qualche brano per pochi secondi cad.,e l’impressione era che fosse undisco piacevole, soprattutto se rapportato alla desolazione discografica diquesti tempi grigi…però, se un critico del calibro di marco denti dice chestikkuì scopiazzano a destra e a manca il modo di suonare (cioè di usare i varistrumenti) e cantare (chennesapev’io che imitavano bitols e radiohead? ecchi liha mai ascoltati i bitols e i radiohead? rappresentano tutto ciò che aborro,dei brit…), gli si deve dare credito….in più, proprio ieri sera, da carù, hosentito una specie di neil young di 35 anni fa suonare una canzone di neilyoung di 40 anni fa, e quando ho chiesto chi cacchio fosse/fossero, mi è statorisposto“è l’ultimo albumino degli arcade… questo”, e il dischetto mostratomiera uguale al mio…..riassumo: se ascolti sti arcade sembra di sentire, di voltain volta, i bitols, i radiohead, neil young, più volte i low anthem (che non sochi siano!)….mi chiedo: quando, in quali brani (che poi sono solo 16, e almenouna decina di posti sono già occupati da “cover di fatto”, per cui lo spaziorestante è limitato…), sembrerà finalmente di sentire “i veri” arcade fire" Leggendo con qualche fatica questi capolavori, credo cheil nickname scelto da chi li ha lasciati sia del tutto appropriato. Ma ho ilforte sospetto che non valga soltanto per lui (o per lei?), bensì per tutta lapseudocultura musicale di cui questi commenti non rappresentano che la punta,per quanto fulgida, di un iceberg: una bella chiavica.
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12 luglio 2010
Le tribolazioni di un lunacense a Lunac
Il polpo Paul saluta tutti e se ne va. No, non farà più pronostici, hanno deciso per lui dal parco acquatico di Oberhausen, dopo avergli fatto fare otto scommesse vincenti su altrettante partite dei Mondiali. Proprio adesso che Paolo Villaggio, dalle colonne del Manifesto, aveva proposto di chiedergli come sarebbe andata a finire fra Israeliani e Palestinesi, e altre sciocchezze simili (nuova P2 o vecchia imprenditoria italiana, generali del Ros condannati per presunti reati o perché "mele marce", cardinali arrestati per pedofilia o per anticomunismo in Belgio, massacri di eritrei respinti alle frontiere perché pericolosi criminali o in seguito ad accordi fra Libia e Italia, leggi contro i diritti assoluti diventati tutti relativi in ossequio alla grande lezione liberale o in barba alla lotta contro il relativismo culturale del Pontefice, se si spacca prima e meglio la maggioranza o l'opposizione, operai per strada per ridar fiato alla Fiat o per rifare grande la Vecchia Signora, restituzione delle deleghe dei Presidenti delle Regioni ad eccezione di quelli della Lega Nord per accelerare il federalismo o per difendere a spada tratta i tagli del governo centrale, eccetera eccetera eccetera). Proprio adesso che i bookmakers di tutto il mondo se lo contendevano, il polpo Paul. Proprio adesso che i giornalisti sportivi italiani avevano trovato un valido alleato nel richiamarsi alla sua autorità: e non sembri uno scherzo, dato che Arrigo Sacchi, ammirato come un vate in tutte le trasmissioni calcistiche in Italia malgrado le poche vittorie entro i confini nazionali, e tutte con la squadra allora più forte del mondo senza discussioni e di parecchie lunghezze, ha dichiarato di considerare una scienza l'astrologia. Mentre Giacobbo dirigerà una puntata speciale di "Voyager", sono aperte le scommesse su cosa farà Sacchi il 20 dicembre 2012: purtroppo il polpo Paul, hanno deciso in Germania, non potrà parteciparvi. Visto che è stato pescato al largo dell'isola d'Elba ci sarebbero tutti gli estremi per chiederne l'estradizione: ma a che pro? In caso di pronostici infausti per l'Italia o, il che è lo stesso, per il Presidente del Consiglio, essi sarebbero immediatamente censurati dall'informazione pubblica, o del Presidente del Consiglio, il che è lo stesso. Ora, io ho provato il polpo in umido, in agrodolce, crudo e lessato; ma il polpo imbavagliato devo confessare che mi fa tristezza.
E' stato quando ho sentito che il polpo Paul si ritira che ho deciso qualcosa che già da tempo andavo confusamente meditando. E' stato allora che ho capito irrevocabilmente di aver fatto il mio tempo, come blogger, come studioso, come uomo, come tutto e come la nullità che sono. Non avendo il coraggio di Catone di Utica, ho dunque commissionato ad uno sconosciuto il mio suicidio. E' stato pure facile: l'ho trovato sulla chat di Gogol (ormai, come il Ministero della Sanità non si chiama più Ministero della Sanità bensì Ministero della Salute - grazie - prego - si figuri - non c'è di che, anche il motore di ricerca più diffuso è stato ribattezzato Gogol; e magari se al Ministero della Difesa avessero utilizzato un noto antivirus russo, sarebbe stato ribattezzato Dostoevskij): lui, o lei, non sono sceso nei dettagli, stava facendo un casting per un film porno. Gli ho proposto di guadagnare di più. Lei, o lui, pensava inizialmente che fossi uno spammer, uno di quelli che ti propongono il Casino on line o il Viagra, e mi ha detto con parole irriferibili di stare alla larga perché lui, o lei, era un/a professionista serio/a. Invece poi ci siamo chiariti; gli ho detto di avere un conto in banca enorme, bastava non far riferimento al mio ma al saldo al 2009 della città di Lunac; mi ha chiesto se ne fossi un amministratore, gli ho risposto che Lunac non ha mai avuto bisogno di un amministratore, tantomeno adesso. "Ma insomma, i soldi li hai nella tua disponibilità oppure stiamo perdendo tempo?" "Li ho, li ho: chiedi di..." e gli ho fatto il nome di un politico di Lunac. "Siamo sicuri?" "Fa' questo nome e non ti preoccupare che i soldi saltano fuori anche dai tombini, a questo nome a Lunac si aprono porte, portoni e portelle." Poi gli ho commissionato il mio suicidio. "Aspetta un attimo... cioè, mi stai chiedendo di ucciderti?" "Sì, che ci sto a fare qui, ormai..." A questo punto il mio sconosciuto interlocutore in cerca di attori porno si è trasformato nello Spirito Santo Paraclito. Leggendomi irremovibile, anche perché non avevo mai pensato a fare il pornoattore prima per pigrizia, poi per noia, infine per ironia, ha scritto: "Ma lo avrai capito il mestiere che faccio... io non uccido né faccio uccidere nessuno... al massimo..." "Al massimo?" Mi riferisce che nei suoi film è pedissequamente praticata e predicata la pedicatio. Perdo le staffe e cado da cavallo, cioè dalla sedia. Poi mi rialzo e scrivo: "Ma ti pareva che se era soltanto per farmi inculare, nella mia posizione, non mi sarei rivolto direttamente al Presidente della mia Regione?" Dopo aver atteso un po' la risposta, altri caratteri hanno ripreso a danzare sul mio monitor: "Anche questo è giusto. Ma insomma, da me che vuoi?" Esatto, da lei, o da lui, che volevo? Il polpo Paul mi guardava con la stessa espressione di Massimo Mauro: era insopportabile. Tutto ha ricominciato a girarmi intorno, i pronostici azzeccati, le vaschette, la finale, il bacio del portiere spagnolo alla fidanzata che lo stava intervistando (io cosa avrei fatto se la mia ipotetica ragazza mi avesse baciato durante una lezione?), le risate far capolino dalle pelate di Marco Mazzocchi e Serse Cosmi, la matrioska di Costanzo e Galeazzi, il baffo di Bartoletti, le rughe con filtro flou della Ferrari, le vuvuzelas di Felipe Melo, l'Olanda di Dunga e la Germania di Maradona, il tutto nella sgradevole impressione di affondare in una materia putrescente e fetida in un vaso a forma di ombrello. Cosa potevo chiedere a un produttore, o una produttrice di film porno?
Ancora una volta mi sono affidato al mio polpo Paul personale, cioè all'odore dei miei calzini: se passabile, avrei interrotto la comunicazione con scuse infinite. Me li sfilo, li annuso, ho un malore. Dopo essermi ripreso a fatica li butto direttamente dal balcone incurante dell'urlo, della frenata, dello scontro e delle bestemmie orribili che salivano dalla strada e formulo la mia richiesta. "Vada per l'inculata." Già immagino le obiezioni di qualcuno dei miei lettori: "Ma non potevi rivolgerti direttamente al Presidente della tua Regione, che ci pare si stia già adoperando con ogni mezzo a sua disposizione per accontentare te e tanti altri nella tua posizione e anche in altre?" Messa così, infatti, non avrebbe avuto senso. Senonché ha prevalso il mio lato bastardo, affidato al mio polpo Paul personale, che nemmeno voglio rammentare. Al mio interlocutore misterioso non ho descritto i miei connotati, ma quelli del politico lunacense di cui sopra. Un'inculata al posto di un suicidio non fa nemmeno ridere, me ne rendo conto. Ma che a pagarla debba essere proprio colui che la subisce fa proprio piangere. Ancora una volta il polpo Paul ha azzeccato il pronostico: e voi tutti politici che mi state leggendo, preparate il culo. La prossima volta che mi viene voglia di suicidarmi, potrei descrivere i vostri connotati e far pagare il servizio a un certo signor Carboni.
politica
diario
amore
| inviato da terzostato il 12/7/2010 alle 17:52 | |
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25 maggio 2010
Bluff nucleare
di Riccardo Bocca
E' il piano atomico voluto da Berlusconi. Ma una centrale simile a
quelle previste è già in costruzione in Finlandia. E provoca ritardi e
dubbi. Così il nostro programma avrà tempi, costi e vantaggi discutibili
C'è un sistema, scomodo ma efficace, per vedere cosa potrebbe riservarci
la nuova stagione nucleare italiana, il rinascimento atomico lanciato
dal governo Berlusconi. Bisogna volare in Finlandia e raggiungere
l'isolotto di Olkiluoto, tre ore di automobile da Helsinki lungo la
costa baltica. Un angolo di terra dove, protetto da insistiti controlli
di sicurezza, svetta il più grande reattore nucleare mai concepito al
mondo: il Gigante, com'è chiamato da queste parti.
Una struttura alta 63 metri che a fine lavori ingloberà 52 mila
tonnellate d'acciaio e sprigionerà 1.600 megawatt di energia. Un
pachiderma costruito dagli oltre 4 mila operai del consorzio
franco-tedesco Areva-Siemens, identico per potenza, partner (Areva) e
tipo di reattore (Epr, European pressurized reactor) agli impianti
previsti sul nostro territorio: le ormai famose quattro centrali
annunciate, prima dello scandalo "cricca", dall'ex ministro allo
Sviluppo economico Claudio Scajola. Uno scenario che, a giudicare dal
prototipo finlandese, è tutt'altro che rassicurante.
"A Olkiluoto niente procede come stabilito", testimonia il parlamentare
di Centro ed ex ministro dell'Ambiente Kimmo Tiilikainen: "L'opera è
partita nel 2005 e doveva finire entro il 2009: invece arriveremo, come
minimo, al 2012". Peggio ancora il capitolo costi: "Dai 3 miliardi di
avvio siamo agli attuali e per nulla definitivi 5,5".
Quanto alla gestione della sicurezza, il deputato parla di una
situazione "imbarazzante". Una via Crucis documentata dagli ispettori
pubblici, che più volte hanno riscontrato irregolarità: "Nel 2005 è
stata cambiata, senza permesso, la composizione del cemento alla base
del reattore", racconta Lauri Myllyvirta di Greenpeace Finlandia: "Nel
2007 si è scoperto che l'involucro del reattore era stato saldato, per
mesi, senza i dovuti controlli". E a maggio 2009, dopo che l'Agenzia
nazionale per la sicurezza atomica finlandese ha contestato ad Areva
l'inesistente "avanzamento nella progettazione dei sistemi di controllo e
protezione", gli ambientalisti hanno invocato "la revoca
dell'autorizzazione al consorzio".
Episodi gravi, noti agli addetti ai lavori internazionali, ma
ininfluenti per il nostro governo. C'era invece euforia, il 9 aprile
scorso, quando Italia e Francia hanno perfezionato l'accordo per il
nostro ritorno al nucleare. Come non fosse mai esistito il referendum
del 1987, con il quale vennero pensionate le tre centrali in funzione a
Caorso, Trino Vercellese e Latina (quella di Garigliano era chiusa dal
1978). Vecchie storie. Adesso il futuro energetico italiano è nelle mani
di Enel e Ansaldo, che con le cugine Edf (Electricité de France) e
Areva costruiranno reattori di cosiddetta terza generazione avanzata.
Come quello di Olkiluoto, appunto. "Un progetto pericoloso e inutile", a
sentire Ermete Realacci (Pd). Sorretto, a suo avviso, da una strategia
discutibile: "Si confonde l'opinione pubblica divulgando che l'energia
nucleare costerà meno. Che finalmente ci libererà dalla schiavitù delle
importazioni. Che non è pericolosa. Che è in linea con le direttive
della Ue. Che ci consentirà di stare al passo con i grandi del
pianeta... Tutte invenzioni che pagheremo sulla nostra pelle".
Sono le bufale atomiche. L'eccesso di ottimismo per nascondere problemi
enormi, a volte irrisolvibili. Una scelta ripetuta anche il 26 aprile,
in occasione dell'anniversario di Chernobyl, quando Berlusconi ha
ricevuto nella sua villa di Lesmo l'amico e presidente russo Vladimir
Putin.
A fine incontro, il nostro premier ha annunciato la partecipazione
dell'Enel al progetto di una centrale a Kaliningrad. Ha citato la
sinergia per sviluppare un reattore chiamato Ignitor. E soprattutto, ha
anticipato che "i lavori per la prima centrale italiana partiranno in
questa legislatura, cioè entro tre anni". Parole precise,
inequivocabili. Ma del tutto infondate, ha illustrato tre giorni dopo
Giuseppe Morbidelli, docente di Diritto a La Sapienza di Roma, durante
la "Conferenza annuale di diritto dell'energia".
"I passaggi previsti dal decreto legislativo 31 del 2010, rendono
impossibile avviare la costruzione di una centrale prima del 2017",
spiega. "L'Agenzia nazionale per la sicurezza nucleare dovrà, innanzi
tutto, fissare con Regioni e Consiglio dei ministri i parametri per
individuare il sito: procedura che finirà nel luglio 2011". Poi ci
saranno "scelta e certificazione del sito stesso, con l'Agenzia che si
confronterà con la singola Regione e la Conferenza Stato-Regioni: e
siamo a novembre 2012".
Dopodiché gli operatori interessati presenteranno domanda all'Agenzia
per la costruzione e gestione degli impianti, "e l'iter si concluderà a
maggio 2017". Se tutto fila liscio, dice Morbidelli: "finora, infatti,
non esistono né l'Agenzia nazionale per la sicurezza, né il documento
programmatico del governo a monte dell'intera operazione".
È sempre così, quando si tratta di nucleare made in Italy. Prima
arrivano gli annunci a effetto, le certezze matematiche, poi i dubbi e
le riflessioni. Sta capitando anche sul fronte della sicurezza, aspetto
più che prioritario. L'8 marzo scorso, ad esempio, l'amministratore
delegato di Enel, Fulvio Conti, ha dichiarato che "il ritorno all'atomo
non comporta alcun rischio".
L'ex ministro Scajola, in precedenza, si era augurato che gli
costruissero "una centrale nucleare davanti casa", e sulla stessa linea è
il sottosegretario allo Sviluppo Adolfo Urso, che con "L'espresso"
critica "l'inutile allarmismo degli scienziati da bar". Tutto questo
però non chiude il discorso: lo spalanca. Roberto Mezzanotte, ex capo
del Dipartimento nucleare dell'Ispra (l'Istituto superiore per la
protezione e ricerca ambientale) non ha difficoltà ad ammettere che "per
quanto il singolo, in percentuale, corra rischi minimi, la possibilità
di un incidente atomico esiste ed è innegabile". Il tutto mentre
dall'estero arrivano notizie sgradevoli, con le Autorità nazionali di
sicurezza nucleare finlandese, francese e inglese che a novembre hanno
censurato, in una nota congiunta, i sistemi di controllo dei reattori
Epr.
Addirittura, per archiviare la bufala della sicurezza al 100 per cento,
l'organizzazione Sortir du nuclear (Uscire dal nucleare) ha reso
pubblici a marzo i documenti interni della società Edf sul reattore di
Flamanville, fotocopia (ben lontana dall'essere conclusa) di Olkiluoto e
dei futuri impianti italiani. Sul banco degli imputati è finito il
progetto Epr, che "prevede di adattare la potenza del reattore alla
richiesta istantanea della rete", ma in questo modo potrebbe generare il
rischio esplosione. Un pericolo tanto serio quanto taciuto dai
nuclearisti italiani.
In compenso, Berlusconi ha dichiarato giorni fa che "il 54 per cento
degli italiani è favorevole" al nucleare, ma stavolta a smentirlo è la
ricerca di mercato svolta dall'istituto Format e presentato nel convegno
"Energetica". Un'analisi "statisticamente rilevante" che fotografa
un'altra Italia, nella quale tre persone su quattro affermano di non
voler considerare l'ipotesi di una centrale nella propria provincia,
mentre il 72 per cento ritiene che le tecnologie disponibili non offrano
sufficienti standard di sicurezza.
Non bastassero le percentuali, poi, e si volesse sondare la pancia degli
italiani, basta spostarsi su Facebook, dove fioriscono la rabbia, i
sarcasmi e la violenza verbale del gruppo "Raccolta firme per una
centrale nucleare ad Arcore", affollato da oltre 5.700 antinuclearisti.
Scrive Roberto P.: "È ora di incazzarsi sul serio! Finché ci riduce a
imbecilli con le sue televisioni, poteva passare. Adesso, con 'sta merda
del nucleare ha passato i limiti...". Ed è un commento tra più pacati.
"Quello che lascia sgomenti", afferma il fisico Gianni Mattioli, "è
l'impossibilità di un confronto con le istituzioni. Ho contattato, con
altri studiosi di fama internazionale, il ministero per lo Sviluppo
economico. Abbiamo incontrato vari consiglieri, ci è stato assicurato un
interesse al dialogo, ma non s'è concluso niente". Eppure ce ne
sarebbero, di questioni da affrontare. Partendo dalla domanda
fondamentale: perché l'Italia deve tornare all'atomo? Cos'è cambiato
dalla stagione del referendum? E che vantaggio dobbiamo aspettarci?
"Totale", assicura Urso: "Parliamoci chiaro: tutte le nazioni
industrializzate investono in energia atomica, perché non dovremmo noi?
Se poi vogliamo farci del male, se preferiamo essere sordi e ciechi come
gli ambientalisti nostrani, d'accordo. Ma non lamentiamoci delle
conseguenze...".
Suicida, sostiene in altri termini Urso, sarebbe rinunciare a un "mix
energetico con il 25 per cento di nucleare, il 25 di energie rinnovabili
e un altro 50 di combustibili fossili". Piano sul quale, in linea di
massima, si potrebbe ragionare. Se non ci fossero altri dettagli: "Prima
di tutto", sostiene il professor Mattioli, "va chiarito che il nucleare
rappresenta il 2 o 3 per cento dei consumi mondiali di energia.
Secondo, non è vero che il nucleare faccia furore ovunque. Le
statistiche dell'International atomic energy agency (Iaea) mostrano
come, dopo vent'anni di paralisi, nel mondo occidentale siano previsti
soltanto due nuovi reattori, quello a Olkiluoto e l'altro di
Flamanville, in Francia: nazione, tra parentesi, dov'è prevista la
chiusura di 12 centrali. Nel frattempo, il presidente degli Stati Uniti
Barak Obama ha stanziato 8,3 miliardi di dollari per due reattori in
Georgia (a fronte dei 160 miliardi annunciati per l'energia
rinnovabile), ma in parallelo vengono dismesse 28 centrali. Stesso
discorso valido per il Giappone, che avvia un reattore e ne chiude
cinque".
Quanto al mix energetico prospettato dal governo italiano, 25 per cento
nucleare 25 rinnovabili e 50 fossili di cui parla Urso, "i conti
comunque non tornano", afferma il direttore di Greenpeace Italia
Giuseppe Onufrio. Non è vero, infatti, "che il 25 per cento dei consumi
energetici sarà coperto da fonti rinnovabili. In realtà, i consumi
elettrici costituiscono il 20 per cento dell'energia consumata in
Italia, per cui alla fine la quota rinnovabile sarà del 5 per cento". Il
che da un lato danneggerà l'ambiente, dall'altro "è incompatibile con
la direttiva 28/2009 dell'Unione europea, che impone all'Italia per il
2020 il 17 per cento di rinnovabili".
Critiche, appelli, accuse al governo di miopia o malafede: questo, per
adesso, è l'indotto delle bufale nucleari (se ne parla, fino al 23
maggio, al Festival dell'energia di Lecce).
Mentre il governo accusa il colpo della caduta di Scajola, e congela
tutte le nomine legate al nucleare, si ribellano le Regioni, 13 delle
quali sono già ricorse alla Corte costituzionale per gli articoli 25 e
26 della legge 99/2009, che "non rispettano le realtà locali, prevedendo
un semplice parere in sede di Conferenza unificata, e non precise
intese con le Regioni" (parole del governatore dell'Emilia Romagna Vasco
Errani). Protestano gli accademici, che in un documento sottoscritto a
marzo da 23 studiosi (il Comitato energiaperilfuturo.it) chiedono "una
politica energetica basata, innanzitutto, sulla riduzione dei consumi e
l'eliminazione di sprechi".
E mentre il centrosinistra, tanto per cambiare si spacca, con decine di
intellettuali, scienziati e parlamentari che chiedono al segretario del
Pd Pier Luigi Bersani di aprire al nucleare, perplesso resta Edo Ronchi,
ex ministro dell'Ambiente oggi a capo della Fondazione per lo sviluppo
sostenibile. Che a proposito delle contraddizioni in atto, cita un
esempio elementare: "Il governo continua a dichiarare che l'energia
atomica ci libererà dalla schiavitù delle importazioni di petrolio o
altro. Ma non è vero. L'Italia non possiede un grammo dell'uranio
necessario alle centrali, e mancano anche gli impianti stessi per
arricchirlo (e renderlo un potente combustibile, ndr)". Morale:
"Dipenderemo sempre e comunque dagli stranieri, che decideranno se
chiudere i rubinetti o meno".
Una riflessione, questa, che riporta al punto di partenza. Ovvero al
dubbio che l'avventura nucleare italiana, vista dal centrodestra come
una panacea energetica, non sia forse così conveniente. Berlusconi, è
vero, ha dichiarato che "il nucleare è un dovere". I vertici dell'Enel
sono convinti che grazie all'atomo toccheremo "i livelli di
competitività dei principali partner europei". Ma poi ci sono i
documenti, a fare da controcanto, le analisi internazionali. Nel giugno
2009, ad esempio, il centro studi americano di Moody's ha presentato una
relazione sulla "New nuclear generation", dove si calcola per le
imprese che investano in impianti atomici "il deterioramento del rating
(la valutazione della capacità di far fronte al pagamento dei debiti)
tra il 25 e il 30 per cento": più che sconsigliabile, per società
quotate in Borsa. E cinque mesi dopo Citigroup, gigante dei servizi
finanziari, ha titolato uno studio sul mercato inglese "New nuclear, the
economics say no".
Si potrebbe continuare, volendo. Magari sottolineando, come fa Ronchi,
che "mentre il governo italiano parla di 4,5 miliardi per costruire un
reattore da 1.600 megawatt, in Canada Areva ha parlato di circa sette
miliardi". O riferendo che, ancora secondo Citigroup, un reattore rende
solo vendendo la sua energia a 70 euro per megawattora, mentre in Italia
il costo medio dal 26 aprile al 2 maggio 2010 è stato 57,21 euro. "Ma
prima di pensare il futuro", interviene Realacci, "va capito cos'è il
nostro presente nucleare. Non tutti, infatti, sanno che ogni anno
paghiamo in bolletta 400 milioni di euro per il decommisioning, la
chiusura e gestione delle vecchie centrali". E non è l'unica eredità
sgradita, che passa sotto silenzio.
A Saluggia, per esempio, nel cuore del vercellese, è rimasto attivo fino
al referendum dell'87 l'impianto Eurex, creato per riprocessare
combustibili atomici (ossia estrarre gli elementi riciclabili dal
combustibile esausto). "Siamo la cittadina simbolo delle bugie
atomiche", spiega Gian Piero Godio, responsabile energia di Legambiente
Piemonte. E smentirlo è difficile: "Per decenni lo Stato ha promesso di
rimuovere le scorie, di restituirci il famoso green field, il prato
verde che avevamo un tempo. Invece ci troviamo, oggi, con la falda
acquifera superficiale radioattiva, l'80 per cento delle scorie
nazionali (che superano le 100 mila tonnellate, ndr.) ammucchiate in una
struttura a 50 metri dalla Dora Baltea, e con il progetto in corso per
costruire un altro deposito: sempre vicino al fiume, sempre a rischio".
Con che spirito, si domanda Godio, "possiamo accogliere il rinascimento
nucleare? Con quale coraggio, il governo punta sul'atomo come energia
pulita?". A differenza delle bufale, le risposte serie latitano.
(da L'Espresso, 20 maggio 2010)
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19 aprile 2010
Lega mangiona
da http://www.unita.it/news/italia/97617/lappetito_della_lega
di Rinaldo Gianola
Nel 2009 il Veneto, che ha appena tributato un consenso elettorale
record alla Lega, ha perso circa 52.000 posti di lavoro, il numero dei
disoccupati ha raggiunto il livello di 126.500 persone. Secondo
l’agenzia Veneto Lavoro il prodotto interno lordo in questa regione
chiave dell’economia nazionale è calato del 4,8% lo scorso anno, il
prodotto pro-capite è sceso ai livelli di dieci anni fa e un recupero
sulla media del 2008 sarà possibile solo nel 2015, se tutto andrà per il
meglio. I più colpiti, quelli che pagano gli effetti più duri della
crisi, sono gli operai maschi, stranieri e con un contratto a tempo
determinato. Sono stati licenziati, difficilmente troveranno
un’occupazione nel breve-medio periodo.
Questa è la realtà
sociale ed economica del Veneto. Una realtà difficile come in molte
altre regioni italiane. Poi c’è la politica, ci sono le amministrazioni,
ci sono i nuovi leader leghisti. Uno si aspetterebbe che davanti a una
crisi spaventosa e dopo una vittoria elettorale senza condizioni gli
amministratori di Bossi affrontassero questo momento delicato con piglio
deciso e provvedimenti adeguati all’emergenza. Ma, per ora, bisogna
aspettare. Anche gli uomini della Lega tengono famiglia e amano i
piaceri del potere.
A Treviso i leghisti rifanno la sede della
provincia come se fosse una reggia spendendo senza ritegno e comprando
pure un tavolo di cristallo da 12mila euro ma poi negano i soldi alle
scuole. La presidente della provincia e sindaco di San Donà Francesca
Zaccariotto, astro nascente della Lega, appena eletta si era aumentata
lo stipendio. Altri amministratori e sindaci leghisti, ad esempio ad
Asolo e in altri comuni del trevigiano, hanno pensato che, crisi o non
crisi, è giunto il momento di arrotondare stipendi e indennità perché
non si vive solo di aria e di gloria politica.
Sono solo alcuni
esempi della Lega di governo e di sottogoverno raccontati
nell’inchiesta di Toni Fontana che offre un punto di vista diverso e
alternativo sulla classe di governo di Bossi che, accanto ad
amministratori abili e presentabili, propone il sindaco di Adro che non
vuole dare da mangiare ai bambini delle famiglie morose o la giunta di
Brescia che nega il bonus bebè ai figli degli immigrati.
Oggi
che la Lega ha in mano la guida del Piemonte e del Veneto, e partecipa
al governo in Lombardia puntando anche a Palazzo Marino a Milano, mostra
sul territorio la sua faccia feroce coi più deboli e, su un livello più
alto di potere, capitalizza il numero dei voti esigendo, come ha detto
esplicitamente Bossi, «le banche del Nord, perché ce lo chiede il
popolo» e punta a infilare i suoi uomini nei consigli di amministrazione
delle grandi aziende di Stato e nelle municipalizzate. Come si può
contrastare questa Vandea?
Con la presenza, la testimonianza
forte di una politica diversa. Tonino Guerra ha scritto al Corriere
della Sera per proporre al presidente della Repubblica di scegliere come
senatore l’italiano «che non ci sta», l’imprenditore Silvano Lancini
che ha pagato i diecimila euro di rette arretrate della mensa dei
bambini di Adro. Una speranza.
da http://www.unita.it/news/italia/97616/una_reggia_padana_da_milioni_il_liceo_pu_attendere
di Toni Fontana
«Schei». Soldi, da queste parti ne circolano tanti. Tra i capannoni
della Marca c’è il Veneto intraprendente e produttivo, quello della
moda, delle scarpe, dei mille prodotti che girano il mondo. «Schei» e
politica. Qui la Lega vince con percentuali bulgare e qui si forma la
nuova classe dirigente padana. Luca Zaia, neo-governatore del Veneto,
prima di diventare ministro è stato alla guida della Provincia di
Treviso, carica ereditata da Leonardo Muraro, altro emergente del
Carroccio. Qui si formano i nuovi alfieri del leghismo, meno noti dei
Zaia e dei Tosi, ma decisivi per dirigere comuni, province e Regione,
pilastri della costituenda Padania. Per questo la Provincia di Treviso è
anche «fisicamente», l’istituzione che deve primeggiare, raffigurare il
potere e le ambizioni della Lega padrona. E per far questo occorrono
«schei.
A circa 4 chilometri dal centro storico di Treviso s’incontra l’ex
manicomio di Sant’Artemio. I «matti», grazie alla 180, non ci sono più.
Ora appare al visitatore un gigantesco complesso finemente
ristrutturato. Qui ha sede la Provincia. In tempi record (5 anni) il
manicomio si è trasformato in una faraonica sede per il potere leghista.
Pavimentazione «palladiana», cubature agganciate ai fabbricati storici,
sottopassi e bretelle stradali. La chicca è un asilo-reggia per i
bambini dei dipendenti. Su la Tribuna di Treviso Antonio Frigo descrive
la struttura notando la presenza di «due serie di bagnetti arcobaleno,
sgabuzzini a raffica, spazi giochi, bagnetto-fasciatoio, spazio
riposino». Qui non c’è il rischio che i bambini restino senza cibo,
anche perchè l’asilo si è rivelato un flop. Solo due dipendenti vi hanno
portato i figli perchè la retta (625 euro, 150 coperti dalla Provicia) è
troppo alta.
La reggia, circondanta da 70 ettari di parco, è una creatura di Zaia.
Nelle vesti di presidente della Provincia l’esponente leghista avviò nel
2004 l’acquisto dell’area, di proprietà dell’Usl 9, fissando il prezzo a
9 milioni. I lavori iniziano in settembre. Zaia parlò di una spesa di
35 milioni. Nel 2005 viene approvato il progetto definitivo: spesa 57,1
milioni. In corso d’opera vennero approvate quattro varianti.
Due milioni serviranno per gli arredi. La Provincia spende così 531.426
euro per le sedie (Iva esclusa). Viene comprato un tavolo di cristallo
per le riunioni del consiglio del costo di 12.840 euro. «Una mancanza di
rispetto per le persone in difficoltà - lamenta Davide Schiavon,
direttore della Caritas - la politica deve sposare sobrietà e
solidarietà». Ma non pare questa l’ispirazione degli amministratori
leghisti che sborsano 100.000 euro per l’inaugurazione della reggia.
Serviranno così almeno 80 milioni. In città il faraonico «restauro
conservativo» diffonde non pochi malumori. Lo stadio è vecchio, da 20
anni si discute sulla realizzazione del velodromo, da 25 sulla
metropolitana di superficie. Ma non si fa nulla.
Tra le poche competenze che restano alle province c’è l’edilizia
scolastica. Poco lontano da Treviso, a Montebelluna, c’è il liceo «Primo
Levi». «Una scuola d’eccellenza» - spiega la sindaca Laura Puppato (
Pd) - in sei anni ha ricevuto quattro premi dalla presidenza della
Repubblica e dal ministero». Il «Primo Levi» è un liceo che organizza
corsi di cultura europea ed ebraismo. Ha ricevuto il riconoscimento del
Lion’s club mondiale, la didattica è ispirata alla lezione di Don
Milani. «Da 5 anni la Provincia tergiversa, non risponde - dice Puppato -
eppure il progetto esecutivo è pronto, ci sono tutte le autorizzazioni.
Se chiediamo quando si può partire con i lavori rispondono in modo
stizzito». Nessuna risposta dalla reggia dei «faraoni» leghisti. I 1300
studenti frequentano le lezioni in in un ex asilo, un prefabbricato e in
un ex scuola elementare. Per costruire la nuova scuola servono 14
milioni (il comune mette un milione e mezzo), 5 volte in meno degli 80
spesi per il «Pentagono» dei leghisti. Prontissimi, invece, quando si
tratta di rispondere ad altre esigenze. In molti comuni a guida leghista
gli amministratori stanno «ritoccando» i loro stipendi.
Molte delle ammnistrazioni sono state elette lo scorso anno (7-8 giugno,
voto europeo e locale) e, per prima cosa, i nuovi dirigenti del
Carroccio hanno raddoppiato e, in qualche caso triplicato, i loro
emolumenti. È accaduto a San Donà di Piave (la sindaca Francesca
Zaccariotto è stata poi eletta alla guida della Provincia di Venezia), a
Cornuda e Asolo, nella Marca trevigiana. Ad Asolo, centro turistico, un
mese dopo le elezioni la giunta ha approvato una delibera che porta a
2938 euro lo stipendio della sindaca Loredana Baldisser. Il suo
predecessore, Daniele Ferrazza (Pd) prendeva (2004-2009) 1394 euro al
mese (1952 nei quattro mesi di aspettativa). I «ritocchi» dilagano nel
Veneto della Lega che nega i «schei» ai liceali di Montebelluna, ma
spende mezzo milione per le sedie della reggia.
.jpg)
La reggia leghista di Treviso nella foto che compare nel sito della
Provincia. È stata realizzata nel complesso che ospitava l’ospedale
psichiatrico provinciale. La ristrutturazione è costata un’ottantina di
milioni di euro. Comprende anche un asilio per bambini, poco
frequentato. La sede della Provincia si trova nella parte nord di
Treviso.
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7 marzo 2010
La notte della Repubblica
Il decreto (n.29 del 5 marzo 2010) stravolge le regole non le
interpreta. In claris non fit interpretatio. La legge chiara non
richiede interpretazione, specie da chi è parte in causa, come il
governo.
In questo caso la legge elettorale vigente era chiara: poneva un
termine perentorio per la consegna delle liste; tale termine è stato
violato. A mio sommesso avviso, il Presidente della Repubblica non
poteva firmare il decreto, che non spiega ma introduce una nuova
regola, stravolgendo, a vantaggio di una parte, quella esistente:
la nuova regola è che la presenza di una persona nell'ufficio
elettorale equivale a consegna della lista elettorale. Un assurdo : si
viola la legge attraverso un'altra legge che introduce una regola
sbagliata. Questo significa cambiare le regole del gioco, mentre
la partita è in corso. Ciò non è ammissibile. Chi detiene il potere
cerca di mantenerlo violando le regole . Non c'è più alternanza. Di
qui la dittatura.
L’essenza delle libertà civili consiste nel diritto di ogni uomo di
rivendicare la protezione delle leggi, tra cui la legge elettorale. La
libertà nelle democrazie tende a proteggere il cittadino
dall’oppressione attraverso le leggi. La certezza del diritto viene meno
perché il continuo mutamento dello stato delle leggi rende i comandi
poco affidabili. Le leggi, come il decreto emanato, sono sempre più
settoriali e parziali, favorendo alcuni e danneggiando tutti gli altri.
Rousseau affermava che la libertà «è fondata dalla legge e
nella legge». «Nessuno di voi è così poco illuminato da non sapere che
là dove viene meno il vigore delle leggi , non vi può essere né
sicurezza né libertà per nessuno». E concludeva: «La libertà segue
sempre la sorte delle leggi fondamentali, essa regna e perisce con
queste; nulla mi è noto con maggiore certezza». Il punto essenziale è
questo: siamo liberi quando obbediamo a leggi generali e uguali per
tutti e non a leggi personali cambiate dai governanti- padroni per i
loro comodi. Una democrazia «senza quella autolimitazione che è
il principio di legalità si autodistrugge». Il decreto (n.29 del 5 marzo 2010) stravolge le regole non le
interpreta. In claris non fit interpretatio. La legge chiara non
richiede interpretazione, specie da chi è parte in causa, come il
governo.
In questo caso la legge elettorale vigente era chiara: poneva un
termine perentorio per la consegna delle liste; tale termine è stato
violato. A mio sommesso avviso, il Presidente della Repubblica non
poteva firmare il decreto, che non spiega ma introduce una nuova
regola, stravolgendo, a vantaggio di una parte, quella esistente:
la nuova regola è che la presenza di una persona nell'ufficio
elettorale equivale a consegna della lista elettorale. Un assurdo : si
viola la legge attraverso un'altra legge che introduce una regola
sbagliata. Questo significa cambiare le regole del gioco, mentre
la partita è in corso. Ciò non è ammissibile. Chi detiene il potere
cerca di mantenerlo violando le regole . Non c'è più alternanza. Di
qui la dittatura.
L’essenza delle libertà civili consiste nel diritto di ogni uomo di
rivendicare la protezione delle leggi, tra cui la legge elettorale. La
libertà nelle democrazie tende a proteggere il cittadino
dall’oppressione attraverso le leggi. La certezza del diritto viene meno
perché il continuo mutamento dello stato delle leggi rende i comandi
poco affidabili. Le leggi, come il decreto emanato, sono sempre più
settoriali e parziali, favorendo alcuni e danneggiando tutti gli altri.
Rousseau affermava che la libertà «è fondata dalla legge e
nella legge». «Nessuno di voi è così poco illuminato da non sapere che
là dove viene meno il vigore delle leggi , non vi può essere né
sicurezza né libertà per nessuno». E concludeva: «La libertà segue
sempre la sorte delle leggi fondamentali, essa regna e perisce con
queste; nulla mi è noto con maggiore certezza». Il punto essenziale è
questo: siamo liberi quando obbediamo a leggi generali e uguali per
tutti e non a leggi personali cambiate dai governanti- padroni per i
loro comodi. Una democrazia «senza quella autolimitazione che è
il principio di legalità si autodistrugge». In questo caso si è
creato un vantaggio non giustificato a favore di un partito che non ha
rispettato il termine, rispetto ad altri partiti che lo hanno
rispettato.
Il giudice del TAR che deve applicare il decreto dovrebbe sollevare la
questione di Costituzionalità per violazione del principio che la
legge è uguale per tutti (art 3). Noi confidiamo che lo faccia.
Ferdinando Imposimato
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23 febbraio 2010
Tg1, Minzolini contro tutti
da http://teleipnosi.blogosfere.it/
Maria Luisa Busi, volto noto del Tg1
delle 20, domenica mattina si reca a L'Aquila per
firmare un servizio sulla situazione della ricostruzione e la sua troupe
viene pesantemente contestata da un gruppo di cittadini, che accusano
il notiziario di Rai uno di fare propaganda per il
governo occultando scientificamente i tanti disagi e ritardi che stanno
rendendo ogni giorno più difficile la vita di migliaia di sfollati. La
Busi, che evidentemente è una persona onesta e non se
l'è sentita di negare quanto ha potuto toccare con mano, ha ammesso a
titolo personale i limiti dell'informazione del suo telegiornale:
«Quello che ho visto in questi giorni con i miei occhi è molto più
grave di come talvolta è stato rappresentato. Migliaia di persone sono
ancora in albergo, le case non bastano e la ricostruzione non è
partita». Insomma, una situazione leggermente diversa dai miracoli del
governo del fare capitanato dalla premiata ditta B&B
(Berlusconi e Bertolaso) che in questi mesi ci ha
raccontato la quasi totalità dell'informazione televisiva, Rai uno in
primis con il duo M&V (Minzolini e Vespa).
Ovviamente Augusto Minzolini, come ogni
leccapiedi che si preoccupa di salvare la faccia, non ci sta a fare la
figura del cane da guardia del potere, di quello piazzato sulla poltrona
importante per proteggere i padroni politici a discapito degli
interessi dei cittadini, e meno che mai può accettare una critica tanto
aperta da una collega che lavora sotto la sua direzione al telegiornale.
Solo che c'è un piccolo problema: l'Emilio Fede del primo canale ha il
grosso della redazione contro, e un richiamo alla Busi rischierebbe di
rendere ancora più evidente questa imbarazzante situazione. Allora
come si procede? Si organizza un patetico colpo di mano, infilando un
documento di sostegno alla linea editoriale del telegiornale al termine
di una riunione il cui ordine del giorno prevedeva tutt'altri temi,
quando la metà dei giornalisti se ne sono già andati, in modo che venti
minzoliniani (su 130 redattori) riescano ad approvare poche
righe di difesa d'ufficio del direttore. Sul documento si
legge: «Non è consentito a nessuno di offendere i giornalisti del Tg1
accusandoli di avere fatto e di fare un'informazione incompleta e
faziosa per quanto riguarda la copertura del terremoto e del
post-terremoto in Abruzzo». Sbagliato, in un paese libero, a chi paga il
canone e a chi si ritrova ancora privo di un tetto senza che nessuno se
ne accorga, è consentito protestare, criticare e anche offendere. Se Minzolini
ha davvero qualcosa in contrario vada a discuterne, a telecamere
accese, con quelli che non hanno ancora una casa. Siamo curiosi di
assistere alla scena.
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21 febbraio 2010
Rosa, Rosae
Era una notte di giugno di molti anni fa. Dopo aver passato
la serata in due caffè, un bar e un locale di nottambuli, un giovane tornava a
casa deciso a morire con un tubetto di veronal. Non aveva grandi motivi che lo
spingessero a quel passo se si toglie che – da poco era entrato nel
venticinquesimo anno – si sentiva vecchio e inutile; e guardava gli anni che
sarebbero venuti con la noia di uno spettatore già deluso.
Questo giovane si chiamava, credo, Tristano, studiava
filosofie e si dilettava di lettere. Dagli amici era chiamato Bovary, perché un
giorno, in una discussione sul romanzo, aveva chiuso il suo intervento sulla
identificazione tra autore e protagonista esclamando: “Au fond, monsieur Bovary
c’est moi”. Ora stava per infilare la chiave nel suo portone quando dall’ombra
del vicolo venne fuori una donna ormai vecchia e claudicante, in assetto di
meretrice, che gli porgeva un fiore, una rosa col gambo avvolto in una carta
d’argento. “Signorino,” implorava la sciagurata “comprami l’ultima rosa così
vado a letto”.
“Buona signora,” rispose Tristano “non posso acquistare
fiori di sorta. Non ch’io nutra pregiudizi sull’accattonaggio o le fioraie
ambulanti, né tantomeno sulle prostitute che hanno superato i limiti di età
(quale età, poi?), ma ho in tasca l’ultimo biglietto di banca, eccolo qui, e
dovrei darvelo, come esige una deteriore tradizione romantica. Ora il fatto che
io abbia deciso di porre fine ai miei giorni, aggiungerebbe un tocco di cattivo
gusto al gesto che dovrei fare per compiacervi. Penso che mi sarebbe
rimproverato, poiché queste cose finiscono sempre per risapersi. D’altra parte
capisco la vostra necessità; e poiché non voglio deludere le vostre speranze,
eccovi dunque il mio ultimo biglietto, ma a due condizioni: che voi sappiate
tacere e che vi teniate, di grazia, la rosa.” Poi aggiunse con un fanciullesco
sorriso: “A meno che non vogliate offrirmi un crisantemo.”
La vecchia donna mostrò di aver capito il discorso, si dolse
di non aver tra i suoi fiori un crisantemo – non era stagione di crisantemi –
intascò quindi il denaro, ma insistette a che il giovane accettasse la rosa,
gliela infilò anzi all’occhiello, allontanandosi poi in fretta. Rimasto solo,
prima idea di Tristano fu disfarsi del fiore inopportuno; egli detestava la
rosa in generale, fiore troppo pasciuto, provinciale, pronto a tutte le
abbiezioni sentimentali, di ottima qualità ma noioso e cantato da tanti
mediocri poeti. Ma si trattenne per naturale pigrizia.
Appena nella sua stanza – era una stanza qualsiasi all’ultimo
piano di un gran casamento – Tristano prese due bicchieri e li riempì
egualmente di acqua. In uno dei bicchieri mise il fiore, che collocò quindi sul
comodino; nell’altro sciolse le pastiglie del sonnifero, agitandole con una
matita, incantato già dai preliminari di quel suo ultimo rito. Decise poi che
si sarebbe concesso un’ora di lettura prima di ingurgitare la fatale pozione.
La scelta del libro non fu agevole. Il cerchio dei suoi
interessi letterari s’era, dal momento che aveva deciso di morire, paurosamente
ristretto. L’idea di leggere Platone non gli venne. I politici lo fecero
sorridere, gli estetici lo immalinconirono, i narratori gli sembrarono privi d’ogni
fantasia: cercò la Bibbia ma si ricordò poi di averla prestata a un ateo in
procinto di perdere la sua
fede. Non gli restava nulla da leggere, senonché tra i libercoli di
scarto, che
aveva anzi deciso di vendere, trovò un volumetto, Le langage des fleurs, che sfogliò rapidamente e subito scelse.
Vari pensieri, che in altra occasione sarebbe stato tentato
di mettere in carta, gli vennero, che lo fecero sorridere; e non poté esimersi
dal lanciare uno sguardo a quella sua rosa, che gli sarebbe sopravvissuta
almeno la durata di un mattino. La vide che s’abbeverava ghiottamente,
arricciando il bordo dei petali con la lenta inevitabilità di un pitone
insonnito. Era un magnifico esemplare, di un delicato color carnicino etrusco,
una rosa cosiddetta tea.
Prima di porsi a letto, Tristano si spogliò nudo, rivelando
un corpo assai ben fatto. Si rimirò alla psiche, si fece un profondo saluto
commiserevole e si gettò quindi sul letto, senza mettersi tra le lenzuola, ché
la notte era tiepida e la sua epidermide desiderava la freschezza della coperta
di cotone lucido.
Dunque, morire! Ebbe voglia di ridere; ma ormai era deciso:
e doveva aver avuto i suoi buoni motivi per decidersi. Non stette nemmeno a
ricordarli: s’immerse perciò nella lettura.
Le langage des fleurs
era un libretto per fanciulle: quando si trovò a consultare il capitolo che
trattava della rosa, vi lesse una serqua di luoghi comuni immaginabili. Lesse
anche questi versi: “La rose qui ce matin avait déclose sa robe de pourpre etc…”.
Autore ne era un certo abate, de la Chassaigne, e una nota
informava ch’era morto a novantadue anni.
Buffoncello! pensò Tristano. Soltanto i vecchi si preoccupano
di raggiungere la vecchiaia! Abatino dei miei coglioni! Non vedo l’ora di
tirarti il naso! E subito gettò il libro contro la parete di fronte. L’ultima
sua futile lettura era dunque sfumata. Guardò il soffitto aspettando lo
scoccare della sua ora.
Intanto la rosa, nel suo bicchiere, non aveva mai staccato
gli occhi dal giovane. Lo aveva visto sciogliere le subdole pastiglie nell’altro
bicchiere, liberarsi poi degli abiti, rimanendo colpita dalle fattezze di quel
corpo. L’incontro da lei lungamente meditato si prospettava drammatico ma
lasciava uno spiraglio aperto ai suoi giovanili desideri, a quegli appetiti che
sono il nerbo di ogni amore bennato, ché tale era l’amore che da tempo la rosa
provava per il giovane Tristano. Ebbe pensieri dapprima mesti – come impedire
il suicidio? – poi chiaramente sensuali, malediceva certo il suo vegetale
destino che le impediva di sciogliere quella disperata e focosa situazione, di
coricarsi con un padrone gentile di membra, caldo e biondo di colore, e che
nessuna rivale avrebbe mai più goduto. Se giammai Dafne ebbe rimorsi di aver
troppo accelerato la corsa quando fu raggiunta dal Citaredo, della stessa forza
erano adesso le maledizioni che la rosa mandava al suo creatore. Ah, poter
carezzare quel giovane corpo infelice, far scendere il sonno su quelle
palpebre, vegliarne il riposo! E, forse, esserne riamata! Oh, essere un
papavero!
Insistendo in questi vaneggiamenti, la rosa ebbe, a un certo
momento, un profondo, doloroso eppure ambito trasalimento; sentì qualcosa
sciogliersi nel segreto del seno, sentì fermentare il suo vivo polline
impaziente, la stanza prese a girarle attorno, gettò un ultimo sguardo all’oggetto
amato e, con un grido barocco, svenne in un deliquio dolcissimo.
Tristano, immerso in una confusione di affrettati pensieri –
pensieri che si accalcavano all’uscita come gli spettatori che lasciano la
platea alle ultime battute d’una commedia o, meglio, come i topi che fuggono la
nave condannata – non udì quel grido, del tutto metafisico, né si accorse che
la rosa, arrovesciata la testolina, quasi stava per cadergli addosso. Tristano
si addormiva. Il sonno lo aveva colto – diciamolo pure – sul fatto.
Quando la rosa si riebbe vide il giovane raggomitolato, udì
il suo russare ritmico e tranquillo e un’onda di tenerezza (e stavolta materna)
la percorse in tutte le fibre. “Dormi, amor mio” sussurrò “e vivi per me”. Né,
vagheggiando quest’idea, le fu possibile riassopirsi.
Dopo qualche ora il freddo dell’alba svegliò Tristano. Confusamente
dapprima, poi con chiarezza, ricapitolò la situazione e si accorse che aveva
differito, senza volerlo, la sua sorte. Sullo scrittoio, il bicchiere pieno di
veronal aveva l’aria di rimproverargli ogni viltà. Tristano si levò, pronto a
troncare l’indugio; ma nel gesto che fece di passarsi una mano sul viso, quasi
per scacciare gli ultimi fantasmi del sonno (aveva sognato l’amore di una rosa,
sogno di un languore denso e decorativo), urtò le dita nel naso e subito si
trattenne. Aveva sentito un vivo dolore. Tastandosi la narice colpita, la trovò
gonfia al tatto, calda, mostruosa; impressionato, corse allo specchio e si
rimirò.
La narice destra era spropositatamente gonfia, ma di un sano
color rosso. Rimase a osservarla qualche minuto, dimenticando che il già deciso
suicidio avrebbe dovuto renderlo insensibile a ogni incidente: ma sembra che l’amor
proprio non fosse interamente ottuso in Tristano: e trapassare col naso gonfio
gli sarebbe di certo parso inaccettabile.
Mentre spingeva a fondo il suo esame, avvenne un fatto che
finì di stupirlo. Dalla narice, lentamente, come una timida lumaca, sorgeva
qualcosa, qualcosa di rosso, ma niente di schifoso tuttavia, anzi qualcosa di
turgido e brillante, un bocciolo di rosa. Quando tutto il bocciolo fu
estromesso, apparve un gentil gambo senza spine, ornato appena di due leggiadre
foglioline di un tenerissimo verde. Per la nota legge del geotropismo negativo,
il bocciolo, inarcandosi sul gambo, mirava a elevarsi, cercando a tentoni la
luce, e le pupille di Tristano, che avevano seguito – potete immaginarlo –
tutto il lentissimo varo, dovettero a un certo momento convergere verso l’angolo
interno dell’occhio per non perdere di vista il bocciolo: che sostava, ora,
leggermente dondolando a guisa d’un palloncino frenato, all’altezza della
radice del naso, laddove le sopracciglia si congiungono.
Tristano ebbe paura e sgomento, ma seppe dominarsi. Poi, un
sospetto dolcissimo gli attraversò la mente e, cauto, si volse a guardare la
rosa, là nel suo bicchiere. La sciagurata sembrava volersi dare arie innocenti,
ma quelle poche ore avevano impudicamente svelato la sua bellezza: Tristano non
si sorprese affatto di sentire un’improvvisa attrazione per quella bellezza;
egli, indifferente al fascino dei fiori.
Un tumulto di pensieri lo sopraffece: tenerezza, gioia, riconoscenza:
volle sfogarsi urlando e poté soltanto ridere, facendo bene attenzione,
tuttavia, a non scuotere troppo il suo tenero bocciolo. Che bel bocciolo, non
si stancava di rimirarselo! E che strana, impaziente voglia di gridare a tutti
la sua contentezza, di correre al caffè per mostrarlo agli amici… tant’è la
vanità umana!
Per farla breve, Tristano dopo mature riflessioni,
incoraggiato anche dal contegno della rosa, prese una forbicetta e troncò il
gambo del bocciolo a fior di narice; poté dunque osservarlo a suo agio e vide
ch’era davvero un bellissimo bocciolo, ma d’una specie che gli era però
sconosciuta, pur ricordando la rosa.
Confrontandola alla grande rosa del bicchiere, stabilì
qualche vaga rassomiglianza che fu sufficiente tuttavia per stabilire quel che
più gli premeva: che la rosa aveva parte in quella mirabile avventura. Sgonfiata
ora la narice, scomparso ogni residuo del suo travaglio, Tristano fu maggiormente
portato a considerare la compagna di quella notte, entrata così magicamente
nella sua vita, alle ultime battute. La osservò a lungo, sorridendo, la carezzò
sui petali e sentì che s’inarcava come un gattino. Infine – dobbiamo dir tutto –
la baciò più volte, aspirandone a lungo il profumo, con tutte le attenzioni di
un amante discreto e lusingato. Le cambiò l’acqua nel bicchiere e sedette sulla
sponda del letto, ora guardando lei, ora il bocciolo, agitato da una felicità
insensata forse, ma non futile.
Il sole che inondò la stanza ricordò a Tristano che un altro
giorno era cominciato e che tanto valeva viverlo; ma gli ricordò anche di
essere senza denaro. Meditando di uscire da quel fastidio, si vestì in fretta,
fece un pacco dei libri che aveva deciso a suo tempo di vendere – ma ne escluse
Le langage des fleurs – e uscì. Tra l’indice
e il pollice della destra portava, come un piccolo stendardo, il suo bocciolo. “Torno
subito, cara,” disse alla rosa “e porto a spasso bebè”.
Camminò allegro per le strade quasi deserte e, a quell’ora,
percorse soltanto da cascherini; corse dal libraio per risolvere il suo affare,
ma la bottega era ancora chiusa. Per ingannare l’attesa, passò in lenta rivista
le vetrine dei negozi di quei pressi. C’era un salumaio, un sarto, un modesto
gioielliere; infine, un fioraio: un fioraio di lusso. Spinto da una profonda
curiosità, Tristano entrò nel negozio e al proprietario che gli venne incontro
cerimonioso chiese, mostrandogli il bocciolo, a che specie appartenesse.
Il fioraio guardò il bocciolo e non riuscì a celare del
tutto la sua sorpresa e la sua emozione. Fingendo tuttavia una calma che a
Tristano parve subito simulata, rispose che si trattava di un rosolaccio; poi,
con suprema indifferenza, disse che l’avrebbe acquistato per un innesto, se a
buon prezzo. Tristano, tanto per smascherare quel fioraio, rispose: “Ve lo cedo
per tanto” e disse una cifra altissima. Il fioraio non batté ciglio, trasse di
tasca il denaro, lo porse a Tristano e gli tolse dalle dita il bocciolo. Tristano,
sorpreso, volle protestare, disse infatti che aveva inteso celiare; ma il
fioraio, pur con gentilezza, fu inesorabile: gli ricordò che negli affari la
parola è parola, e lo salutò.
Tristano si trovò per strada senza bocciolo, ma con molto
denaro e un superfluo pacco di libri che cedette al libraio per pochi soldi:
era abbastanza ricco, ormai, per discutere ancora sui prezzi. Non bisogna però
credere che Tristano non pensasse più al suo bocciolo: diremo anzi che provava
il rimorso d’essersene disfatto tanto prontamente: ma un pensiero lo
confortava, un pensiero che non voleva del tutto chiarire a se stesso, e cioè:
la rosa era ancora là, a casa sua, nel suo bicchiere, e forse…
Dopotutto un bocciolo è un bocciolo: non aveva nemmeno avuto
il tempo di affezionarcisi.
La giornata trascorse per Tristano come un soffio
primaverile: mangiò abbondantemente in un ristorante di lusso, fece certe sue
spesette, giocò alle carte, fece all’amore, parlò d’amore e di politica con gli
amici e, calata la sera, risovvenendosi del suo suicidio, rimasto con poche
lire in tasca, ché aveva avuto cura di spendere senza troppo badarci, rincasò.
I due bicchieri erano ancora al loro posto: in quello che
conteneva il veronal, l’acqua, quasi invecchiata, si adornava di bollicine d’aria.
L’altro ospitava ancora la più bella rosa del mondo, ché tale parve a Tristano:
era una rosa sorridente, fresca: come aveva potuto lasciarla sola tutto quel
tempo? Le cambiò l’acqua, le carezzò ancora i petali, la baciò. Avrete già
capito, immagino, che ogni idea di suicidio era svanita dalla mente del nostro
eroe. La rosa, da parte sua, non era meno contenta di rivedere il suo amato
padrone. Il quale, stavolta, non perse tempo a leggere, ma si spogliò e,
rimirando il fiore, prese a sussurrargli frasi lusinghiere. Passarono in questa
intimità qualche ora. Infine Tristano s’addormì.
Per non tediarvi con certe ripetizioni, vi dirò che all’alba,
svegliandosi con quel dolore che ormai sapete, Tristano vide sorgere stavolta
dal suo naso un bocciolo non meno bello del primo, anzi più vivo di colore, e
più strano di forma. Per la gioia, così nudo com’era, fece un balletto per la
stanza; poi, ritrovando l’antico fuoco letterario, volle scrivere qualche
verso, ma, scrivi e scrivi, non gli piacquero e li distrusse. Prese allora un
altro foglio e appuntò questi nomi:
Erotina provvida
Bramalia viridissima
Serpentina moriens
Bravissima fulgens
Dolorosa fragrans
Ciprinita coponia
Karenina contracta.
Stette incerto quale scegliere e si decise poi per il primo
nome, non senza inorgoglirsi d’una furba compiacenza. Ah sì: Erotina provvida!
Si vestì in fretta – nemmeno si ricordò di salutare l’amabile rosa madre –
corse dal fioraio e stavolta s’ebbe (aveva capito il gioco) una somma assai
maggiore.
Passarono tre giorni. La felicità s’accompagnava a Tristano
che, di lieto umore, menava una vita diversa, elegante e senza pensieri.
La rosa sembrava anch’essa felice: ma se Tristano avesse
meglio osservato, avrebbe pur notato in lei una vaga languidezza d’atteggiamenti
e certi segni d’ansiosa melanconia che avrebbero allarmato un amante sincero e insoddisfatto.
Ma Tristano – esaurite le sue curiosità serali – sentiva sorgere nel suo animo
il ricordo delle liete brigate, dei caffè aperti tutta notte, delle meretrici
calde e sfacciate.
E così il suo amabile fiore s’annoiò e prese a sfiorire; già
l’apice di una sua fogliolina si stava tingendo di scuro, si vedeva appena ad
occhio nudo, ma il fatto s’era prodotto. Ad aggravare il dolore della sua
solitudine s’aggiunse per la rosa la certezza di non essere amata come aveva
creduto quel primo magnifico giorno, ai primi magnifici baci. Ora, la mattina,
Tristano si alzava in fretta, preoccupato del suo nuovo bocciolo come una
massaia che piglia l’uovo dando uno sguardo appena distratto alla brava
chioccia che l’adora e la festeggia inutilmente.
Una rosa!
Tristano qualche volta, tra sé, rideva e fu persino tentato
di raccontare la cosa agli amici. Cominciò difatti: “Ah, se sapeste che mi sta
capitando!...”. Ma, una volta accesa in quegli spiriti inquieti la curiosità,
non volle soddisfarla, trattenuto da un improvviso pudore. Si sentiva nobile,
fiero e bello: inesauribile. E baciando la sua appassionata amante pensava di
essere forse un poco ridicolo. Tuttavia…
La rosa soffriva chiaramente. Ormai, la notte, la vista di
quel corpo caldo e vivace, invece di avvincerla, la spaventava come un abisso
incolmabile, che l’avrebbe attirata e sepolta. Quei fianchi lisci e segnati,
quel petto calmo e tornito, quelle labbra ironiche…Oh, il rammarico per l’oggetto
amato e che non possederemo mai nella giusta maniera!... ma soltanto come
ladri, o come parassiti tollerati per consuetudine!
Eppure la rosa, amando ancora Tristano, decise di dargli la
prova suprema del suo amore, ingenuamente convinta che le prove supreme
riaccendono i desideri spenti. Una mattina, svegliandosi da sogni meravigliosi,
il giovane si accorse che dal naso stavolta gli sortiva un perfetto esemplare
di rosa nera, mai vista eppur ambita e invocata dai botanici di tutto il mondo.
La gioia di Tristano fu pari alla singolarità dell’avvenimento.
Quel magnifico, cupo bocciolo lo immerse in una cupa fantasticheria, mai prima
provata; ebbe per un attimo la certezza di possedere le vere chiavi della vita,
gli parve di aver fatto capolino tra le spessissime tende che celano l’aldilà
ai comuni mortali. Divideva un segreto dell’alchimia decisiva: e tutto merito
del suo naso.
E anche merito della rosa. Volle ringraziarla, la coccolò a
lungo, seppe dirle cose tanto amabili che la rosa ebbe l’illusione di essersi
ingannata circa i suoi dubbi: e conobbe ancora un’effimera gioia.
Quanto a Tristano, considerata la realtà, cominciarono per
lui giorni di accesa baldoria e di lusso: carico di denaro, non tornò a casa né
quella notte né le seguenti e le trascorse con donne di gran conio, che lo
lasciavano all’alba del tutto esaurito ma immerso nella grigia felicità degli
stupefacenti. Dopo un’ottima colazione, Tristano era già preso da altri
pensieri e soltanto una volta, fugacemente, si dispiacque d’aver venduto il suo
bocciolo, ma fu questione di un attimo e al suo dolore partecipava più l’estetica
che il sentimento.
La fine di questa storia? Tre giorni dopo, tornando a casa
temporaneamente sazio di piaceri, lo stomaco un poco sossopra, la testa pesante
e la radice della vita quasi disseccata, Tristano si proponeva di cambiar vita
e di considerare la sua fortuna con occhio diverso. In una bella scatola di
cartone portava un portafiori d’argento sul quale aveva fatto incidere il suo
nome e una data. Voleva alloggiare meglio la sua rosa alleata. Un più calmo
ragionare, una distribuzione più razionale dei loro sforzi, li avrebbe portati
all’agiatezza, forse alla ricchezza. Le sue narici restavano elastiche,
frementi, libere.
Prima di imboccare il portone gli sembrò di vedere, all’angolo
della casa, la vecchia fioraia. La chiamò, ma incontro gli venne una vecchia
sconosciuta, anche lei di professione meretrice, che sorrise amabilmente come
poté, acconciandosi le luride chiome infiocchettate. Tristano, disgustato, le
gettò subito un biglietto di banca – l’ultimo – e rincasò. Peccato, pensava
salendo le scale, due rose son meglio di una. Poi, immaginò che sarebbe stato
un tradimento.
Nella sua stanza l’attendeva l’ingrata sorpresa. La rosa era
scomparsa. Trovò un petalo vizzo sul marmo del comodino, un altro petalo sulla
coperta del letto; poi, cercando in quello spazio angusto e inesplorabile che
divide il letto dal comodino, trovò tutta la rosa, ma secca come un grillo; e i
petali accartocciati si sarebbero detti di un crisantemo.
Tristano impallidì al ricordo, stette muto. L’ho uccisa,
pensava, e non sapeva capacitarsene. Quando vide che i suoi baci non
richiamavano in vita quell’oggetto tanto assurdo, non poté trattenere le
lagrime; poi, un riso isterico lo sconvolse. Oltre tutto, i suoi progetti
sfumavano, ma quello era il meno…
Il bicchiere col veronal era ancora sullo scrittoio; lo
trasportò sul comodino, vicino all’altro. Prima di bere avrebbe voluto
spiegarsi l’avventura, decifrare il mistero di una morte irrisoria, e tutti gli
altri misteri che fasciano quello, via via, sino a comporre la valanga dei
misteri universali. Uno tirava dietro l’altro, non era possibile isolarli.
Ma era stanco e si decise. Tuttavia, non risovvenendosi
quale dei due bicchieri contenesse il veronal (erano identici e in ambedue l’acqua
aveva formato un vivaio di bollicine), dovette – e forse qui ebbe il sospetto d’una
amara allegoria – trangugiarli tutti e due. Ma gli sembrò pur sempre un
principio di spiegazione. Forse, sapendo approfondire…
Si sdraiò sul letto, l’animo stranamente placato. Pensò
ancora alla rosa ed ecco capì che l’aveva sempre amata, che tutto il suo
essere, dalla nascita, era vissuto per lei. Volle urlare: “Mia rosa!...” ma
proprio in quel momento si addormì nel suo ultimo sonno artificiale; e,
scivolando in quell’abisso di piume nere, ebbe la certezza che non l’avrebbe
riveduta mai più.
Ennio Flaiano, da
Autobiografia del Blu di Prussia
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20 febbraio 2010
Basta chiacchiere. Basta bugie. In Puglia e' Palese chi è il candidato da (non) votare...
da www. repubblica.it
Sos alla Regione: svaniti 165 milioni in bond
Sono le obbligazioni sottoscritte da Fitto. L´assessore: situazione drammatica
di Paolo Russo
La Regione Puglia ha perso 165 milioni di euro. Il bond ventennale,
sottoscritto nel 2003 dall´ex governatore Raffaele Fitto e dal suo
assessore al Bilancio, Rocco Palese, ha già prodotto un buco enorme
nelle casse regionali. Le obbligazioni da 860 milioni di euro,
emesse dalla precedente giunta per coprire il deficit sanitario,
hanno provocato in soli cinque anni un ammanco doppio rispetto al
deficit con il quale le Asl pugliesi hanno chiuso il loro esercizio
finanziario 2008.
«La situazione è drammatica, siamo molto preoccupati», ha detto,
senza giri di parole, l´attuale assessore al Bilancio, Michele
Pelillo. Il governo Vendola, si è ritrovato tra le mani la patata
bollente, preparata da Fitto. Ma la bomba bond esploderà tra le
mani di chi governerà la Puglia nel 2023. Alla scadenza del
prestito, la Regione sarà chiamata a chiudere i conti con la Merril
Lynch. Se dovesse farlo oggi, per le casse regionali sarebbe
bancarotta.
I conti sono stati trasmessi alla Regione qualche settimana fa,
alla vigilia del terremoto finanziario che ha travolto il Comune di
Milano. L´amministrazione Moratti, perde 150 milioni su un prestito
di 1,7 miliardi (9 per cento). La Regione Puglia, invece ne perde
165 su un bond di 860 milioni (18 per cento). La metà del debito
pugliese è stata sufficiente alla procura di Milano per aprire una
maxi inchiesta che ha portato al sequestro di 460milioni di euro e
all´iscrizione nel registro degli indagati dei vertici di quattro
banche internazionali e degli amministratori milanesi che nel 2005
sottoscrissero quel bond.
La relazione sul dissesto finanziario che nel 2023 potrebbe
abbattersi sui pugliesi è stata allegata al bilancio di previsione
2009 approvato dal consiglio regionale la scorsa settimana. La
legge 27 del 2008 voluta da Tremonti obbliga da quest´anno le
amministrazioni locali che hanno contratto prestiti obbligazionari
a rendere pubblici i conti dei bond. «Ma nel 2003 - accusa Pelillo
- fu lo stesso ministro a sponsorizzare questa operazione che
rischia di mettere nei guai la Puglia».
Il sistema che ha prodotto 165 milioni di euro di debiti è stato
esposto da Merril Lynch nella relazione allegata al bilancio. La
Regione, ogni sei mesi, paga la rata del mutuo contratto con la
banca d´affari americana nel 2003. Uno somma che oscilla, a seconda
del tasso, tra i 28 e i 30 milioni di euro a semestre. Ma questi
soldi, anziché arrivare direttamente nelle casse di Merril Lynch
per ripianare il debito, finiscono in un calderone, tecnicamente
chiamato sinking fund. Un conto, indisponibile per la Regione, i
cui fondi, in base al contratto stipulato da Fitto e Palese, sono
investiti "a descrizione di Merril Lynch" in un paniere di titoli
scelti dalla banca d´affari tra titoli di Stato, titoli bancari e
titoli di imprese appartenenti al settore elettrico. Questi
investimenti hanno già atto sparire il 75 per cento dei 218 milioni
versati dalla Regione per sanare il suo debito. Nel 2023 i pugliesi
rischiano di pagare di tasca propria un conto salatissimo, per gli
800 milioni di euro chiesti in prestito da Fitto.
(30 aprile 2009)
Inchiesta sui bond della giunta Fitto la procura sequestra rata da 30 milioni
La
guardia di finanza ha eseguito il sequestro preventivo della rata che
la Regione versa nel sinking fund e come differenziale dello swap
(circa 30 milioni di euro)
Il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Bari,
nell'ambito di una inchiesta sui prodotti derivati sottoscritti
dalla Regione Puglia e coordinata dalla Procura della Repubblica,
ha sequestrato a titolo preventivo la rata che la stessa Regione
versa nel 'sinking fund' e come differenziale dello swap (circa 30
milioni di euro) e ha eseguito un sequestro per equivalente del
profitto sui beni patrimoniali degli istituti di credito
internazionali fino all'importo di 73 milioni e 282 mila euro.
La scadenza del versamento semestrale della rata e' prevista per il
6 febbraio. Il provvedimento e' stato emesso dal Gip del Tribunale
di Bari, su richiesta della Procura risalente allo scorso 29
dicembre. L'inchiesta e' partita l'anno scorso. Le indagini hanno
accertato che, a seguito di una complessa situazione finanziaria,
dovuta in particolar modo al debito della sanita', la Regione
Puglia concordo' con la Merrill Lynch International di
ristrutturare il debito tramite il collocamento negli anni
2003-2004 sul mercato internazionale di obbligazioni regionali
(Bond) per 870 milioni di euro.
L'operazione finanziaria prevedeva anche la stipula di un 'interest
rate swap' con il duplice effetto di trasformare le emissioni
obbligazionarie da tasso variabile a tasso fisso, e il rimborso del
capitale da modalita' 'bullet' (rimborso in unica soluzione a
scadenza) a 'amortizing' (restituzione della quota capitale a quote
costanti). A carico dei rappresentanti degli Istituti bancari e'
stato contestato il reato di truffa aggravata ai danni di un Ente
pubblico per violazione degli obblighi di comportarsi con
diligenza, correttezza e professionalita', nonche' di informare
compiutamente il cliente sulle operazioni finanziarie proposte.
In particolare veniva attestata, secondo la Procura, una falsa
convenienza economica dell'operazione finanziaria che ad oggi ha
prodotto un danno alla Regione, rispetto ad un analogo
finanziamento della Cassa Depositi e prestiti, di circa 70 milioni
euro. Venivano, secondo gli inquirenti, taciuti inoltre i costi
occulti dell'operazione, in particolare sullo swap con un danno di
circa 24 milioni. Le informazioni che l'Istituto bancario avrebbe
dovuto offrire ai funzionari della Regione e all'assessore al
bilancio pro-tempore assumevano particolare rilevanza visto che i
contratti erano redatti in lingua inglese (lingua non conosciuta
dai rappresentanti regionali) e senza che fosse allegata una
traduzione italiana giurata.
Merryll Lynch avrebbe consigliato alla Regione Puglia ''di farsi
assistere da studi legali di comprovata fama internazionale -
scrive la Procura - omettendo di comunicare che gli stessi avevano
con essa rapporti professionali duraturi''.
L'INCHIESTA
Secondo quanto accertato dalla procura di Bari, in seguito ad una
complessa situazione finanziaria dovuta in particolar modo al
debito della sanità, la Regione Puglia (nella precedente
amministrazione guidata da Raffaele Fitto) aveva concordato con la
Merrill Lynch International di ristrutturare il debito tramite il
collocamento negli anni 2003-2004 sul mercato internazionale di
Bond per 870 milioni di euro. L'operazione finanziaria prevedeva la
stipula di un 'interest rate swap' con il duplice effetto di
trasformare le emissioni obbligazionarie della Regione Puglia da
tasso variabile a tasso fisso, e il rimborso del capitale da
modalità bullet (rimborso in unica soluzione a scadenza) a
amortizing (restituzione della quota capitale a quote costanti). Le
quote capitale vengono versate in un conto indisponibile per la
Regione Puglia (sinking fund) detenuto all'estero e il capitale
viene investito a discrezione di Merrill Lynch in un paniere di
titoli concordato. Il rendimento prodotto dal sinking fund va a
Merrill Lynch (salvo rischio default del titolo che grava sulla
Regione) la quale dovrà restituire al termine del periodo (febbraio
2023) il capitale versato dalla Regione (870 milioni di euro). Per
la restituzione del capitale è stata stipulata una garanzia con una
società controllata di Merrill Lynch (M.L.& co Inc.) con sede
in Delaware.
INTERDETTO RAPPRESENTANTE MERRIL LYNCH
Per il rappresentante della Merrill Lynch Daniele Borrega è stata
disposta dalla Procura di Bari la misura interdittiva del divieto
di esercitare l'attività di promotore finanziario e del divieto di
ricoprire uffici direttivi e di rappresentanza di istituti bancari
e/o di imprese di promozione finanziaria per due mesi. Per Merrill
Lynch, inoltre, è stata richiesta la misura interdittiva del
divieto di stipulare contratti con la pubblica amministrazione per
due anni.
Agli istituti bancari Merrill Lynch International, con sede a
Londra e a Milano, e Dexia-Crediop spa, con sede a Roma, sono stati
contestati come persone giuridiche illeciti amministrativi per non
aver, prima della commissione dei fatti ascritti alle persone
fisiche, adottato e attuato modelli organizzativi idonei a
prevenire il verificarsi dei reati. Sugli esiti delle indagini,
riferisce la Procura di Bari, è stata preventivamente informata la
Banca d'Italia che ha fornito la collaborazione sul piano tecnico
richiesta dall'autorità giudiziaria.
In ogni caso, la Regione Puglia continuerà a pagare gli interessi
ai bondisti e il provvedimento di sequestro non inciderà sulla
restituzione del capitale alla scadenza ai sottoscrittori.
(03 febbraio 2010)
"Non so l´inglese, sono un medico" la difesa di Palese dinanzi al giudice
"Io
ero nella loro sede e a un certo punto questo mi dà il documento e
dice: guarda è in inglese... Ricalca esattamente quello che è riportato
nelle delibere"
di Gabrielle De Matteis e Giuliano Foschini
Rocco Palese «non ha capito cosa ha firmato, non conosce la lingua
inglese (...) Non ha mai fatto studi giuridici né di economia (fa
il medico), non conosce il diritto inglese che verrà applicato al
contratto, non sa dove andranno a finire le rate da 22 milioni di
euro che la Regione Puglia paga a Merryl Lynch ogni sei mesi, non
sa cosa è un sinking fund, non sa che i soldi sono versati
all´estero, non sa che la Regione copre un rischio di default». Le
parole non sono quelle del peggiore avversario politico del
candidato governatore del Pdl, ma le utilizza il giudice Anna
Polemio per spiegare - nel decreto di sequestro preventivo - come
«l´irragionevolezza dell´operazione funzionaria può essere spiegata
soltanto nell´ipotesi in cui non gli sia stata spiegata».
Ecco alcuni stralci dell´interrogatorio di Palese:
Pm: «Lei conosce la lingua inglese?»
Palese: «Molto poco».
Pm: «Scolastica?»
P.: «Io di scolastico ho fatto francese, poi quando facevo la
scuola di sperimentazione mi sono cimentato, ma non ho approfondito
(...)».
Pm: «Lei è andato a Londra a firmare quei documenti?».
P.: «Sì, perché ero l´unico rappresentante della Regione (...) In
realtà non ci mandavano i soldi, ritenevano non valido e
sufficiente (...) Io ero nella loro sede e a un certo punto questo
mi dà il documento e dice: "Guarda è in inglese... Ricalca
esattamente quello che è riportato nelle delibere". Io volevo la
traduzione ma mi dissero che l´ingegnere indiano aveva già avviato
l´operazione e qualcuno doveva siglare l´avvio delle operazioni»
(...)
Pm: «Io sto cercando di capire se lei ha capito l´operazione
finanziaria. La Regione ogni sei mesi paga 22 milioni di euro, dove
vanno a finire questi 22 milioni?». P.: «Vanno a finire a Merril
Lynch».
Pm: «E che cosa ne fa Merril Lynch?».
P.: «Non lo so che cosa ne fa, sicuramente so che alla fine della
scadenza deve restituire 870 milioni».
Pm: «Questa rata che la Regione paga finisce in un così detto
Sinking Fund. Sa cos´è?».
P.: «Ne ho sentito parlare perché se n´è parlato molto sui
giornali».
Pm: «Sa dove si trova questo fondo?».
P.: «No, non lo so».
Pm: «Era scritto nelle carte. In Lussemburgo. (...) Ma le è stato
spiegato tutto ciò dai rappresentanti della Merril Lynch in modo
tale che potesse comprenderlo? Visto che la traduzione...». P.:
«No, anche a leggere in italiano, non è che capisco l´operazione
finanziaria... (...) Io sicuramente non sono esperto, se mi fosse
stata illustrata tutta un´operazione di questo tipo, cioè di
Lussemburgo, quello che si è saputo dopo rispetto a tutto quello
che è emerso dai giornali, sicuramente l´avrei fermata, non
contestata». (...)
Pm: «Perché non avete ritenuto opportuno nominare un vostro
consulente, per seguire questa operazione finanziaria?».
P.: «Perché i dirigenti non ci hanno evidenziato questa necessità,
le dico la sacrosanta verità. Dottore, le dico un´altra cosa (...):
non c´è stato mai uno, dappertutto, neanche a Roma, dove sono
andati in istruzione al comitato interministeriale, dove c´è la
firma in tutte e due le volte di Tremonti che autorizza tutte le
cose e non immagino... si dice che lui ha creato la finanza
creativa, non immagino che non fosse esperto in tutte queste cose».
(04 febbraio 2010) Bond, Palese firmò senza capire
La
guardia di finanza ha eseguito il sequestro preventivo della rata che
la Regione versa nel sinking fund e come differenziale dello swap
(circa 30 milioni di euro)
La costituzione di parte civile da parte della Regione Puglia in un
eventuale processo. Ma non solo. Dopo il sequestro della rata del
bond, l´attuale giunta regionale pensa alle contromisure. Fa sapere
che parteciperà ad un eventuale procedimento per difendere gli
interessi dell´ufficio e spiega che presenterà una richiesta
formale per sollecitare la restituzione delle rate già versate.
Il bond è stato sottoscritto in maniera confusa, senza un reale
approfondimento dei rischi e dei possibili benefici. Questo dice
l´inchiesta della procura di Bari conclusasi con il sequestro
preventivo della rata da 30 milioni di euro (in scadenza il 6
febbraio) che la Regione paga per recuperare i prestiti concessi
nel 2003 e nel 2004 dalla banca d´affari Merril Lynch. Ammonta,
invece, a più di 73 milioni di euro il valore dei beni ai quali,
con un provvedimento di sequestro per equivalente, la guardia di
finanza ha apposto i sigilli e che corrispondono a quanto la banca
d´affari e l´istituto di credito Dexia-Crediop di Roma avrebbero
guadagnato con l´operazione. L´inchiesta, coordinata dal pm
Francesco Bretone, conta quattro indagati.
Per uno Daniele Borrega, di 40 anni, di Taranto, rappresentante
della Merrill Lynch, il gip ha disposto il provvedimento di non
esercitare l´attività di promotore finanziario per due mesi. E una
richiesta interdittiva è stata notificata anche a Merrill Lynch: la
banca rischia il divieto di stipulare contratti con la pubblica
amministrazione.
Coinvolti nell´indagine anche Susanna Beltramo, di 55 anni, di
Roma, avvocato dello studio legale di Roma, indicato dalla Regione
Puglia per la risoluzione dei problemi legali legati alla
sottoscrizione del contratto, Maurizio Pavesi, di 53 anni, anche
lui di Roma, rappresentante di Merril Lynch sino al 2000 (anche se
non in possesso di alcuna iscrizione all´albo dei promotori
finanziari) e Claudio Zecchi, di 64, funzionario della
Dexia-Crediop di Roma (che nega di aver mai sottoscritto alcuna
operazione con la Regione).
I quattro, accusati di truffa, avrebbero indotto in errore i
funzionari della Regione Puglia e la giunta, convincendoli a
sottoscrivere tutte le proposte contrattuali della banca d´affari
per i bond da 600 e da 270 milioni sottoscritti nel 2003 e nel
2004.
Un´operazione nata con l´obiettivo di sanare i debiti nel settore
della sanità, ma trasformatasi, invece, in un affare tutt´altro che
conveniente per le casse della Regione. Perché la procura, sulla
base della consulenza di Massimiliano Cassano, ha accertato come la
sottoscrizione dei due bond abbia causato un danno alla Regione di
circa 70 milioni di euro, soldi ai quali si aggiungono i costi
dell´operazione per circa 24 milioni di euro. L´ipotesi
investigativa dell´inchiesta, nata prendendo spunto da alcuni
articoli di stampa, è chiara: i funzionari della Regione e la
giunta diedero il via all´operazione finanziaria, basandosi su
informazioni poco chiare, «delle continue rassicurazioni
dell´istituto bancario», o meglio, chiarisce il gip mio, «senza
comprendere affatto, neanche in modo elementare, quale tipo di
operazione avevano sottoscritto». (g.d.m. e g.fosch.)
(05 febbraio 2010)
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15 febbraio 2010
Giornalisti alla sbarra
da http://www.ilmegafonoquotidiano.it/news/io-sto-con-checchino
Sentenza choc del tribunale di Roma: otto mesi di reclusione sono
stati comminati martedì scorso, in primo grado al giornalista di
Liberazione, e tra i fondatori di Megafonoquotidiano, Checchino
Antonini oltre che a Piero Sansonetti, all’epoca dei fatti direttore di
Liberazione, per un articolo del 16 settembre 2005 con la cronaca di
una forte polemica politica tra alcuni sindacati di polizia e Gigi
Malabarba. allora capogruppo di Rifondazione a Palazzo Madama. Il
giorno prima - con un’interrogazione firmata con diversi altri colleghi
e successivamente con un botta e risposta con un sottosegretario -
Malabarba aveva criticato in maniera ferma i criteri discrezionali,
nella valutazione degli operatori della polizia ai fini
dell’avanzamento di carriera. L’occasione erano stati gli ottimi voti –
con riferimento al 2001 - ricevuti da due funzionari coinvolti nelle
inchieste sulle violenze e gli abusi commessi nei giorni del G8 2001.
Malabarba s’era detto convinto che, grazie a un «uso strumentale» di
quei meccanismi discrezionali di avanzamento e prepensionamento
(stigmatizzati anche dal magistrato amministrativo), l’allora capo
della polizia, capo della commissione di valutazione - fosse riuscito a
selezionare dei dirigenti fidati e ad espellere i quadri «scomodi» con
un «sistema ingiusto e vessatorio».
L’indomani le agenzie riportarono alcune violente dichiarazioni di
diversi segretari sindacali del personale di ps e Liberazione ne diede
conto. Uno di loro, Giuseppe Tiani, leader nazionale del Siap, s’è
sentito diffamato poiché l’articolo ricordava la sua parentela con il
segretario provinciale della medesima sigla, all’epoca inquisito per
favoreggiamento di personaggi legati all’estrema destra barese e per
rivelazione di segreto d’ufficio. Solo il 22 gennaio di quest’anno
costui sarebbe stato assolto dalla prima accusa e condannato a 9 mesi
per violazione del segreto di ufficio, pena peraltro sospesa.
La sentenza contro Antonini e Sansonetti è un fatto davvero grave. Otto
mesi di carcere a un giornalista che non ha diffamato nessuno ma ha
solo messo il naso dentro la gestione del G8 2001, costituiscono
un'enormità. Quanto si dovrebbe dare a Feltri per i suoi articoli su
Boffo? Il caso, tra l'altro, non è isolato. Checchino Antonini, insieme
a Francesco Barilli e all'avvocato genovese Dario Rossi, autori del
libro, edito da Alegre, "Scuola Diaz, vergogna di Stato" sono stati
denunciati dal questore Fournier per aver definito "vergognosa" la sua
promozione dopo i fatti genovesi. I fatti parlano chiaro: non si sta
procedendo contro una stampa, o un'editoria, che calunnia o diffama ma
semplicemente contro il tentativo di ricostruire quella stagione, di
seguire passo passo gli eventi che coinvolgono istituzioni importanti e
che continuano ad avere ricadute politiche e, purtroppo, giudiziarie.
Checchino Antonini è un nostro redattore e un nostro compagno. E quindi
sosterremo la sua difesa e la battaglia contro le false accuse e
l'ingiusta condanna che gli vengono mosse. Nei prossimi giorni ci sarà
una conferenza stampa ma crediamo che fin da subito sia utile e
importante inviare la propria solidarietà a Checchino, la propria
indignazione per questo ennesimo "avvertimento" e ribadire che Genova
2001 non la vogliamo dimenticare, né riporre in un archivio giudiziario.
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